Balla Coi Lupi: i 30 anni di un capolavoro

19 Ottobre 1990, Washington DC, USA. Balla Coi Lupi viene proiettato per la prima volta. Il film ebbe un successo senza precedenti, sancì il ritorno del western sul grande schermo in pompa magna, ma soprattutto comportò a livello globale un approccio assolutamente diverso al mondo dei nativi, come nessun altro film (neppure quelli dell’era della contestazione) era riuscito a fare prima di allora.
Capolavoro dal punto di vista estetico e formale, Balla Coi Lupi raccolse l’eredità dell’epica classica hollywoodiana, unendola però a un iter narrativo più intimo, meno retorico e trionfalistico, in cui la natura era grande protagonista, e la cosiddetta “civiltà” un rullo compressore senza alcun senso.
Fu soprattutto un film su due culture, due diversi modi di vedere l’universo e soprattutto i propri simili, un grande affresco antropologico più che storico, che a tanti anni di distanza mantiene intatto il suo fascino.

Un progetto in cui nessuno credeva

Grazie a Bill Durham, Gli Intoccabili, Senza via di Scampo e L’Uomo dei Sogni, Kevin Costner era diventato il volto hollywoodiano per eccellenza di fine anni ’80, ma nessuno capì perché volesse insistere nel portare sul grande schermo il romanzo di Michael Blake. Romanzo che in realtà era nato proprio come sceneggiatura per il cinema, ed era stato rifiutato da innumerevoli editori.
Costner trovò enormi difficoltà a trovare finanziamenti adeguati per Balla Coi Lupi. Il genere western appariva del resto ormai schiacciato e dimenticato, soffocato dai gangster movie, dagli action e dalla fantascienza.
Solo Clint Eastwood con Il Cavaliere Pallido, Walter Hill con I Cavalieri dalle Lunghe Ombre e le Giovani Pistole dei divi del Brat Pack avevano avuto successo, così come Silverado (che con Fandango aveva lanciato Costner). Ma eravamo lontani dai fasti dei decenni precedenti, il grande flop de I Cancelli del Cielo, poi, pesava come un macigno da più di dieci anni.
La Orion Pictures alla fine decise di dare fiducia a Costner e ai suoi due produttori: Jim Wilson e Jake Eberts.
22 milioni di dollari furono stanziati per il film, le cui riprese si svolsero nel South Dakota e nel Wyoming, in particolar modo nelle mitiche Black Hills, che erano stati uno dei luoghi simbolo dello scontro tra bianchi e nativi.

Quando i cattivi erano gli indiani

Già, i nativi. Hollywood in passato aveva mostrato gli indiani sostanzialmente come mostri, e oggettivamente vedere capolavori di John Ford o Koch può veramente fare impressione. Crudeli, vili, più bestie che uomini fin dai tempi della narrativa del XVII secolo, cadevano però come mosche di fronte alle infallibili pistole degli “eroi della civiltà”.
Paradossalmente era stato Ford a cercare di invertire la tendenza, con film come Il Massacro di Fort Apache o I Cavalieri del Nord-Ovest, ma il miglior esempio per decenni fu dato da L’Amante Indiana di Daves, che per quanto paternalistico e semplicistico se non altro cercava di andare un po’ più in profondità al mondo dei pellerossa.
Fu solo alla fine degli anni ’60 che una nuova generazione di registi cambiò totalmente l’approccio al genere, stravolto non solo dagli Spaghetti Western di Leone o Corbucci, ma anche da titoli come Soldato Blu, Piccolo Grande Uomo, Corvo Rosso non Avrai il Mio Scalpo o Buffalo Bill e gli Indiani.
I bianchi furono ritratti per ciò che erano sovente stati: uomini a cui interessava solo distruggere una cultura, un popolo, mettendo in atto un genocidio la cui pesante eredità si manifestava (e si manifesta ancora oggi) nella squallida realtà delle riserve.
Tuttavia con la fine del clima della contestazione, l’America yuppie e machista rifiutò il western, che sostanzialmente perse di fascino per un pubblico che voleva soprattutto adrenalina, divertimento.

Un film dalla grande potenza espressiva

Ecco spiegato perché non si credeva in quel film. Nessuno in quel 1989 poteva prevedere che Balla coi Lupi avrebbe stravolto tutto, dato nuova linfa al genere ma soprattutto spinto al limite e rivoluzionato il concetto stesso di kolossal cinematografico.
In cinque mesi di riprese Costner fu in grado di creare un film che, grazie alla splendida fotografia di Dean Semler e a una colonna sonora diventata leggenda firmata da John Barry, stregò il pubblico.

Per molti rappresentò qualcosa di davvero inspiegabile. O forse semplicemente era un film diverso da tutto ciò che arrivava a quel tempo, un western che recuperava per stile e magniloquenza la dimensione epica di Ford, connessa però a quella dimensione New Age che proprio in quegli anni fioriva in tutto il mondo occidentale.
Di certo un film molto spirituale, senza però mai essere retorico, anzi sposando un iter che sovente toccava corde tragiche, con un finale assolutamente distante dall’happy end, dove però l’epica riusciva comunque a far capolino.
Forse non così perfetto dal punto di vista storico, ma rese benissimo la tragedia di un popolo, l’inevitabile scontro tra due modi di vedere la vita e la società, assolutamente inconciliabili.

Un cast di nazioni indiane

Balla Coi Lupi curò in modo assoluto gli attori, e sposò un iter narrativo che si concentrava moltissimo sui nativi.
Il cast era formato da attori e artisti membri non solo della tribù Dakota, ma anche Cree, Lakota, Chipewyan o Oneida, come Graham Greene, che fu nominato all’Oscar per la sua interpretazione del mitico Uccello Scalciante, o come Wes Studi, nativo Cherokee che con il suo inquietante e perfido Capo Pawnee cominciò una carriera di grande livello.
In moltissimi casi, chi non era Dakota dovette studiarne lingua, usi e costumi, imparando anche a cavalcare o tirare con l’arco ove fosse necessario. Ancora oggi più di una critica è rivolta a Costner per l’aver ritratto i Pawnee come i “cattivi” della situazione, quando in realtà erano da sempre attaccati e angariati dagli odiati Sioux (parola che ha infatti un significato dispregiativo).
Allo stesso modo, il suo sposare una donna bianca cresciuta dalla tribù (una bravissima Mary McDonnell), negli anni è stato sottolineato come la prova di una sorta di falsa integrazione.
Vi furono sicuramente imprecisioni sulla lingua, così come su alcuni aspetti della quotidianità dei nativi; ancora oggi si discute se il film non sia stato troppo connesso all’epica del “buon selvaggio”.
Ma si tratta oggettivamente di critiche che lasciano il tempo che trovano, così come l’aver paragonato Balla Coi Lupi a Lawrence d’Arabia, quando rispetto al grande war movie tra le sabbie mancava di sicuro il tono paternalistico ed “esotico”.

L’eredità di un western unico

A trent’anni di distanza dall’uscita, Balla Coi Lupi è ancora uno dei film più amati di tutti i tempi, incluso tra quelli da preservare da parte della Biblioteca del Congresso per il suo alto valore estetico e culturale.
Nessun altro western ha più avuto lo stesso successo; vincitore di ben sette Premi Oscar, tra cui Miglior Film, Regia, Sceneggiatura, Colonna Sonora e Fotografia, incassò qualcosa come 424 milioni di dollari.
Balla Coi Lupi riaccese l’amore per il western, che negli anni a venire avrebbe regalato al mondo pellicole di grande bellezza e valore, basti pensare all’adrenalinico Tombstone di George Cosmatos o al mitico L’Ultimo dei Mohicani di Michael Mann, fino al più recente Hostiles di Scott Cooper o a una serie come Westworld.

A tanti anni di distanza, ogni volta che rivediamo il Tenente Dunbar cacciare il bufalo, ogni volta che Vento nei Capelli gli grida che saranno sempre amici, o che lo vediamo assieme a Due Calzini o Cisco, è davvero impossibile non perdersi dentro quella prateria, che nessun film aveva mai mostrato con tale titanica bellezza.
Balla Coi Lupi ha significato moltissimo per le comunità dei nativi, ha voluto dire parlare della vergognosa situazione di una comunità vittima dell’indigenza, ricordare il genocidio spietato di un popolo da parte di una civiltà che si arrogava il diritto di autodefinirsi superiore.
Kevin Costner creò soprattutto un film sull’integrazione, sulla spiritualità, su come dialogo e curiosità siano da sempre il ponte per connettere persone e culture diverse. Una lezione che l’uomo bianco non ha mai voluto imparare.

Fonte : Everyeye