Boy, il primo album degli U2, compie oggi 40 anni (ma ha ancora il cuore di un ragazzo)

Usciva il 20 ottobre 1980 per raccontare la zona grigia tra l’adolescenza e l’età adulta. Era il romanzo di formazione di quattro giovani talenti in attesa di diventare grandi uomini. All’epoca fu considerato il miglior disco d’esordio dai tempi di Horses di Patti Smith

“In the shadow boy meets man” (“Nell’ombra il ragazzo incontra l’uomo”). È uno dei versi più famosi di Twilight, traccia numero 2 di Boy, l’album di esordio degli U2 che usciva oggi, 20 ottobre, 40 anni fa. All’epoca considerato il miglior album di debutto dai tempi di Horses di Patti Smith, l’opinione non è cambiata. Ma nessuno, in quel momento, avrebbe immaginato che il gruppo di Bono avrebbe fatto la storia del rock nei decenni successivi. Boy parla della zona grigia tra l’adolescenza e l’età adulta, è il romanzo di formazione di quattro ragazzi in attesa di diventare uomini. Si muove nel solco del post-punk e della new wave, ma ha in sé una vitalità, un calore e un senso di speranza che vanno oltre i topoi di quei generi.

Tutto è chiaro fin dal titolo: Boy, appunto, ragazzo. E Bono sa bene qual è l’immagine in grado di rappresentare quel mondo: la foto in bianco e nero di un bambino che non si è ancora sviluppata del tutto… è la metafora di un individuo in divenire. “Da piccoli, Guggi [amico fraterno di Bono e leader dei Virgin Prunes, ndr] e io avevamo fatto il patto di non crescere mai”, dichiarò anni dopo il leader della band. “Non volevamo diventare come gli adulti. È un’esperienza abbastanza comune nell’infanzia, ma noi facevamo sul serio e, in un certo senso, abbiamo mantenuto la promessa. Il nostro primo album stava cercando in qualche modo di rivendicare il potere dell’ingenuità. Continua: “Avevo la sensazione che nessun disco nel rock avesse mai esplorato questo tema. La fine dell’angoscia adolescenziale, l’elusività dell’essere maschi, la sessualità, la spiritualità, l’amicizia”. Il ragazzo sulla copertina di Boy è Peter Rowen, fratello minore di Guggi: sarebbe tornato, nel 1983, con l’espressione arrabbiata e una ferita sul labbro per la cover di War. Il ragazzo era cresciuto, e aveva incontrato il mondo. Ma questa è un’altra storia.

Peter Rowen nella famosa copertina di Boy

Nel nome della madre

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La storia di Boy inizia da molto lontano. Segnatevi due date. La prima è il 10 settembre 1974: Iris, la madre di Bono, al funerale del padre, il nonno paterno del futuro leader degli U2, si sente male e due giorni dopo muore, a 48 anni. Bono ne ha 14. L’altra data è il primo giorno di prove del gruppo, il 25 settembre 1976, nella cucina di Larry Mullen Jr., che aveva affisso un annuncio per cercare musicisti sulla bacheca della Mount Temple School. Quel sabato pomeriggio si trovano nella cucina di Larry, appunto, Paul Hewson (che poi verrà rinominato Bono dal nome di un negozio di apparecchi per l’udito, Bonavox), Dave Evans (detto The Edge, lo spigolo, per il suo carattere o per la forma della testa) e suo fratello Dick, che poi lascerà il gruppo, Adam Clayton, il tipo più cool e stravagante della scuola: diventeranno batteria, voce, chitarra e basso dei Feedback, poi The Hype (si chiamano ancora così nella loro prima apparizione televisiva, sul canale RTE) e infine U2. Come l’aereo spia inglese, ma anche come you too, cioè anche tu, anche voi: il pubblico è sempre stato un tutt’uno con la band, parte dello show.

Fuori controllo

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Il 10 maggio del 1978, il giorno del suo 18esimo compleanno, Bono scrive Out Of Control, che diventerà il lato A del primo singolo della band, U2 Three. Incalzante, potente, gioiosa, la canzone inizia con queste parole “Monday morning, eighteen years of dawning” (“lunedì mattina, l’alba del 18 anni”). È la presa di coscienza che gli eventi fondamentali della vita, come la nascita e la morte, siano fuori dal nostro controllo. “It was one dull morning I woke the world with bawling. I was so sad, they were so glad” (“Era una mattina grigia quando svegliai il mondo con le mie grida, ero così triste, loro così felici”). Ma se nascere e morire non è una nostra scelta, il resto è nelle nostre mani. Ed è per questo che Out Of Control è un brano positivo, energico, catartico. Un vero inno che, ancora oggi, suonato nei live manda il pubblico in visibilio. Out Of Control è anche il pezzo che, durante le registrazioni del primo singolo, U2 Three, rischiò di far licenziare il batterista, Larry Mullen, perché c’erano delle imperfezioni in alcune parti che eseguiva e i discografici della CBS volevano sostituirlo. Gli U2, ovviamente, rifiutano. E U2 Three viene pubblicato soltanto in Irlanda.

I Joy Division e Wagner

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La storia produttiva di Boy inizia nella toilette di un locale di Londra: è qui che i quattro di Dublino firmano il primo, agognato contratto con la Island Records. Il manager Paul McGuinness e il discografico Nick Stewart arrivano mentre i nostri sono al Lyceum, che è molto buio; per vedere bene che cosa stanno firmando scelgono il posto più illuminato del locale: il bagno, quello delle donne, che di solito è anche tenuto un po’ meglio. Il passo successivo è un singolo, 11 O’Clock Tick Tock (che non sarà incluso in Boy), registrato con Martin Hannet, storico produttore dei Joy Division, che per gli U2 erano un modello. La band incontrò Hannet a Londra, proprio mentre sta registrando con i Joy Division Love Will Tear Us Apart. Nell’aria c’è un’intensità che toglie il fiato, la band di Ian Curtis tra un take e l’altro ascolta Wagner. Il produttore di Boy avrebbe dovuto essere Hannet, ma era impegnato nel tour americano dei Joy Division. Il suicidio di Ian Curtis farà saltare tutto. E Hannet è troppo scosso per partecipare alle registrazioni.

Un suono che esplode

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In sala controllo arriva allora Steve Lillywhite, coetaneo degli U2. Aveva lavorato con Siouxsie And The Banshees, Psychedelic Furs ed XTC,. Insieme a lui registrano A Day Without Me, dedicato proprio a Ian Curts. A differenza di Hammet, che in qualche modo contiene il suono della band, Lillywhite lo porta ad esplodere. A Day Without Me non era molto adatto come singolo”, spiega Adam Clayton, “ma presentava quell’uso dell’eco che dava a Bono qualcosa contro cui cantare”. Proprio l’eco diventerà un marchio di fabbrica di The Edge e del suono dei primi U2. Lillywhite è reduce dalle registrazioni di Peter Gabriel III ed è in vena di sperimentazioni. Così in studio si capovolge una bicicletta e si suonano i raggi con delle forchette. Si gettano a terra delle bottiglie e si prova a catturarne il suono. E si rende tutto più melodico con il sound di uno glockenspiel. Ascoltate in cuffia I Will Follow e avrete un assaggio di tutto questo.

Ovunque andrai, io ti seguirò

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I Will Follow, la traccia che apre Boy, è il primo grande classico degli U2. Un pezzo che ancora oggi non manca quasi mai ai live. Ed è sempre una bomba. È intenso, trascinante, guidato dalle corde di The Edge. Bono ha in testa un suono ben preciso, e pur di vederlo realizzato strappa la chitarra dalle mani di The Edge e prova a suonarla. Doveva essere rabbioso, lancinante, come un chiodo che si pianta in testa. Eppure, il risultato è anche semplice, pulito, netto. In I Will Follow c’è, per la prima volta, Iris: il brano è cantato dal punto di vista di una madre. Infatti, parla di amore incondizionato, quello per un figlio: “If you walk away walk away I will follow” (“Ovunque andrai, io ti seguirò”).

Nel cuore di un bambino

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Il capolavoro del disco è An Cat Dubh/Into The Heart, in origine due canzoni, le tracce numero 3 e 4, molto diverse, ma che sono da sempre legate, e diventano un tutt’uno. An Cat Dubh (un gatto nero, in gaelico) è un pezzo cupo, gelido, gotico; è l’immagine della tentazione: una felina dorme accanto a un uccellino e, giocandoci, lo uccide per poi scuoterlo. Ma, alla fine, la chitarra di The Edge si lancia in un assolo lunghissimo, contro ogni logica del punk rock: la durezza pian piano si stempera, l’arpeggio diventa magico e un tintinnio introduce una sorta di ninna nanna. “Into the heart of a child I can go back, I can stay a while” (“Nel cuore di un bambino posso tornare indietro, posso restare un po’”). Il fulcro di Boy è qui. Nella paura di crescere, nel disagio di fronte alla tentazione, nel volere restare ancora in quegli ultimi momenti di adolescenza che se ne stanno andando, e non torneranno più. Tutti noi, quando eravamo ragazzi, volevamo crescere in fretta. Era un passaggio delicato, ma non lo abbiamo mai capito mentre lo stavamo vivendo. La grandezza di Boy e degli U2 è stata questa, la capacità di fissare quell’attimo in un’istantanea. Anche se sfumata, come l’immagine della copertina del disco.

Fonte : Wired