Il coprifuoco scatena l’ira di bar e ristoranti: “Con nuove misure 100mila dipendenti rischiano di finire per strada”

Un ristorante chiuso nel centro storico della Capitale durante il lockdown (foto Ansa)

“Chiudeteci e sospendeteci le tasse, è meglio che tenerci aperti con regole infernali”. È un grido disperato quello di Roberta Pepi, titolare del ristorante Robertino di via Panisperna al rione Monti e associata di Mio Italia, gruppo di imprese operanti nel settore Ho.Re.Ca., ospitalità e turismo. Prima il dpcm arrivato da palazzo Chigi, ora il coprifuoco regionale dalle 24 alle 5, nel mezzo l’incubo delle prenotazioni che crollano fino, di sabato sera, anche allo zero. “A settembre eravamo al 30% di fatturato rispetto a quello dell’anno prima, oggi siamo al 10%”. Un calo pesante quanto inatteso, che accende una spia sul dramma vissuto dagli operatori del settore. 

Ricordiamo che le due principali misure contenute nel decreto che interessano bar, locali e ristoranti sono l’orario di chiusura, alle 24, il divieto di consumare in piedi nelle adiacenze del locale dopo le 18, e l’obbligo di sedere in non più di sei al tavolo. “Sono indicazioni fumose, che possono essere variamente interpretate” spiega Pepi. Perché “fino alle 24” cosa vuol dire? Che entro quell’ora deve uscire l’ultimo cliente oppure che la saracinesca deve essere abbassata? E ancora, non consumare “nelle adiacenze” si intende a quanti metri dal locale? E come funziona per chi non ha suolo pubblico pagato davanti all’attività? Poi c’è la questione delle sei persone a tavola: la distinzione tra congiunti e non congiunti non esiste più? Una serie di Faq (Frequently asked questions) che il gruppo MIO ha inviato a tutti i livelli istituzionali senza ricevere risposta. 

E ora al decreto si aggiungono anche le incertezze legate alla nuova ordinanza regionale. Dalle 24 non si circola più, se non muniti di autocertificazione per motivi di comprovata urgenza, di lavoro o di salute. Quindi non solo il ristorante, o locale che sia, doveva chiudere a quell’ora. Adesso i clienti devono assicurarsi per mezzanotte di essere già a casa.

“Vuol dire che devono mangiare con l’imbuto” commenta Pepi. “E allora per non rischiare di fare tardi, a cena non ci vengono proprio. Poi ancora prima è passato il messaggio che stare nei ristoranti è pericoloso perché sono luoghi chiusi, da quando Conte (il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ndr) ha detto di stare attenti anche in casa”. A questo punto, dice Pepi, “meglio chiuderci e sospendere i pagamenti delle tasse, sospendere le scadenze tipo quella del 30 ottobre. Così ci uccidete”. Per il 2 novembre l’associazione Mio Italia ha in programma una nuova protesta, dopo quella andata in scena ieri con le pile di cartoni di pizza e lo striscione  “Ci avete preso a pizze in faccia. Aiutateci a non morire”, con decine di ristoratori riuniti (e infuriati) fuori dal ministero dell’Economia. 

pizze in faccia-2

Insomma, un quadro disastroso che promette solo di peggiorare. “Al 30 novembre, con le restrizioni attuali, i dati di cui disponiamo contano perdite economiche per la ristorazione a Roma di oltre 700 milioni di euro, con 100mila dipendenti che rischiano di finire in mezzo a una strada” dichiara Claudio Pica, presidente della Fiepet-Confesercenti di Roma e Lazio. “Previsioni catastrofiche, di fronte alle quali gli esercenti non possono farcela da soli. Governo Conte ed Enti locali – Regione Lazio e Roma Capitale con la sindaca Raggi – mettano in campo risorse a fondo perduto, agevolazioni fiscali, snellimento procedure. Sostegno concreto alle imprese, altrimenti a Roma sarà povertà. Per tutti”. 

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Fonte : Roma Today