Bisogna fidarsi dei sondaggi sulle elezioni presidenziali statunitensi?

Un’intervista a Lorenzo Pregliasco di YouTrend, per capire dove hanno sbagliato tanto i “polls” di quattro anni fa, e cosa dicono oggi

Il prossimo martedì 3 novembre è l’Election Day statunitense. Manca solo una settimana quindi finalmente possiamo tentare di fare il punto della situazione. Innanzitutto una cosa che a noi non-statunitensi sembra piuttosto strana: negli Stati Uniti si sta già votando da tempo. Ci sono stati in cui si vota 22 giorni prima del 3 novembre, come il Texas. Altri in cui si vota da 29 giorni prima, come la California e l’Iowa, e altri ancora in cui si vota già 45 giorni prima dell’Election Day, come Minnesota, Michigan e Virginia. Insomma le elezioni statunitensi avverranno tra poco, è vero, ma sarebbe meglio dire che stanno già avvenendo. Al momento si stima che oltre 60 milioni di aventi diritto abbiano già espresso la propria preferenza, sia fisicamente, andando quindi al seggio di persona, che attraverso il voto per posta.

Con l’avvicinarsi della data fatidica, di Stati Uniti e delle loro elezioni si parla sempre di più, quindi meglio arrivare a questa data preparati con numeri, statistiche e scenari possibili. Per farlo abbiamo intervistato Lorenzo Pregliasco, esperto di sondaggi e strategia politica, oltre che cofondatore di YouTrend e dell’agenzia Quorum.

Dopo la sconfitta a sorpresa di Clinton in favore di Trump nel 2016 la fiducia nei sondaggi apparentemente è calata: eppure Hillary Clinton prese 2 milioni di voti in più di Trump (quindi i sondaggi non si sbagliarono poi di tanto). Oggi, quattro anni dopo, possiamo fidarci di numeri e proiezioni?

“In assoluto no, perché ci sono alcuni motivi di metodo per cui i numeri potrebbero essere più accurati, però nel complesso qualunque misurazione dell’opinione pubblica, proprio come quattro anni fa, può avere un errore di un segno o di un altro.

La cosa interessante è che molti osservatori danno quasi per scontato che se ci sarà un errore dei sondaggi sarà favorevole a Trump. In realtà oggi non abbiamo motivo per crederlo. Semmai possiamo dire che, come c’è stato un errore di alcuni punti quattro anni fa in favore di Trump, quest’anno è possibile che ci sia un errore a favore dello stesso Trump, ma anche che non ci siano errori sostanziali o che ci sia un errore a favore di Biden. Non abbiamo motivo per pensare che l’errore vada necessariamente nella stessa direzione di quattro anni fa. Quello che bisogna ribadire è che qualunque misurazione, qualunque sondaggio o modello predittivo, ha un margine di incertezza proprio come qualunque attività umana. In alcuni campi più ancora che in questo, con l’unica differenza che ce ne rendiamo conto di meno”.

L’affluenza ai seggi, al momento, è molto alta. Il cosiddetto early voting (il voto anticipato) ha numeri da record, si parla di oltre sessanta milioni di aventi diritto che avrebbero già votato: c’è uno dei due candidati che può considerare questo dato come favorevole?

“In generale la questione non è quanti votano ma chi vota. E poi, ovviamente, come vota. Quindi sapere quanti hanno votato rispetto al 2016 di per sé non indica un favorito tra i candidati. Ci sono però due elementi che possiamo considerare: il primo è che chi vota oggi lo fa in un certo contesto, in un ecosistema in cui l’opinione pubblica è molto favorevole a Biden. Il voto nazionale, come sappiamo, non conta troppo negli Stati Uniti, ma avere Biden con nove o dieci punti percentuali di vantaggio significa che chi sta votando adesso non potrà essere influenzato da eventuali sviluppi che potrebbero esserci in quest’ultima settimana, magari favorevoli a Trump. Quindi il fatto che il dato dell’affluenza sia alto, dati i numeri attuali di Biden sul piano nazionale e dei singoli stati, ci fa dire che può essere positivo per Biden, perché è una specie di stock di voti cristallizzati in un momento a lui favorevole.

C’è un altro aspetto, che però imporrebbe analisi molto dettagliate, e cioè che alcuni stati forniscono vari tipi di dati rispetto all’early voting. Alcuni ci dicono la party registration, ovvero il partito con cui quella persona si è iscritta alle liste elettorali, altri stati invece ci dicono l’etnia, altri ancora ci dicono l’età di chi sta votando in modo anticipato. In questo senso ci sono indicazioni di un certo interesse. In Texas, ad esempio, si registra una partecipazione molto elevata al voto anticipato nella contea di Austin, il che potrebbe essere un buon segnale per i democratici. In Florida c’è una situazione diversa, guardando alla “party registration” notiamo che tra i votanti c’è una quota di persone registrate come repubblicane più alta che nel 2016. Però sono tutte analisi cosiddette indirette: noi usiamo l’età o la registrazione a un partito per supporre che potrebbero essere voti pro-Biden o pro-Trump, ma la verità è che questo non possiamo saperlo con certezza. Un elettore potrebbe tranquillamente essersi registrato come repubblicano, magari vent’anni fa, e oggi votare per il partito democratico. O viceversa”.

A proposito del Texas, sul sito fivethirtyeight oggi i sondaggi sul voto in Texas danno sostanzialmente alla pari Trump (al 47,5%) e Biden (al 47,6%) per possibilità di vincere. Nel marzo 2020 Trump aveva ben 3,9 punti di vantaggio. Dati in bilico come questi come possono influenzare il voto reale?

”Beh, possono avere un impatto come lo possono avere mille altri fattori. Diciamo che i sondaggi possono far parte dello scenario che ogni elettore conosce nel momento in cui decide come votare e se votare. Lo stesso vale per altre informazioni, negli Stati Uniti ad esempio i dati sulla raccolta di fondi possono influenzare la scelta di voto, perché si sa che un candidato ha raccolto più o meno soldi di un altro.

I sondaggi, come qualunque altro frammento del dibattito pubblico, da ciò che scrivono i giornali, fino ai contenuti proposti dai media o le conversazioni tenute sui social, sono aspetti che influiscono sul ragionamento dell’elettore e che quindi possono avere un effetto. Sono cose che sappiamo: esistono testimonianze sul fatto che possa esserci un condizionamento in favore del candidato dato in vantaggio, il famoso effetto bandwagon, ma c’è anche il rischio opposto, per cui mostrare una proiezione su un’elezione ravvicinata potrebbe mobilitare i votanti del candidato in svantaggio. Penso che alla fine un effetto ci sia, ma che sia solo uno dei mille ingredienti che costruiscono la percezione dell’elettore.

Nello specifico delle percentuali texane, è vero che un effetto di questi dati in Texas può esserci, ma può essere in entrambe le direzioni: è vero che può mobilitare i democratici, che non vincono in Texas dal 1976, ma è anche vero che potrebbe mobilitare i repubblicani, magari coloro che non hanno votato quattro anni fa”.

 

L’analista Dave Wasserman mette in fila qualche dato sulla situazione attuale della corsa alla Casa Bianca: “Biden è in vantaggio con il 52%-43%, con una base di voti più stabile di quella che aveva Clinton nel 2016”. Scrive anche che “ci sono meno indecisi o votanti per terzi partiti”, e che “i sondaggi dei distretti (che causarono non pochi problemi a Clinton nel 2016) questa volta confermano i sondaggi nazionali”. Sembrerebbe quasi che i democratici possono dormire sonni tranquilli… 

“Wasserman mette in fila punti molto corretti e interessanti. Se osserviamo la curva dei sondaggi nazionali nel 2016 e la confrontiamo con quella del 2020 vediamo che nel primo caso è altalenante, cioè il supporto a Clinton e Trump sale e scende: ci sono stati almeno tre momenti di riavvicinamento tra i due (uno dopo le convention, uno a fine settembre e poi uno negli ultimi giorni di campagna elettorale). La curva del 2020 invece ci mostra che l’approvazione per i due candidati è stabile: Biden si mantiene intorno al 52%-53% e Trump è sempre sul 42%-44%. Questo è un fattore decisivo: quella del 2020 è stata per molti mesi una campagna stabile, almeno per quanto riguarda i sondaggi. Un’altra cosa che nota giustamente Wasserman è che nel 2016 Trump vinse anche perché c’era un bacino di elettori di candidati minori, come Gary Johnson, che poi alla fine si è sgonfiato e molti di quei voti sono andati a Trump. Stavolta c’è un bacino di indecisi più ridotto, e ridotto è anche il numero di persone che affermano di voler votare per un terzo candidato. Quindi è più difficile rimontare per chi è in svantaggio. Per rispondere alla tua domanda: non si può mai dormire sonni tranquilli in una campagna elettorale, e i democratici questo credo lo abbiano imparato quattro anni fa. Però, se vogliamo comparare seriamente l’elezione del 2016 e quella di oggi, possiamo immaginare che Trump ha delle chance di vittoria ma non sono elevate come quattro anni fa. Questo, alla luce dei dati di cui disponiamo, è un dato di fatto.

Un’altra cosa che cambia rispetto a quattro anni fa è che oggi abbiamo più sondaggi sugli stati decisivi, anch’essi piuttosto stabili — mi riferisco soprattutto a Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. In questi stati c’è una differenza metodologica importante rispetto al passato: nel 2016 gli istituti demoscopici non pesavano il campione per livello di istruzione, perché questo non era mai stato un fattore decisivo. Ma quattro anni fa si è visto che lo è, perché gli elettori bianchi senza laurea votarono in massa per Trump. La mancanza di questa specifica indebolì i sondaggi dell’epoca, per questo oggi molti istituti inseriscono tra i fattori chiave il livello di istruzione, e i campioni odierni sono molto più accurati. Nonostante questo, in questi stati del Midwest, il vantaggio di Biden va dai cinque ai sette punti”. 

 

Uno degli analisti più in vista della politica americana, Nate Silver, scrive che “ci sono varie teorie sul perché Trump potrebbe vincere che molto probabilmente non sono vere. Ma sommando le longshot possibilities, si arriva comunque a un 10-15% di chance, che è qualcosa da prendere in considerazione molto seriamente”. Stando ai numeri da dove viene questa possibilità di vincere di Trump?

“I sondaggi sono una misurazione, tendenzialmente accurata ma hanno un certo un margine di incertezza. Questo margine può andare in una direzione o nell’altra e non possiamo escludere che, con un errore anche solo di qualche punto, Trump potrebbe tornare vicino all’essere competitivo. Il terzo punto è il sistema elettorale americano. Se questo sistema fosse nazionale oggi avremmo ben pochi dubbi sulla vittoria di Biden, ma siccome il sistema elettorale americano è basato sui grandi elettori che il candidato vince stato per stato, basterebbe che i sondaggi siano sbagliati in soli tre stati e questo potrebbe portare a una vittoria di Trump.

Un altro fattore di incertezza viene dal fatto che gli errori dei sondaggi potrebbero essere correlati. Lo abbiamo visto nel 2016: se, per esempio, viene sottovalutato l’appeal di Trump tra i bianchi non laureati, questo lo favorisce, poniamo il caso, in Pennsylvania; ma demograficamente il Wisconsin e il Michigan sono molto simili alla Pennsylvania ed ecco che diventa probabile che lo stesso errore riguardi almeno quegli altri due stati, e magari pure il Minnesota. Diciamo che basta sbagliare, anche non di tantissimo, in un segmento specifico dell’elettorato americano perché questo errore abbia un effetto a catena. Nonostante tutto, quindi, si può dire che ci sono delle possibilità reali, anche se non altissime, di una vittoria di Trump”.

  

Un sondaggio YouTrend ha misurato la percezione degli italiani su quanto le presidenziali USA influiscono sul nostro paese. Il risultato è molto netto, ci sono picchi del 66,5% tra chi pensa che l’elezione del presidente USA sia “molto o abbastanza” importante. Si dice spesso che l’influenza degli Stati Uniti sia in declino: nello scenario internazionale, secondo te, il peso degli Usa si mantiene forte come un tempo?

“Direi che si tratta di una delle poche elezioni seguite e studiate a livello globale, ed effettivamente il sondaggio mostra che anche in Italia c’è la percezione di un’importanza notevole del voto americano. A mio parere questo si lega anche al fatto che la figura di Trump è, nel bene o nel male, una figura abbastanza straordinaria per gli standard della politica contemporanea. Trump, inevitabilmente, aumenta l’interesse in ciò che avviene nella politica degli Stati Uniti, anche in Italia.

Al di là poi da ciò che mostra il sondaggio, il tipo di guida e l’atteggiamento degli Stati Uniti sul piano internazionale hanno ancora ripercussioni notevoli, come sul rapporto tra Usa ed Europa, o sul rapporto con Cina e Russia. Non stupisce, quindi, che gli Stati Uniti rimangano, nonostante si parli spesso di declino, un paese da seguire con particolare attenzione, specialmente durante un voto che potenzialmente cambia il loro presidente”.

Fonte : Wired