“Roubaix, una luce nell’ombra” è un polar francese carico di introspezione

Tra il poliziesco e il documentario, con forti toni di denuncia, l’indagine su un omicidio è il pretesto per il regista di approfondire le contraddizioni del tessuto sociale della sua città

Un agente alla sua prima indagine che non riesce a risolvere il caso e un commissario navigato, che si destreggia ogni giorno tra criminali, aggressori e truffatori. Sono i protagonisti di Roubaix, una luce nell’ombra, un film in cui il contesto è centrale, tanto da dare il titolo all’opera.

Siamo a Roubaix, appunto, ex florida città industriale ridotta oggi ad una delle città più povere della Francia. Specchio del suo stesso fallimento, è una città austera e violenta, le cui strade sono piene di palazzi abbandonati. I numeri parlano chiaro: il 75% della città è classificata zona sensibile, il 45% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, in una società multirazziale in cui convivono arabi, francesi, polacchi, italiani, portoghesi, algerini. “Dall’orgoglio alla miseria, è rimasto il ricordo di aver contato qualcosa e di non essere più niente”.

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Sullo schermo sfilano personaggi che vivono una quotidianità fatta di miseria, violenza, soprusi quotidiani. Chi gira il film è ben consapevole di ciò che racconta: Roubaix è la città natale del regista Arnaud Desplechin, che l’ha già raccontata anche in opere precedenti come Les fantmes d’Ismal e 3 Souvenirs de ma jeunesse. Questa volta utilizza l’attore Roschdy Zem, nei panni del commissario Daoud, per dare voce al proprio attaccamento alla città (i suoi familiari sono andati altrove, lui ha scelto di restare, malgrado tutto) e per fare luce su un caso, tra i tanti, ispirato a una storia vera. Non è l’unico che il film affronta, ma è quello a cui si dà maggiore spazio e, di fatto, quello più significativo nella storia.

Un’anziana signora viene uccisa e due giovani donne vengono prima interrogate e poi indagate. Non si tratta di due attrici qualunque: sono Léa Seydoux e Sara Forestier, nei panni delle vicine di casa Claude e Marie. Struccate, disperate, chi con un figlio al carico, chi con problemi multipli sulle spalle. Ci si affeziona presto alle loro vite e alle loro bugie, le si comprende, le si compatisce facilmente. Desplechin riesce a firmare al contempo un poliziesco cupo e crudo con forti tratti documentaristici e un film capace di lasciare parecchio spazio all’introspezione psicologica. È voluta la sottolineatura dell’empatia di chi è tenuto per mestiere a condurre indagini e interrogatori ogni giorno. Funziona, come praticamente tutto nel film. Le atmosfere, le scene d’azione, la scelta del cast, i dialoghi.

Roubaix, une lumière (titolo originale) è, in sostanza, un polar francese ricco di umanità, che mette sullo stesso piano, solo da un punto di vista di comprensione delle complesse situazioni vissute, vittime e carnefici. Chi deve giudicare i colpevoli sa bene che di aver a che fare con delle vittime di un sistema malato, che le ha schiacciate come scarafaggi senza lasciar loro nulla. Come recita uno dei dialoghi migliori del film: “Lei capisce subito se uno è colpevole o innocente, come fa?”. “Non lo so. Provo a pensare come loro”.

Fonte : Wired