Tra i vetri infranti del museo Sursock di Beirut

01 ottobre 2020 13:33

Il 4 agosto una forte esplosione nel porto di Beirut ha scosso l’intera città, causando più di duecento morti e settemila feriti. Sono stati registrati danni enormi in un raggio di 24 chilometri. Il museo d’arte moderna Sursock sorge ad appena ottocento metri dal porto e per questo edificio i danni sono stati colossali: le vetrate colorate del magnifico palazzo novecentesco in stile veneziano sono state spazzate via in un colpo solo.

Le immagini delle telecamere a circuito chiuso mostrano tutta la potenza della deflagrazione: parti del soffitto sono crollate, mentre le porte, di metallo, in legno, perfino quelle tagliafuoco, sono state divelte e scaraventate in tutto l’edificio, con alcune che sono state ritrovate addirittura sul soffitto. Quaranta delle 130 opere in mostra sono state danneggiate più o meno gravemente. In particolare il ritratto di Nicolas Sursock, il collezionista d’arte a cui è intitolato il museo, dipinto da Kees van Dongen nel 1930, considerato una delle opere d’arte più pregiate della collezione, è gravemente lacerato.

Zeina Arida, la direttrice del museo, era ancora una bambina ai tempi della guerra civile libanese, che ha vissuto interamente. Dopo aver studiato in Francia, è tornata a Beirut per creare la Arab image foundation, il primo archivio fotografico del Medio Oriente composto da 600mila fotografie. Una volta rientrata in Libano, voleva partecipare con entusiasmo alla ricostruzione della vita culturale del suo paese.

Il 4 agosto si trovava nel suo ufficio quando ha sentito la prima esplosione. “Sono cresciuta durante la guerra, ormai ho alcuni riflessi condizionati quando sento le esplosioni”, spiega al telefono. “Anche nel 2005 mi trovavo vicinissima al luogo dove hanno ucciso il primo ministro Rafiq Hariri usando una fortissima carica di esplosivo. Ma questa volta è stato come se tutto fosse moltiplicato per cento. L’onda d’urto ci ha scaraventati per le scale e siamo stati fortunati a ritrovarci nell’unico punto dell’edificio che non ha finestre”.

L’Unesco ha registrato che in città sono stati colpiti circa 640 edifici storici, di cui una sessantina sono a rischio di crollo. Le vetrate, oggi infrante, del museo Sursock erano solo un’espressione della miriade di iniziative culturali che rendevano particolarmente speciale e dinamica la scena culturale di Beirut. “Oltre al museo, c’era il vivace mondo artistico del quartiere Jamaizeh e di Saint Nicolas”, spiega Zeina Arida. “Il Sursock ha forse più visibilità, ma tutt’intorno sono almeno 150 gli artisti che hanno perso i loro studi. C’erano anche una trentina di gallerie d’arte, e le case di una cinquantina tra musicisti e registi. Il quartiere ospitava contemporaneamente ritrovi per artisti, piccoli negozi, vecchie residenze dagli affitti bloccati. Ricostruire tutto questo sarà difficile, anche se la solidarietà tra le persone e i membri della società civile è immensa. Ho letto da qualche parte che il Libano è come una grande ong. È proprio così: ci aiutiamo tra di noi, senza che intervenga lo stato”.

Per restaurare il museo Sursock servono tre milioni di dollari. La direttrice non aveva ancora avuto il tempo di festeggiare la fine dei lavori che deve ripartire da zero. Il Museo aveva riaperto nel 2015, dopo essere stato per anni un cantiere del costo di 12 milioni di dollari. “La mia équipe deve rifare tutto quello che ha fatto per cinque anni. Solo ripulire accuratamente le opere dalla polvere che si è depositata dopo l’esplosione è un compito enorme”.

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Nella situazione attuale è difficile trovare qualcuno a cui chiedere aiuto. Nessuno del governo libanese né del ministero della cultura e dell’agricoltura (sì, i due settori sono stati accorpati) si è fatto sentire o è venuto a constatare i danni. Per superare l’inverno il museo Sursock potrà contare solo sull’aiuto della fondazione Aliph, l’alleanza internazionale per la protezione del patrimonio delle zone di conflitto, che insieme al consiglio internazionale dei musei Icom e al consiglio internazionale su monumenti e siti Icomos, sta inviando esperti per cercare di mettere un freno alla distruzione che porterà la pioggia.

Ironia del digitale, sottolinea Zeina Arida, quando in Libano è cominciato il lockdown per fermare la pandemia, il museo ha commissionato la realizzazione di un tour virtuale, in modo che le persone potessero visitare le collezioni da casa. Avevano lanciato l’iniziativa senza sapere che non avrebbero più potuto riaprire al pubblico.

Con il museo distrutto, il tour virtuale “ha una risonanza particolarmente agrodolce”, spiega Zeina. “Apparteniamo a una generazione che ha sofferto molto, ma che ha anche combattuto per la cultura e la città. Questa esplosione, che è responsabilità di questa classe politica malata e corrotta, ci ha un’altra volta impedito di raccogliere i frutti di tanti anni di lavoro e di energie positive”.

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Fonte : Internazionale