Perché l’Italia ha messo fuorilegge la cannabis light?

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha classificato l’olio di cannabidiolo (Cbd) come stupefacente. Una scelta che mette in ginocchio un settore che vale di 150 milioni di euro, rallentando la green economy e l’occupazione giovanile

L’attenzione monopolizzata dalla pandemia da Covid-19 ha fatto passare quasi inosservato un provvedimento del ministero della Salute che rischia di mettere in ginocchio un intero settore, quello della canapa. Dal prossimo 30 ottobre, l’olio di cannabidiolo (Cbd) diventerà ufficialmente una sostanza stupefacente e, quindi, gli oli in commercio nei negozi saranno da considerarsi illegali. Il ministro Roberto Speranza ha infatti firmato un decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale la scorsa settimana, che inserisce nella tabella dei “medicinali a base di sostanze attive stupefacenti” le “composizioni per somministrazione a uso orale di cannabidiolo ottenuto da estratti di cannabis”.

A differenza del Thc che è il principio attivo responsabile dell’effetto psicotropo, il Cbd è l’altra sostanza più abbondante nella cannabis che possiede – evidenti – capacità rilassanti, antinfiammatorie e antidolorifiche e, non a caso, viene utilizzata per il trattamento di diverse patologie. In seguito al provvedimento, qualsiasi composizione contenente il cannabidiolo diviene però un prodotto non più vendibile sotto forma di farmaco. Infatti, se i liquidi a base di Cbd sono stupefacenti, allora gli oli con cannabidiolo non potranno più essere commercializzati liberamente. Una decisione, quella del ministro, che va contro anche il parere dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che invece aveva raccomandato all’Italia di non inserire i prodotti a base di Cbd nelle tabelle di medicinali con stupefacenti.

(foto: Leon Neal/Getty Images)

Tuttavia, nella premessa del decreto si fa riferimento al fatto che l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) sta valutando una richiesta di autorizzazione all’avvio della commercializzazione “di un medicinale, in soluzione orale contenente cannabidiolo, che ha già ricevuto l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte dell’European Medicines Agency (Ema)”. Nel dettaglio il medicinale – “controllato attraverso un programma di uso compassionevole, notificato all’Aifa” – sarebbe impiegato nel trattamento dei pazienti con sindrome di Dravet e sindrome di Lennox-Gastaut.

Una filiera minacciata

In questo modo si toglie il mercato alle aziende italiane per metterlo in mano a pochissime case farmaceutiche, nonostante l’olio di Cbd non sia un prodotto da considerarsi psicotropo, come sottolinea l’Oms”, spiega a Wired Luca Fiorentino, fondatore di Cannabidiol Distribution, una delle maggiori aziende italiane nel settore della cannabis light.

Un provvedimento che rischia così di azzerare un mercato che genera un indotto di 150 milioni di euro, conta 15mila operatori del settore, di cui l’80% ha meno di 30 anni. “Il provvedimento colpisce così direttamente l’occupazione giovanile e la green economy” – prosegue Fiorentino – “stimiamo infatti che nel giro di tre mesi oltre 8mila posti di lavoro andranno nettamente in fumo. Sarò così costretto a fare tagli al personale e ai contratti con le imprese agricole”.

In una situazione già complicata per un gap legislativo sulla cannabis light, riforma, fra l’altro, fortemente caldeggiata proprio dall’Oms e uno scenario aggravato dalla pandemia da covid-19, non va dimenticato che “l’olio rappresenta più del 50% dell’indotto economico e del fatturato per tutte le aziende che hanno investito moltissimo in questa produzione e che, così, si troveranno da un giorno all’altro ad essere totalmente illegali”.

Scelta illogica

La decisione ha incontrato anche la contrarietà dell’intergruppo parlamentare per la cannabis legale che conta oltre 70 parlamentari di vari partiti politici, compreso Leu, quello del ministro Speranza. “È una scelta illogica” – si legge in una nota – “che penalizza gravemente tutto il settore della coltivazione della canapa, lasciando così campo aperto ai soli colossi farmaceutici. La decisione, inoltre, è in evidente contrasto con quanto promosso dal ministero dell’Agricoltura che ha recentemente inserito i prodotti della cannabis tra le varietà officinali, dando il via alle filiere estrattive dei principi di questa nobile pianta”.

In effetti, il rischio, poi, è quello che possano essere ritenute illegali anche le infiorescenze e quindi i non estratti che contengono lo stesso principio attivo. Questo, non solo per il fatto che di recente il ministero dell’Agricoltura ha inserito la canapa all’interno delle piante officinali, ma anche perché pochi giorni prima della pubblicazione del provvedimento in gazzetta, anche l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ha richiesto ai commercianti una dichiarazione che certifichi il fatto che non trattino canapa o cannabis light derivanti dall’infiorescenze di canapa.

Mentre nel resto del mondo si supera il proibizionismo” – continua il comunicato dei parlamentari – “in Italia si ha l’impressione di una tendenza alla criminalizzazione della natura, in contrasto con le politiche di lotta alle mafie, sviluppo sostenibile e potenziamento del settore agricolo in funzione della salvaguardia dell’ambiente e degli ecosistemi”. Eppure, la quadratura del cerchio non è impossibile da trovare: “Basterebbe regolamentare il settore inserendo un’accisa sulle infiorescenze di canapa in modo da creare indotto allo stato, tutelare i lavoratori e regolamentare il mercato”, spiega Fiorentino, che insieme ad altri esponenti chiede da anni una regolamentazione anche al ministero della Salute. Ed è ancora in attesa.

Fonte : Wired