Che cosa possiamo imparare ora dalle eroine delle serie tv

Mentre i cinema chiudono per effetto del nuovo dpcm e le piattaforme di streaming fanno gli straordinari, Wired ha chiacchierato con Marina Pierri, critica televisiva e autrice del saggio Eroine, come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire. Perché Eleven di Stranger Things, Ru di Euphoria e le altre hanno parecchio da insegnarci

Mentre il mondo fuori si ferma a fasce orarie e i cinema chiudono di nuovo per effetto dell’ultimo dpcm, le piattaforme di streaming fanno gli straordinari. Siamo immersi nelle storie. Circa cinquecento l’anno, repliche escluse. Se state cercando una mappa per orientarvi (più affidabile dei titoli suggeriti da Netflix and co.), c’è un libro che, per fortuna, non è la classica guida mainstream stile guarda questo se ti è piaciuto quello. No, grazie. Eroine, come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire (Edizioni Tlon) è un testo lungo e strano (entrambi complimenti per chi scrive), e un’analisi inedita delle protagoniste delle produzioni a partire dagli archetipi del Viaggio dell’eroina (la Guerriera, l’Orfana, l’Amante, la Saggia…), una chiave di lettura che si può applicare e replicare all’infinito con qualsiasi personaggio. Non lasciatevi ingannare dal titolo e dal tema femminile: il volume è agender, genderless se preferite. L’ha scritto molto bene Marina Pierri, critica televisiva, co-fondatrice e direttrice artistica del FeST – Il Festival delle serie tv, voce del podcast Tutte col Tutù insieme a Eugenia Fattori. Insomma, è la Emily Nussbaum italiana, a cui piace guardare e raccontare il legame sempre più profondo tra serialità e società-cultura-politica, mentre tutto intorno sta cambiando.

Allora, Marina, perché non una guida alle serie?

“Perché la si trova facilmente online. E poi, perché volevo esplorare un tema ancora poco battuto, quello del Viaggio dell’eroina della psicologa junghiana Maureen Murdock, che sono convinta possa tornare utile anche agli uomini, specie a quelli che lavorano nell’industria della serialità e devono scrivere i personaggi femminili”.

Sono ancora molti più delle donne?

“Le percentuali di autrici (e non solo) a Hollywood restano basse. Secondo il sito Women and Hollywood, su 100 film del 2019 soltanto il 12% è diretto e soltanto il 20% scritto da noi. In televisione va un po’ meglio, ma restiamo comunque indietro. Nella stagione 2018/2019, il 79% dei programmi presi in esame non annoverava registe e il 25% delle donne ha assunto il ruolo di ideatrice e showrunner. C’è stato comunque un miglioramento rispetto alla stagione precedente, che invece di ideatrici e showrunner ne contava il 22%”.

Al contrario, le protagoniste femminili non sembrano poche. O no?

“Continuando a considerare la stagione 2018-2019, ammontavano al 45% su tutte le piattaforme o emittenti; di queste il 70% erano bianche, il 17% nere, il 7% asiatiche, il 6% latine e l’1% di altre etnie”.

È stato difficile selezionarne solo 22?

“È stata la parte più complicata: ho cercato di conciliare personaggi per i quali nutro sincero affetto e quelli capaci di rispecchiare una varietà di vissuti. Ovviamente, non sono partita dalla preistoria di I Love Lucy: ho preso in considerazione le eroine post 2013, una data-spartiacque tra prima e dopo l’avvento delle piattaforme di streaming, proprio per fare un ritratto della nuova televisione on demand. Oltre al criterio temporale, ho deciso di tagliare fuori le donne degli adattamenti letterari, che mi avevano imposto un livello di lettura successiva, anche se poi mi sono concessa un’eccezione con Lila Cerullo de L’amica geniale”.

Le altre italiane che hai messo nel libro sono Patrizia Santoro di Gomorra e Sana Allagui di Skam Italia. Tre su una ventina non è poco: è forse il segno che la serialità di casa nostra sta migliorando rispetto al complesso d’inferiorità di cui soffre da tempo?

“Anche! Skam Italia, per esempio, prova che è possibile fare un prodotto ad altissimo tasso di intrattenimento senza dover negoziare certi valori. Mi auguro che continueremo a costruire e rafforzare la cultura seriale made in Italy”.

Non c’è nessuna eroina di Shonda Rhimes. Come mai?

“Mi sarebbe piaciuto inserire Olivia Pope di Scandal, ma è precedente il 2013. Anche le donne di Grey’s Anatomy sono debitrici del periodo che viene prima della televisione contemporanea di cui parlo”.

La professoressa Annalise Keating de Le regole del delitto perfetto appare sugli schermi nel 2014…

“Era papabile”.

Però, alla fine, l’hai scartata.

“Non escludo di recuperarla: sto lavorando a un ampliamento di Eroine, come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire, su un mezzo differente, grazie al quale avrò spazio per includere ancora più vissuti, ancora più declinazioni di un’idea non preconfezionata di personaggio femminile. E intanto vorrei che tramontasse la dicitura personaggio femminile forte: non mi sembra ci sia mai stato bisogno di aggiungere che un personaggio maschile sia forte. È un bias culturale.

Altre escluse?

“Nomi Marks di Sense8, Arabelle Essiedu di I May Destroy You, anche se, a mia discolpa, quando ho scritto il libro la serie non era ancora uscita. E poi, Sabrina de Le terrificanti avventure di Sabrina e Nadia di What We Do in The Shadows”.

In compenso, non hai trascurato le minoranze.

“Kim Laghari di Special è una delle poche protagoniste body positive, anche se meno nota; Blanca di Pose è una donna trans e Sana di Skam Italia di religione musulmana”.

A un certo punto citi anche alcuni personaggi maschili, perlopiù antieroi: da Don Draper di Mad Men a Walter White di Breaking Bad… Chi sono invece le antieroine? Oppure non esistono, perché tutte hanno il potenziale per essere eroine?

“Esatto! Abbiamo sempre definito antieroine le donne che uscivano dai confini del femminile dettati dal patriarcato e non si conformavano all’immagine della ragazza perbene. La prima in assoluto: Carrie Bradshow di Sex and the City, scrittrice, per certi versi ribelle, musa di se stessa in una società che adora classificare le donne come muse, stereotipo che non mi fa impazzire. Invece è più giusto parlare di ‘eroine ombra’, che incarnano cioè delle caratteristiche che possono essere sanzionate a livello sociale o che rappresentano degli ostacoli all’autodeterminazione. Un esempio su tutti: Alex Levy di The Morning Show con la Sindrome dell’Unica, come la chiamo”.

Spiega.

“Il successo femminile continua a esistere in termini patriarcali, per cui il potere è una torta finita e non ci sono abbastanza fette per tutte. Tradotto: se sono già limitati gli spazi per me, io non posso certo cederli alle altre; il che mi pone in una posizione di automatico svantaggio, perché non riesco a fare rete”.

Qual è l’eroina che manca e che ti auguri di vedere presto su qualunque schermo?

“È facile: una donna con disabilità. Anche se comincia già a esserci qualche personaggio con disabilità, appunto, – penso a Steve Way in Ramy e a Ryan O’Connell in Special –, c’è bisogno di una grande storia femminile che mostri quanto l’abilismo sia drammaticamente radicato”.

Emily Nussbaum, nel libro Mi piace guardare, dice che il suo guilty pleasure è stato e sempre sarà Buffy l’ammazzavampiri. Anche tu ne hai uno?

“Sono contraria al concetto di guilty pleasure: se una serie ti dà piacere, non c’è ragione di vergognartene. Continuiamo a essere molto condizionati dalla distinzione tra cultura alta e bassa, eppure io credo che esistano soltanto prodotti fatti bene o male. Dunque, non mi imbarazza dire, per esempio, che amo Riverdale e tutto l’universo di Roberto Aguirre-Sacasa tra cui Le terrificanti avventure di Sabrina. Ciò che guardo in genere mi incuriosisce, e non esiste ragione per sentirsi in colpa della propria curiosità”.

Dove preferisci guardare le serie?

“Quando ho cominciato come giornalista musicale, si diceva della categoria che avesse i peggiori impianti stereo. Ecco, oggi al pari ho vecchi televisori che collego al computer. Perché ciò che conta è l’atto di guardare, che è così straordinariamente complesso e attivo: smuove talmente tanto dentro di noi… idee, convinzioni, sentimenti… ed è difficile afferrarli tutti. Quando una serie riesce a smantellare le nostre certezze, ha già ottenuto un risultato incredibile”.

Fonte : Wired