Peninsula non ha nulla del genio di Train to Busan: è un action all’americana

Presentato alla Festa del Cinema di Roma e al Trieste Science+Fiction da Tucker Film, il sequel (non sequel) dello zombie movie Train to Busan è un blockbuster tutto azione e adrenalina che può garbare se si evitano i confronti con il predecessore

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Peninsula, il sequel (ma non è un sequel) del miglior zombie movie degli ultimi anni, Train to Busan, avrà una première italiana il 22 ottobre alla Festa del cinema di Roma (sì, la kermesse si tiene fisicamente nonostante la pandemia, il che rende la presenza in programma di una parabola postapocalittica su un virus letale davvero esilarante), quattro anni dopo l’acclamato debutto del capitolo con Gong Yoo al Festival di Cannes. Il film, che verrà presentato anche al Trieste Science+Fiction (evento fruibile anche online, come il Far East Film Festival e il Florence Korea Film Fest), è un mix di horror, azione e fantascienza scritto e diretto dal regista Yeon Sang-ho, responsabile di aver dimostrato che un genere apparentemente rigido e dogmatico come quello degli zombie possa ancora offrire soluzioni narrative e stilistiche inedite e originali.

La storia si svolge quattro anni dopo che i viaggiatori del treno per Busan erano stati assaltati da un’orda di non morti velocissimi, vitalissimi e snodati. Quasi nessuno di loro era sopravvissuto agli assalti di questi cannibali nello spazio ristretto dei vagoni del convoglio, quasi nessuno aveva avuto la possibilità di scoprire di aver assistito ai primi momenti di diffusione di un virus che avrebbe virtualmente isolato la Corea dal resto del mondo, rendendola una zona rossa inaccessibile, abbandonata a se stessa e popolata da pochi sopravvissuti abbrutiti. Il marine Jung-seok (Gang Dong-won), supersoldato agguerrito e spietato, era riuscito ad abbandonare la penisola con la sorella e il nipote per imbarcarsi su una nave per Hong Kong, malauguratamente infetta. Anni dopo è un reietto in terra straniera che per sopravvivere alle discriminazioni e alla fame accetta con un gruppetto di altri disperati di tornare illegalmente i patria per recuperare un carico prezioso.

Peninsula si rifà alla stessa mitologia di Train to Busan e di Seul Station restando narrativamente slegata dai prequel: si discostano personaggi, storia, addirittura genere. Train to Busan era un gioiellino in grado di far sobbalzare sulla poltrona del cinema a ogni assalto di zombie, di far arrabbiare con la sua denuncia della rigidità delle caste tipica della società coreana, e di far commuovere grazie a personaggi sfaccettati e approfonditi, Peninsula è niente di più che un blockbuster in salsa action; più che un horror movie asiatico sembra un ipervitaminico filmone americano, pieno di esplosioni, inseguimenti in automobile (e altri mezzi), gente che si ammazza ricorrendo a ogni tipo di arma concepibile e personaggi dalle psicologia appena abbozzata.

Quando Jung-seok sbarca in Corea sembra Jena Plissken (gli fa pure il verso) nel sequel di 1997: Fuga da New York, ovvero Fuga da Los Angeles; quando il marine realizza come i suoi simili siano più pericolosi dei non morti che lo inseguono le analogie con The Walking Dead si fanno lampanti. Quando il cognato Chul-min viene catturato dagli ex miliziani della Unit 631 e si ritrova costretto a lottare con gli zombie in un’arena come un gladiatore romano per far divertire un pubblico di selvaggi ritorniamo con la mente a Mad Max che affronta Master Blaster in Oltre la sfera del tuono, e quando più tardi sono di nuovo braccati Peninsula si trasforma in uno spinoff di Fury Road. Peninsula è la produzione asiatica più derivativa dai blockbuster americani che ci sia capitata di vedere negli ultimi anni.

Mettere da parte i confronti con Train to Busan e smettere di pretendere che Peninsula sia allo stesso livello è la premessa necessaria per godersi un film altrimenti appena guardabile e per trovarlo meno banale e scontato di quello che è. La messa in scena desolata dei territori ricoperti di cadaveri e macerie conquistati dagli zombi, le mandrie di non morti che inseguono implacabilmente chiunque capiti loro a tiro, l’imprevedibile e psicolabile Seo, villain pazzo dalla personalità diametralmente opposta a quella del tormentato e mesto Jung-seok, sono gli elementi di un buon action movie. La sequenza che vede il marine aggirarsi nel silenzio quasi assoluto, l’entrata in scena del gomitolo di zombie, sono altri momenti memorabili (il resto è spoiler).

In Peninsula, c’è, come accennavano, molto potenziale mancato: di certo non è mancato al regista il tempo per escogitare espedienti narrativi nuovi e sicuramente non gli manca la fantasia. Yeong Sang-ho fa bene ad accantonare i riferimenti a Train to Busan, ma è un peccato; probabilmente la presenza di Gang Dong-won è stata di forte influenza: l’attore iconico del capolavoro Duelist si è messo a studiare l’inglese qualche anno con l’intenzione di prepararsi a un debutto cinematografico hollywoodiano e deve aver puntato molto su questo ruolo alla Bruce Willis di duro dal cuore tenero per contrastare la sua immagine pubblica di etereo fashionista del jet set coreano. Peninsula evita anche solo un accenno al film originale: a Yeong Sang-ho non è neanche venuto in mente di strizzare l’occhio al pubblico e collegare Jung-seok a Seok-woo, il protagonista di Train to Busan, sfruttando il fatto che i due interpreti, nella realtà, sono cugini.

Peninsula sarà distribuito nei cinema italiani nel 2021, a seconda del destino che attende la distribuzione nostrana in seguito alle limitazioni imposte dalla diffusione del Covid, grazie a Tucker Film, gli stessi che hanno portato in Italia Train to Busan e Burning e, si spera, in futuro, altre produzioni coreane recenti. Noi confidiamo nell’arrivo anche dei promettenti Steel Rain 2 (i leader politici delle due Coree e degli Usa rinchiusi in sottomarino!), Swordsman (con Jang Hyuk che fa lo Zatoichi – lo spadaccino cieco – di turno) o del fantascentifico Space Sweepers con Song Joong-ki. Là fuori è pieno di bei film internazionali da scoprire.

Fonte : Wired