Il terrorismo di destra dei suprematisti bianchi negli Usa non è mai stato così pericoloso

È diventato “la prima causa di incidenti ideologicamente motivati” negli Stati Uniti, primato che dall’11 settembre 2001 in poi era sempre spettato alla minaccia jihadista. E non sembra dispiacere troppo a Donald Trump

Un estremismo violento, straordinariamente letale nei suoi “ripugnanti attacchi mirati” messi in atto per “indurre un cambiamento ideologico negli Stati Uniti servendosi di violenza, morte e distruzione”. È la definizione di suprematismo bianco contenuta nell’introduzione all’annuale report pubblicato dal Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti, un volume di 25 pagine che tratteggia meglio di qualunque saggio il volto di una nazione divisa, disorientata e in balìa di una minaccia terroristica che questa volta arriva dal cuore della stessa America.

Il documento porta la data del 6 ottobre 2020, ma è invecchiato molto rapidamente. Di lì a due giorni, infatti, l’Fbi avrebbe sventato un piano che prevedeva il rapimento della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, progettato da 8 uomini ora accusati di appartenere a una milizia che agiva come un’organizzazione terroristica. È il nuovo volto del suprematismo bianco, più organizzato e letale che mai, ben introdotto nelle stazioni di polizia locali ma soprattutto mai ufficialmente condannato dal comandante in capo delle forze armate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

L’evoluzione del terrorismo di destra

Partiamo dai dati. Dal 2018 a oggi, i suprematisti bianchi hanno ucciso più di quanto abbia fatto qualunque altra minaccia di terrorismo interno negli Stati Uniti: una violenza ideologicamente motivata che ha toccato il suo apice nel 2019, quando l’estremismo di matrice razziale ha prodotto 39 delle 48 vittime dovute al terrorismo made in Usa. Il bilancio del terrore interno non era mai stato così grave dal 1995, l’anno in cui l’esplosione di una bomba a Oklahoma City aveva causato la morte di 168 persone. 

L’attacco più sanguinoso avvenuto sul suolo americano nel 2019 è stato quello di El Paso, in Texas, dove il 3 agosto un ventunenne armato di kalashnikov ha aperto il fuoco uccidendo 23 persone, spinto dall’odio anti-ispanico e ossessionato dalla teoria della sostituzione etnica. Lo scorso settembre, nel corso di un’audizione davanti al Congresso, il direttore dell’Fbi Christopher Wray ha dichiarato che “l’estremismo violento di matrice etnica e razziale” è diventato “la prima causa di incidenti ideologicamente motivati” negli Stati Uniti, primato che dall’11 settembre 2001 in poi era sempre spettato alla minaccia jihadista. 

Uno studio pubblicato nel 2012 dal Combating Terrorism Center di West Point fa risalire al 2007 l’inizio dell’escalation del terrorismo motivato da odio razziale negli Stati Uniti e in generale, secondo l’Fbi, tra il 2008 e il 2018 il 73% degli omicidi ideologicamente motivati in America sono stati commessi da esponenti di estrema destra, a fronte del 23% riconducibile al terrorismo islamista. Nonostante ciò, nello stesso periodo l’agenzia governativa di polizia federale ha destinato l’80% delle sue risorse alla lotta contro il terrorismo internazionale e il restante 30% per occuparsi di quello domestico. 

Siamo dunque di fronte a una minaccia tragicamente nota, che secondo l’ultimo rapporto dell’Anti-Defamation League negli Stati Uniti ha causato 261 vittime negli ultimi dieci anni e che nonostante tutto le autorità stentano a prendere troppo sul serio. Eppure qualcosa sta cambiando. 

L’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di Covid-19, unita alle proteste di Black Lives Matter contro il razzismo sistemico e la brutalità della polizia negli Stati Uniti, ha fornito ai militanti di estrema destra l’occasione per uscire dall’ombra e scendere in strada, armi in pugno, presentandosi come vigilantes schierati a difesa dell’ordine pubblico e della proprietà privata. Una narrazione tossica, che nella maggior parte dei casi è stata avallata – quando non esplicitamente incoraggiata – dalle forze di polizia locali, e che ha prodotto vere e proprie azioni di guerriglia urbana, sfociate nell’uccisione di due manifestanti a Kenosha.

Quello del rapporto tra suprematisti militanti e polizia locale è un tema molto delicato negli Stati Uniti, dove – contrariamente a quanto sta accadendo in Germania – non è stata intrapresa nessuna reale azione volta a stanare gli agenti infedeli. Secondo un report compilato a fine agosto 2020 da Michael German, membro del Brennan Center for Justice ed ex agente federale infiltrato nei gruppi suprematisti, esisterebbero numerosi «collegamenti attivi» documentati dall’Fbi tra organizzazioni di estrema destra e agenti di polizia. Il tutto mentre la stessa Fbi conduce operazioni sotto copertura nelle milizie, come quella che ha sventato il rapimento della governatrice in Michigan.

Le simpatie di parte della polizia americana nei confronti degli estremisti di destra non sono del resto un segreto ben custodito, come raccontano le immagini delle recenti proteste di Newport News, in Virginia, dove alcuni esponenti armati dei Boogaloo Bois sono stati invitati dagli stessi agenti a tenere un comizio illegale davanti alla locale stazione di polizia (dopo un pacifico scambio di bevande tra le parti). Ma il riconoscimento di fatto dei gruppi suprematisti come attori politici arriva da un punto più alto della catena di comando e ci porta, ancora una volta, a parlare di Donald Trump. 

Donald Trump e il suprematismo

Gran parte del rinnovato attivismo messo in campo dalle formazioni suprematiste può essere spiegato con l’atteggiamento ambiguo mostrato sul tema da Donald Trump. Com’è noto, il presidente degli Stati Uniti non ha mai esplicitamente condannato la violenza dei gruppi di estrema destra e in alcuni casi ha più o meno involontariamente fatto il loro gioco.

Il 17 aprile 2020, con una serie di tweet, Trump si è scagliato contro le amministrazioni democratiche di Minnesota, Michigan e Virginia, lanciando un generico appello al fine di “liberarle”. Meno di due settimane più tardi, gruppi armati di estrema destra si erano ritrovati per circondare il Michigan State Capital, sede della governatrice. Secondo il candidato democratico alla presidenza Joe Biden, proprio quei tweet di Trump sarebbero alla base del fallito piano per rapire la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer e di quello – solo tratteggiato – che avrebbe dovuto portare alla deposizione del governatore democratico della Virginia Ralph Northam.

Al di là delle sue reali intenzioni, le parole di Donald Trump si sono insomma trasformate nel carburante di un tentato golpe, una circostanza che non ha comunque sortito alcun effetto sull’inquilino della Casa Bianca, che poche ore dopo il fallito rapimento attaccava su Twitter la governatrice Whitmer, accusandola di aver fatto “un lavoro terribile” e di non averlo ringraziato per lo scampato pericolo.

Come ha raccontato al Guardian l’esperta di terrorismo Vanda Felbab-Brown, Trump non solo si è rifiutato di condannare i gruppi suprematisti, ma su Twitter ha costantemente comunicato con loro, utilizzando messaggi pericolosamente ambigui. “I messaggi di Trump ai gruppi sono stati tanti e disastrosi, un po’ come accaduto con Bolsonaro in Brasile e Duterte nelle Filippine” ha spiegato Felbab-Brown, “quei messaggi hanno provocato molti danni agli Stati Uniti”.

Dai richiami all’ordine invocati via Twitter allo “stand back and stand by rivolto in diretta nazionale ai Proud Boys (che hanno accolto il messaggio come un endorsement), le parole di Trump hanno avuto l’effetto di galvanizzare i gruppi suprematisti, che hanno interpretato la mancata condanna del presidente come una chiamata alle armi. In tutto questo, il prossimo 3 novembre andranno in scena le presidenziali americane, una tornata elettorale resa ancor più delicata dalla possibilità che Trump possa non riconoscere l’esito del voto. In quest’ottica, la mobilitazione armata degli estremisti di destra non è decisamente una buona notizia.

Fonte : Wired