Fuori era primavera, così Salvatores ci ricorda il lockdown

Doveva uscire nelle sale proprio il giorno in cui il nuovo decreto ministeriale ha imposto la chiusura dei cinema. Un bizzarro destino accompagna Fuori era primavera – Viaggio nell’Italia del lockdown, film collettivo sul lockdown realizzato montando i contributi inviati da migliaia di persone. Il regista Gabriele Salvatores non è nuovo a simili operazioni: nel 2014 aveva realizzato allo stesso modo l’appassionante e commovente Italy in a day.

Questa volta però è “di scena” la pandemia, un contesto inedito che coinvolge in maniera altrettanto inaspettata un’intera popolazione chiamata a reagire, ciascuno a modo suo, ad una situazione di assoluta emergenza. Sfilano sullo schermo scene di ospedale a cui i telegiornali ci hanno abituati, tra intubati spaventati, respiratori artificiali, infermieri e dottori affaccendati. È qualcosa che non si poteva e non si può non mostrare, dato l’intento di raccontare cos’è stato davvero il lockdown della scorsa primavera.

Lo strazio di chi non ha potuto salutare i propri cari, la commozione di dottori e infermieri nel raccontare le ultime ore di vita dei pazienti, lo sfogo colmo di dolore di una donna che ha perso la madre per un contagio in una casa di cura per anziani. E ancora, l’esodo di massa verso il Sud con i treni troppo pieni, le istituzioni in ginocchio: “Non sappiamo più dove portare i morti, ma neanche dove mettere i malati” si ammette con commozione in Parlamento.
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Sullo schermo passa tutta la depressione, lo stress, la nostalgia dei cari lontani, l’insonnia e la paura degli italiani in lockdown. Ma anche i loro, i nostri molteplici modi di reagire. Dagli allenamenti in casa ai cori sui balconi, dalle spese sospese al volontariato per aiutare gli anziani, e ancora le videolezioni, le lauree online, lo smartworking. La speranza delle mamme e dei loro splendidi pancioni, la desolazione delle strade totalmente vuote, i discorsi di Conte, la messa deserta di Papa Francesco in piazza San Pietro, persino “i lanciafiamme” di De Luca.

Chi guarda ha la sensazione fissa di uno stordente dejavu che lascia senza parole, specie quando un frate tuona: “Ma Dio dov’è?“.  Cinema, teatri, stadi, campi di calcetto e redazioni di giornali totalmente vuoti fanno da contraltare all’Italia che non si è potuta fermare neanche durante il lockdown, su tutti i rider (che in bici guadagnano 17 euro al giorno, se va bene), su cui sarebbe interessante fare un film a parte, volendo anche un documentario collettivo.

Tuttavia Salvatoresammalatosi anche lui di Covid19 di recente – ci tiene a tenere alta la speranza, ed ecco che nel film compaiono gli animali che si riprendono le città e gli spazi lasciati dagli uomini,  ma anche le proposte di matrimonio, i compleanni in casa e via zoom, i saluti via balconi e il tennis da una terrazza all’altra, gli appuntamenti a distanza al supermercato. Sono le scene in cui si riprende fiato e si torna a sorridere, guardando e ricordando i balli in casa e le musiche a tutto volume, da Bella Ciao fino alla chitarra elettrica di Mastrangelo che ci ha ammaliato tutti dai tetti di Roma. E poi, finalmente, la lenta riapertura e una sfilza di “Cosa mi manca di più” e di buoni propositi di “Cosa farò appena potrò riuscire” che oggi, col senno di poi, fanno ancor più pensare.

Proprio per il momento attuale il film è un doppio colpo allo stomaco: sensazioni ballerine si alternano nel vedere qualcosa che ci ha riguardato tutti e ci sta ancora riguardando, oggi che l’idea di un nuovo lockdown è più vicina che mai. A tratti pare di vedere qualcosa di antico, lontano, estraneo, eppure ci si riconosce e immedesima di continuo. Dal punto di vista formale nulla da eccepire, Salvatores resta il grande cineasta che conosciamo. Ma fa uno strano effetto vedere proprio ora questo documentario. Tutt’altro conto sarebbe stato guardarlo a lockdown del tutto superato, o almeno non così nuovamente imminente. Il rischio è perdere l’occasione di una “giusta distanza” dai fatti accaduti. Senza il distacco emotivo e temporale necessario, siamo davvero pronti a guardare in faccia la realtà traumatica che stiamo ancora vivendo?

Chi scrive ammette di non avere risposta. In un mare di incertezze, l’unica sicura sembra averla una signora di 103 anni, che nel documentario dice: “Io credo che nessuno ci ha capito niente, ma il mondo non può finire così“.

Voglio vederti danzare di Battiato è la canzone che chiude il film e accompagna lo spettatore ai titoli di coda, mentre una ragazza volteggia su una sedia girevole in una danza solitaria simbolo di speranza e accettazione.

Fonte : Wired