In assenza del corpo

22 ottobre 2020 17:18

Ha visto il padre l’ultima volta nella camera mortuaria dell’ospedale di Bergamo. Il naso pieno di sangue, gli occhi pieni di sangue. Claudio, Claudio Longhini, era laggiù, dentro una bara. Cristina era sola, senza la madre, né la sorella che erano in quarantena fiduciaria con i sintomi della malattia. Lo ha dovuto riconoscere, dire che quel corpo morto, quel corpo estraneo era quello di suo padre.

Ma avrebbe voluto dire la verità: che quello non era suo padre, suo padre il tenero, suo padre l’irrequieto, suo padre il silenzioso. Invece ha detto: “Sì, è lui” ed è uscita dalla sala. L’infermiere le ha messo fretta: “Si sbrighi, signorina, c’è la fila”. Avrebbe voluto parlare con i medici, sapere cos’era successo nelle ultime ore di vita di Claudio, avrebbe voluto salire nel reparto, vedere quello che ha visto lui nei giorni prima di andarsene. E invece si è lasciata l’ospedale alle spalle, senza che nessuno dei medici le abbia voluto parlare.

Le hanno messo in mano un sacco della spazzatura azzurro con dentro una valigia. Dentro, le poche cose di suo padre: le pantofole, gli occhiali, un paio di magliette pulite, una giacca e poi un pigiama sporco di sangue. Dopo il riconoscimento, Cristina si è attaccata al telefono: dove lo porteranno ora? Non le hanno detto dove sarebbe stato portato il corpo per essere cremato. Via da Bergamo con i carri militari, via dalla città infetta, dalle sirene delle ambulanze che non smettono di suonare, via dall’epicentro dell’epidemia. Mentre il resto del paese ancora faticava a capire e a credere, il padre di Cristina è morto in un ospedale.

Era il 19 marzo 2020, la festa del papà.

Claudio è morto di covid a 65 anni. Sembrava avere ancora molto da vivere con i suoi capelli scuri, il suo fisico asciutto, la sua aria protettiva, la sua passione per le moto e per il mare, e invece è morto in primavera. Sei mesi dopo, mentre la maggior parte delle persone ha ricominciato a vivere, Cristina non fa che pensare a quello che le è successo. Ogni tanto guarda la chat di famiglia, immaginando che prima o poi apparirà un messaggio del padre.

A quarant’anni Cristina ha scoperto l’insonnia. Dorme solo poche ore per notte. L’ultima telefonata con suo padre la tormenta. La sua voce spezzata, le sue ultime parole: “Chicchi, sto male”. Claudio ha sempre chiamato così la sua primogenita. Dopo quella telefonata, Cristina e la sua famiglia non hanno saputo più niente per giorni. Mentre suo padre era in ospedale ogni notte, dopo aver messo a dormire suo figlio Filippo, Cristina ascoltava una canzone di Enya, Diamonds on the water, si concentrava e provava a pensare al volto di Claudio sotto al casco, il rumore del ventilatore. Le lacrime che ha versato in quelle notti le hanno scavato due rughe profonde in mezzo alla fronte.

Da mesi Cristina si sveglia tre o quattro volte per notte e mentre la sua casa è immersa in un silenzio immobile, lei ripercorre tutti i passaggi, tutti i minuti di quella telefonata che le è arrivata dall’ospedale una mattina di marzo alle cinque, avvertendola che suo padre stava per morire. “Il sangue non raggiunge più gli organi periferici”, le hanno detto al telefono alle cinque di mattina, poi più nulla. Era la voce di un uomo. Cristina ancora oggi prova a immaginare chi fosse, come fosse vestito, quanto fosse alto, che faccia avesse. Se lo immagina giovane, magro, con gli occhiali. Se lo immagina educato e distaccato. Sa il nome di quel medico che le ha annunciato che di lì a poco suo padre sarebbe morto. Aveva una voce gentile e fredda. Chissà che ha fatto dopo aver riabbassato la cornetta, quanti altri parenti ha avvertito, quanto è stato in ospedale e che ha raccontato di quella giornata ai suoi familiari, quando è rientrato a casa a fine turno.

Sono passate tre ore da quando ha ricevuto la telefonata dall’ospedale a quando ha deciso di richiamare, perché non aveva avuto ancora notizie. Tre ore. Di notte, quando non riesce a dormire, ripensa ancora a quel tempo dilatato. Non ricorda esattamente cosa sia successo in quell’intervallo. Si ricorda la chiamata di sua madre: “Hanno fatto sapere qualcosa dall’ospedale?”. La sua risposta negativa. Quindi la decisione di prendere il telefono in mano e affrontare la realtà. La lentezza del gesto con cui ha digitato il numero, poi gli squilli, l’attesa e dall’altra parte, una voce diversa da quella che l’aveva svegliata all’alba, una voce che ha pronunciato le parole che si aspettava di ascoltare. “Suo padre è morto, venite a prendere le sue cose, qualcuno deve venire a riconoscerlo, perché non ha documenti con sé”. Lo strano suono di quelle parole immaginate. La fitta che le è scoppiata sotto le costole, il cuore esploso, la testa esplosa.

Il dolore è la più rapida delle metamorfosi: in un attimo quello che eravamo prima non esiste più. Ha abbassato la cornetta, ha cominciato a piangere. Suo figlio l’ha guardata spaventato e si è messo a piangere anche lui, gettandosi a terra. Cristina ha preso il bambino in braccio e l’ha portato sul divano. Il dolore è una metamorfosi rapida, arriva come un’onda scura dal profondo di una voragine cerebrale e travolge tutto.

Claudio ha cominciato a stare male il 2 marzo. Aveva febbre, diarrea, nausea. Il medico di base non è andato a casa a visitarlo, ha prescritto al telefono antibiotici, antipiretici e fermenti lattici. “È un’influenza intestinale”, diceva al telefono. Cristina non vedeva suo padre da gennaio, i casi di covid aumentavano intorno a lei. Sua madre è una farmacista, anche lei è stata male, ha avuto i sintomi della malattia per due mesi, ma più lievi. Le due donne erano sicure che Claudio si fosse ammalato di covid. Ma il medico di base non voleva andare a visitarlo. Una settimana dopo la madre di Cristina ha chiamato il pronto intervento, l’ambulanza, il 118, ma non sono andati a visitarlo. Dieci giorni dopo, l’11 marzo Claudio è stato finalmente visitato da un dottore. Era in fin di vita. L’ossigeno nel sangue era molto basso ed è stato trasferito di urgenza in ospedale. Dopo una settimana dal ricovero, le sue condizioni di salute sono ulteriormente peggiorate: è stato intubato, ma poi riportato in reparto. Non c’erano posti in terapia intensiva.

“Non ci sono posti”, hanno detto a sua madre al telefono il 18 marzo. Allora Cristina ha chiamato tutti quelli che conosceva, ha perfino cercato una raccomandazione per un posto in terapia intensiva, ma non c’è stato niente da fare. Claudio è morto il 19 marzo alle 5.45. Quarantacinque minuti dopo che la famiglia era stata avvertita del peggioramento irreversibile. Cristina e la madre hanno dovuto aspettare ore per sapere che Claudio se ne era andato in una corsia di ospedale, Cristina alle dieci era fuori dall’ospedale di Bergamo, ma ha dovuto aspettare quattro ore prima di entrare nell’obitorio per riconoscere suo padre.

Cosa è successo in quelle ore? Più dell’ultima immagine di suo padre nella camera mortuaria, è quella maglietta del pigiama sporca di sangue a non farla dormire. Per questo ha deciso, insieme ad altri parenti delle vittime del covid, di sporgere denuncia, vuole capire che cosa sia successo in quei giorni, dentro quel reparto in cui non è mai entrata e da cui non riesce a uscire. La cartella clinica di suo padre non è mai riuscita a vederla, è stata sequestrata, perché la procura di Bergamo, nel frattempo, ha aperto un’inchiesta. Ma Cristina continua a fare ricerche per conto suo, vuole capire come sia stato possibile perdere suo padre in così poco tempo. Ha trovato il medico che quella mattina l’ha chiamata, gli ha chiesto di incontrarsi. Si sono scambiati dei messaggi sulla chat di Facebook, ma poi lui è sparito, non la vuole vedere.

Cristina vive e lavora a Milano, fa la farmacista, lo stesso lavoro di sua madre, e nei giorni del picco dell’epidemia non si è potuta assentare: era stanca, stremata dai turni, e preoccupata per i suoi familiari. Non vedeva i suoi genitori da gennaio, perché suo figlio Filippo aveva avuto l’influenza e poi avevano deciso di non incontrarsi per evitare di infettarsi. L’ultima volta che ha visto il padre era una domenica di gennaio, era andata a trovarli per pranzo, lui le aveva comprato dei ravioli da portarsi a Milano. Prima di andare via, come sempre al momento dei saluti, Cristina aveva affondato il viso nel suo abbraccio.

Non poteva immaginare che quella sarebbe stata l’ultima volta. A casa dei suoi genitori, sul comodino accanto al letto, c’è ancora il bicchiere d’acqua mezzo pieno, da cui Claudio ha bevuto prima di essere portato via, la fede che si è sfilato dal dito prima di salire sull’ambulanza. È lì dalla sera in cui l’hanno ricoverato in ospedale. Sua madre non vuole più dormire in quella camera da letto, non si siede neppure più sul divano davanti alla tv come faceva di solito con suo marito. La casa le sembra vuota e anche il cagnolino di Claudio, Dodi, un cocker di 15 anni, non si sente molto bene. È anziano e malandato. Ma la madre di Cristina lo cura con un accanimento che la tiene in vita.

È dimagrita quasi dieci chili in pochi mesi, la perdita del marito è un’amputazione. Cristina sogna spesso di gridare senza riuscire a tirare fuori la voce. Si sente congelata. I primi tempi piangeva all’improvviso. Ora invece prova un senso di estraneità. Quando è al lavoro, in farmacia, le capita di guardare dritto negli occhi le persone che incrocia per capire se abbiano avuto lutti anche loro o se invece siano stati risparmiati dalla malattia, le sembra di vedere una luce diversa in chi non è stato toccato. È come se avessero già dimenticato. Alcuni entrano nella farmacia senza mascherina.

Tutto può cambiare in un attimo, si ripete, mentre guarda la testolina bionda di suo figlio Filippo che ha tre anni. “Il nonno è come un palloncino che è volato in cielo, non lo ripigli più”, le ha detto il bambino una sera, mentre giocavano nella sua cameretta. Per molto tempo Cristina non capiva perché i suoi amici non le chiedessero nulla di quello che era successo. Neppure “come stai?” le domandavano. Ne ha sofferto molto, ma poi ha capito. Il dolore per la perdita improvvisa di una persona cara è la più rapida delle metamorfosi. Il mondo di prima sparisce. La maggior parte delle persone non riesce a nominare quel dolore. Molti hanno paura di essere portati in quel punto esatto in cui si guarda alla vita dalla prospettiva della morte. Una sua amica, la sua migliore amica, un giorno le ha detto: “Quello che hai vissuto è troppo grande, non riesco nemmeno a immaginarmelo, per questo non ti chiedo nulla”.

“Hanno paura di ferirmi o hanno paura e basta?”, si chiede Cristina.

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Questa solitudine è un’altra conseguenza della morte di Claudio. Nemmeno con sua madre e sua sorella riesce a parlare di lui. È come se questa assenza avesse scavato una distanza. Cristina non esce volentieri, è ingrassata di otto chili nel giro di pochi mesi, le viene una fame ansiosa quando è in casa, mangia molto senza rendersene conto, il suo corpo minuto e aggraziato si è appesantito. Non le era mai successo di ingrassare tanto rapidamente. Le manca molto suo padre, l’intimità che c’era tra di loro, quel sentirsi sempre protetta. Il parlarsi senza parole, che condivideva solo con lui. Quando torna a casa dei suoi a Bergamo la prima cosa che fa è andare in garage, dove c’è ancora parcheggiata l’auto di suo padre. Claudio faceva il rappresentante di prodotti per il gelato e ha passato molte ore della sua vita dentro quella macchina bianca.

Sul cruscotto sono ancora appoggiati i suoi guanti di lana. Cristina si siede sul sedile, con le mani sul volante, accende il motore, il riscaldamento è acceso, esce aria calda come l’ultima volta che Claudio ci è salito. È lì che lo sente più vicino: c’è la gazzetta sul sedile e l’Arbre Magique dell’Atalanta, la sua squadra. La macchina è come un uovo, i vetri separano il dentro dal fuori, il freddo dal caldo, il presente dal passato, fuori c’è la strada, la casa, la città. Dentro c’è Cristina che prova ancora una volta a parlare con Claudio. Vorrebbe dire delle cose, ma sente che ci sarebbe bisogno di più tempo e se quel tempo non ci sarà quelle cose non le dirà, ma non importa, non ha fretta, le basta riconoscersi in quell’intimità. Per un attimo non sente l’affanno. Se lo immagina seduto, in silenzio, calmo e interrogativo. Immagina di guardarlo, mentre lui la guarda. Vorrebbe che fosse un sempre, invece è proprio un mai.

“Sarà sempre inverno”, pensa quando vede quei guanti di lana appoggiati sul cruscotto, anche se nel frattempo è finita la primavera e pure l’estate. Spegne il motore, si alza, chiude lo sportello dell’auto dietro di sé. Ma una parte di lei rimane lì, ferma, sulla soglia di quell’inverno.

Fonte : Internazionale