Ora possiamo dirlo: Veneto e Campania non sono stati un modello di gestione Covid

In un caso un efficiente sistema sanitario territoriale e nell’altro il carisma nel comunicare, ci avevano convinto che Zaia e De Luca fossero gli uomini giusti per contenere la pandemia. Gli ultimi dai sui contagi rivelano che non è così

C’erano una volta i governatori del Covid-19. Mentre nel corso della primavera alcune regioni affondavano sotto i colpi della malagestione dell’emergenza sanitaria, su tutte la Lombardia del leghista Attilio Fontana, in altre la situazione appariva decisamente più sotto controllo, per la mano ferma e la freddezza dei rispettivi governatori. Due regioni su tutte nei mesi scorsi si sono contraddistinte da questo punto di vista, Veneto e Campania, un successo che si è riflesso nelle urne elettorali e che a settembre ha visto un plebiscito nella rielezione dei rispettivi governatori, Vincenzo De Luca per il Partito democratico e Luca Zaia per la Lega.
Poi è arrivata la seconda ondata, nelle ultime settimane. E la sensazione è che abbia sparigliato le carte, obbligandoci a una riflessione su come oggi, e quindi anche ieri, sia stata effettivamente gestita la pandemia a livello locale. Se da una parte chi aveva fatto male continua a fare male, come la Lombardia che appare nuovamente allo sbando in termini di contagio tra caos tamponi, scorte esaurite di vaccini anti-influenzali e ordinanze di facciata con cui celare il proprio nulla cosmico gestionale, dall’altra nuove ombre oscurano quei modelli del passato come appunto il Veneto e la Campania.

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In primavera il Veneto è apparso come un caso più unico che raro, in poche settimane era passato da essere terra del primo grande focolaio, quello di Vò, a esempio nella discesa drastica della curva dei contagi. Lo chiamavano modello Zaia, poi nei mesi successivi è emerso come in realtà le cose non stavano proprio così. Se in Veneto le cose sono andate bene, è grazie a un sistema sanitario dove il pubblico è ancora forte e dove la medicina territoriale svolge ancora un ruolo decisivo: esattamente l’opposto di quello che succede in Lombardia dove il peso del privato nella sanità è stato indicato come una delle principali cause del suo disastro. Se c’è qualcuno che nel corso degli anni ha provato a smantellare tutto questo in chiave privatistica e dunque “lombarda”, quello è stato proprio Zaia. La fortuna sua e della sua regione, oggi, è che non c’è mai riuscito. Fondamentali nell’emersione del modello veneto nella lotta al Covid-19, poi, sono state le intuizioni e gli studi dell’Università di Padova, guidate dal professor Andrea Crisanti.


Oggi però in Veneto sta vivendo un nuovo boom di contagi, con numeri molto lontani, in senso negativo, da quelli della primavera. E soprattutto, la regione è salita agli onori della cronaca per l’inefficienza in quella che è tra le armi più importanti nella lotta al virus, il suo monitoraggio. Si è scoperto, in particolare, che Immuni in Veneto non funziona.
Anche in Campania si è parlato di una sorta di modello, nel senso che il governatore-sceriffo Vincenzo De Luca è diventato famoso per la sua abilità nell’imporre restrizioni e coprifuochi, in un momento in cui il lockdown sembrava l’unica soluzione per uscirne vivi a lungo termine. E la Campania è diventata un esempio virtuoso in questo senso. Oggi è però tra le regioni messe peggio in termini di contagio, ricoveri e pressione sugli ospedali. E il jingle paternalistico di sei mesi fa da parte del governatore De Luca, focalizzato sul puntare il dito contro “gli irresponsabili” ed emanare ordinanze restrittive a ripetizione, è tornato in auge. È di nuovo modello Campania, verrebbe da pensare, ma la realtà è che se la prima volta l’abilità comunicativa del governatore poteva funzionare per nascondere le inefficienze della regione, alla seconda il trucchetto è venuto alla luce del sole.

È da giugno che aumentano i contagi. Non ci sono medici o infermieri in più, niente tamponi o nuovi posti letto. Assistenza domiciliare completamente assente. Cosa è stato fatto in tutti questi mesi di proclami e lanciafiamme?”, ha tuonato il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Il governatore che quotidianamente puntava il dito contro i propri cittadini e imponeva un apparente modello a tolleranza zero, è lo stesso che nel tempo ha smantellato la medicina territoriale e negli ultimi mesi non ha prevenuto il rischio di una seconda ondata. Oggi si trova a dover gestire una situazione esplosiva.

I governatori del Covid-19, quei modelli positivi a cui il paese si era aggrappato nei mesi scorsi, oggi stanno mostrando tutti i loro limiti. La sensazione è allora che più che modelli positivi con il proprio marchio, quelle dei mesi scorsi fossero campagne di comunicazione in chiave elettorale. Prendersi meriti non propri, puntare il dito contro altri per celare le proprie inefficienze, salvare la propria immagine. Ieri ha funzionato ma oggi la seconda ondata ci sta raccontando un’altra storia.

Fonte : Wired