Più rapporti fra Mosca e i Paesi dell’Asia centrale, per escludere gli Usa

In una videoconferenza dei ministri degli esteri dei cinque Paesi centrasiatici e di quello russo, la proposta di strette relazioni fra la Federazione russa e la regione come un blocco unico. Posizioni comuni nella sfera politico-diplomatica; nessuna richiesta di migliorare i diritti umani e delle minoranze. Tentativo di sottrarre lo spazio aereo agli Usa.

Mosca (AsiaNews) – Lo scorso 15 ottobre si è tenuta una videoconferenza dei ministri degli esteri di Russia e cinque Paesi dell’Asia centrale (Kazakistan, Kyrgyzstan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan), il cosiddetto formato  CA+1. Con esso Mosca propone di superare la formula dei rapporti bilaterali, e di considerare l’Asia centrale come un’unica regione nelle relazioni con la Federazione Russa. Anche gli Usa avevano proposto tempo fa un approccio simile, ma la Russia sembra avere maggiori possibilità di realizzarlo, grazie all’eredità sovietica che la lega a questi Paesi, dove ancora è molto diffusa la stessa lingua russa.

In tempi di rivoluzioni e cambi di regime in tutto lo spazio ex-sovietico – che scuotono ancora diversi Paesi come lo stesso Kyrgyzstan – la Russia di Putin cerca di puntellare la dimensione imperiale che da diversi secoli la contraddistingue soprattutto oltre gli Urali, per mostrare le capacità aggregative del cosiddetto “mondo russo”, prospettiva principale della politica estera putiniana. Dopo l’incontro del 15 ottobre, il dialogo dei governi CA+1 dovrebbe diventare stabile e ad ampio raggio.

I cinque Paesi centrasiatici mantengono relazioni collettive già da tempo con gli Usa, ma anche con l’Unione Europea e il Giappone. Questi sviluppano strategie particolari per questo quadro geopolitico, come hanno fatto gli americani con un piano quinquennale per il 2020-2025. Il nuovo approccio della Russia, sfociato in un documento programmatico preparato a Mosca, mostra che la Russia non sarebbe soltanto il “+1” del gruppo, ma la vera forza trainante.

A differenza dei piani americani ed europei, nella proposta russa non si insiste sul necessario sviluppo della democrazia nei vari Paesi, vista come un modello “liberale” poco adatto. Lo stesso avviene per quanto riguarda la salvaguardia dei diritti umani e delle minoranze, anch’essi non molto amati né in Russia , né nel cosiddetto “triangolo mongolo” dell’antica Corasmia. Si sostengono invece le posizioni comuni nella sfera politico-diplomatica, con procedure costanti di consultazione collettiva, anche a livello delle istanze internazionali come l’Onu e le varie agenzie mondiali sui temi più caldi della politica e della società.

Il documento garantisce il reciproco rispetto dell’integrità e della sicurezza interna dei vari Paesi, con promesse di aiuto reciproco in caso di necessità. I sei Paesi del gruppo si impegnano a non mettere a disposizione il proprio territorio, lo spazio aereo e marittimo per necessità belliche non direttamente legate ai loro interessi, ad altri Paesi fuori dalla regione e soprattutto agli Usa. Gli americani stanno in effetti trattando la possibilità di sorvolare con propri aerei militari e di osservazione alcune rotte sopra queste zone, soprattutto in Kazakistan e Uzbekistan, per corridoi da e per l’Afghanistan.

La Russia propone ai cinque una più stretta collaborazione nella lotta al terrorismo, al narcotraffico e al contrabbando di armi, e anche nella sfera delle guerre cibernetiche sempre più intense, in questa epoca di campagne “ibride”. Grande spazio viene dato ai programmi di cooperazione commerciale e allo sviluppo dei trasporti nella regione, attualmente fortemente compromessi dalle limitazioni per il Covid-19. La proposta di alleggerire le procedure doganali tra Russia e Asia centrale è particolarmente importante per Mosca, per aggirare le sanzioni americane.

Con questi programmi, la Russia intende ampliare l’Unione Eurasiatica già attiva con Kazakistan e Bielorussia, visti anche gli incerti scenari del tradizionale alleato di Minsk, dove la contestazione al presidente Lukashenko non accenna a fermarsi. Il 18 ottobre si è rinnovata la discesa di massa nelle manifestazioni non solo nella capitale, ma in diverse città della Bielorussia, questa volta col titolo di “Marcia dei partigiani”. Per quanto la polizia bielorussa e i reparti degli Omon cerchino in tutti i modi di soffocare le proteste e arrestare quante più persone, il movimento per un cambio di regime prosegue con grande passione. Anche in Kyrgyzstan, del resto, il governo appena insediato non offre molte garanzie di stabilità e fedeltà agli impegni con Mosca.

Fonte : Asia