Crescono in Italia le startup che stanno rivoluzionando la finanza

Compie tre anni il Fintech District, che aggrega a Milano realtà che innovano banche, assicurazioni e pagamenti. Sono 345 le startup fintech nate nel Belpaese

L’ingresso del Fintech District a Milano.

Un ecosistema eterogeno, ancora piccolo rispetto a quello dei paesi più avanzati dal punto di vista finanziario, ma ad alto potenziale e che nella pandemia ha trovato un inaspettato acceleratore. Questa la radiografia del fintech italiano tracciata dal Fintech District, hub milanese che aggrega 158 realtà di settore, ben 36 in più rispetto al 2019, e che in questi giorni festeggia il terzo compleanno. Considerazioni raccolte nel report Italian Fintech Wave 2020, redatto in collaborazione con la società di consulenza Ernst & Young.

Una spinta decisiva viene dall’Europa, che sta passando da un’attività meramente regolatoria a un approccio più orientato alla crescita e all’innovazione. Dall’altra parte, rileva lo studio, la situazione di incertezza politica e i cambiamenti in atto hanno accelerato la tendenza già in atto degli istituti di credito a ridurre i costi: “Un’era di razionalizzazioni, in cui le banche si stanno consolidando fondendosi, mirando a aumentare i profitti e creare sinergie“. Nel solo 2018 sul continente si è registrato un calo di 10mila sportelli.

Il caso italiano

Con un tasso di adozione dei pagamenti digitali del 51%, l’Italia si colloca davanti a Francia (35%), Belgio e Lussemburgo (42%) ma ben dietro a Olanda (73%), Regno Unito e Irlanda (71%) (fonte: Global Fintech Adoption Index 2019, Ey). Sono prevedibilmente i millenials i più attratti dall’innovazione: i segmenti da 25 a 34 anni e da 35 a 44 registrano rispettivamente un tasso di adozione del 72% e del 66%.  Solo gli over 65 a livello continentale non raggiungono il 50%.

Sempre guardando ai dati europei, vanno forte le realtà attive nel settore dei trasferimenti di denaro e dei pagamenti, L’Italia fa parzialmente eccezione: da noi vanno bene anche i servizi assicurativi. Qualche cifra può aiutare a conoscere meglio  l’ecosistema tricolore. I capitali raccolti dal 2010 hanno raggiunto quota 700 milioni (+60% negli ultimi 4 anni). L’epicentro è Milano, che da sola accoglie il 45% delle 345 fintech italiane grazie al mix di università di alto livello e competenze finanziarie già disponibili.

Tra queste, il 46% gravita attorno al Fintech District. Qui, a fianco delle giovani aziende, alcune delle quali sono in verità in una fase di sviluppo così avanzata da poterle senza problemi definire scale up (è il caso di Moneyfarm), è cresciuto il numero dei player di rilievo del settore bancario, assicurativo e tech. Sono 14 i componenti corporate, da Credem a Ibm, da Cerved a Boston Consulting Group, a cui si aggiunge una serie di professionisti in grado di fornire un ampio ventaglio di  servizi di supporto.

Lavorando fianco a fianco con le aziende abbiamo cercato di sintetizzare le esigenze del settore in Italia,  e di fornire qualche risposta – ha affermato Alessandro Longoni, alla guida il Fintech District, tracciando un bilancio –. Al gap di informazione finanziaria che ci separa dagli altri paesi abbiamo replicato con la nostra academy che formerà giovani e professionisti, mentre per provare a colmare il divario in termini di funding abbiamo creato Hyper Accelerator assieme a partner come Startup Bootcamp e Digital Magics”.

Il quadro europeo

Il movimento cresce in Europa, passando da 1,4 a 6,5 miliardi di investimenti fintech nel giro di 4 anni, e il numero di mega-round supera persino quello registrato in Asia. “In Italia siamo passati da 50 milioni a 260”, ha aggiunto Pietro Sella, amministratore delegato dell’omonimo  gruppo bancario. Non c’è dubbio che la pandemia abbia fornito un impulso decisivo. “In questo caso le banche sono state parte della soluzione, non del problema”, ha ripreso Sella. E, soprattutto, soluzioni hanno saputo portare le startup, offrendo ai grandi gruppi un ventaglio di proposte supportato da un’esperienza che, ormai, può vantare diversi anni.

Nei primi sei mesi del 2020 c’è stata una frenata negli investimenti e la ripresa si prospetta con il pedale dell’acceleratore pigiato. “Il settore è in fermento. Non c’è giorno senza un’acquisizione, una fusione, una novità” ha chiosato Camilla Cionini Visani, direttore generale di Italia Fintech, la principale associazione di categoria.

Cosa manca in Italia

Sono tre le criticità del nostro Paese: penuria di finanziamenti dopo la fase seed, incapacità di fare sistema e una visione ancora troppo poco globale. “Si punta troppo sul made in Italy, senza pensarsi fin dall’inizio come player globali”, ha sintetizzato Clelia Tosi, responsabile sviluppo del business del Fintech District. Ma non vanno sottovalutate le soft skills,ha rimarcato Alceo Rapagna di StartupBootcamp: “Se il primo motivo di fallimento è fornire un prodotto che non interessa al mercato, il secondo è la mancanza di qualità personali e interpersonali nei componenti della squadra”.

Per Paolo Zaccardi, amministratore delegato di Fabrick, cui fa capo il Fintech District. “Anche in un anno difficile come il 2020 le startup sono aumentate del 27% – ha affermato il manager –. L’ecosistema fintech italiano ha mostrato, in una fase di emergenza, importanti segnali di resilienza, riuscendo a cogliere le sfide che le nuove opportunità legate alla crescente digitalizzazione delle imprese e ai cambiamenti nel comportamento dei consumatori hanno imposto. La collaborazione tra fintech e incumbent può dare ulteriore impulso al mercato domestico, rappresentando un’opportunità strategica per sviluppare nuovi modelli di business e portando reciproco vantaggio ad entrambe le parti. Ma lo spunto della Commissione europea di fare del prossimo il ‘decennio digitale’ è un’opportunità che va colta”. Il 10 e 11 dicembre, per sostenere questo settore, il distretto organizzerà un evento digitale dedicato alla finanza innovativa, il Milano Fintech Summit, insieme a Fiera Milano Media.

Fonte : Wired