Cinesi e russi utilizzano già due vaccini anti Covid (e quello anti influenza potrebbe aiutarci)

Se la Spagna è il grande malato d’Europa con 716.481 contagi, e la Francia si avvia ormai sempre verso una condizione da allarme rosso, in Germania il governo stima un rischio potenziale per il periodo natalizio e in Inghilterra il premier Boris Johnson ha raccomandato il lavoro da casa. Il coronavirus galoppa a briglia sciolta fuori dall’Italia, rimasta per ora ai margini dalla seconda ondata, tanto che due premi Nobel per l’economia – Abhijit Banerjee ed Esther Duflo – avevano consigliato lockdown preventivi prima delle festività natalizie ma eventuali restrizioni agli spostamenti potrebbero verificarsi in Europa durante le vacanze di Ognissanti tra fine ottobre e inizio novembre.

In Italia i contagi appaiono in aumento ma senza particolari tensioni negli ospedali: varie ragioni e amministrazioni cittadine stanno inoltre pensando di introdurre l’uso intensivo delle mascherine anche all’aperto e, in caso di un degradamento della situazione, mini lockdown locali con chiusure anticipate per bar e ristoranti. Tutto aspettando il vaccino, atteso come il “silver bullet” che potrà mettere sotto controllo l’epidemia permettendo di proteggere le fasce più deboli della popolazione. 

Vaccino anti covid: c’è già un prodotto russo e uno cinese

Ma a che punto è la sperimentazione sui vaccini? Al momento non esistono vaccini commercialmente disponibili contro il Sars-CoV-2, anche se il 25 giugno la Commissione Militare Centrale Cinese ha approvato, soltanto per un anno e per il personale militare, l’utilizzo del vaccino realizzato dalla Cansino Biological. In Russia il candidato vaccino del Gamaleya Institute di Mosca, prima di completare la sperimentazione umana, ha ricevuto l’approvazione dell’ente regolatorio. Ma attualmente, secondo i rilevamenti effettuati dall’Oms, dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine e dal Nih i candidati vaccini sono in totale 249: 19 basati su Dna, 32 su Rna, 52 su vettore virale, 18 su virus attenuato o inattivato, 77 su proteine, 15 su particelle simil-virus, e 36 che utilizzano altre piattaforme o per i quali non si hanno dettagli.

Come precisa in un focus l’Istituto Nazionale Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani’ sono 48 i candidati in fase clinica e 9 quelli arrivati alla fase avanzata di sperimentazione sull’uomo. Lo stesso Spallanzani collabora con le società italiane ReiThera e Takis, che stanno lavorando su due diverse piattaforme alla realizzazione di altrettanti vaccini. I primi test sull’uomo del vaccino italiano GRAd-Cov2 prodotto da ReiThera, sostenuto dal ministero della Ricerca con il Cnr e dalla Regione Lazio, sono iniziati nel mese di agosto presso lo Spallanzani ed il Centro Ricerche Cliniche di Verona. Mentre l’Oms ha lanciato un trial randomizzato internazionale dei candidati vaccini, denominato Solidarity, con l’obiettivo di coordinare per i candidati in fase di sviluppo la valutazione di sicurezza ed efficacia, in un’ottica di cooperazione internazionale e di equità di accesso. Sulla base delle informazioni al momento disponibili e dell’esperienza precedente sui tempi di sviluppo dei vaccini, l’Agenzia europea del farmaco (Ema) stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro Covid- 19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso. D’altra parte negli Stati Uniti il Governo Federale ha annunciato un progetto, denominato ‘Operation Warp Speed’, finalizzato a ridurre drasticamente i tempi di sviluppo di un nuovo vaccino, in modo da averne a disposizione per tutti i cittadini americani (circa 300 milioni di dosi) entro la fine dell’anno o all’inizio del 2021. 

In attesa che si arrivi ad un vaccino specifico, si stanno infine testando vaccini vecchi di decenni, realizzati con virus vivi attenuati, sulla base dell’ipotesi che questi possano influenzare il sistema immunitario al di là della risposta al patogeno specifico per il quale sono stati realizzati, e fornire una protezione ad ampio spettro contro le malattie infettive. Il primo di questi vaccini è il Bcg (Bacillus Calmette-Guérin), che esiste da 100 anni ed è tuttora il vaccino base contro la tubercolosi; sono oltre 20 i centri di ricerca e le università in tutto il mondo che stanno testando proprio questo vaccino come possibilità per ridurre il rischio di contrarre il Covid-19. In Sud Africa è stato avviato un trial clinico su un campione di 500 operatori sanitari, a metà dei quali verrà somministrato il vaccino Bcg ed all’altra metà un placebo. E in Germania in uno dei test su nuovo candidato vaccino contro la tubercolosi, denominato VPM1002 e basato sul Bcg, si sta verificando la sua potenziale efficacia contro il Sars-CoV-2. Negli Stati Uniti invece un gruppo di ricerca guidato da Robert Gallo, uno degli scopritori del virus Hiv, prevede di verificare l’efficacia contro il coronavirus del vaccino orale Opv contro la poliomielite, messo a punto da Albert Sabin nel 1957.

Col vaccino anti influenzale meno morti per covid

Infine fa discutere una ricerca sulla presunta efficacia del vaccino anti influenzale nel contrastare gli effetti del coronavirus. Uno studio del Centro cardiologico Monzino di Milano ha evidenziato come nel periodo del lockdown, le regioni italiane con un più alto tasso di copertura della vaccinazione anti-influenzale nella popolazione degli ultra 65enni mostravano un minor numero di contagi, un minor numero di pazienti ricoverati con sintomi, così come un minor numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva e di decessi per Covid-19.

Lo studio, pubblicato su ‘Vaccines’, supporta dunque l’ipotesi che la vaccinazione antiinfluenzale possa aiutare a prevenire la diffusione del Covid-19. “Abbiamo stimato – spiega Mauro Amato, ricercatore del Centro cardiologico Monzino e primo autore dell’articolo – che un aumento dell’1% della copertura vaccinale negli over 65, che equivale a circa 140.000 dosi a livello nazionale, avrebbe potuto evitare 78.560 contagi, 2.512 ospedalizzazioni, 353 ricoveri in terapie intensive e 1.989 morti per Covid-19. Sarebbe pertanto importante incentivare il più possibile qualsiasi attività che possa portare ad un aumento della copertura vaccinale soprattutto fra gli ultra 65enni”. “Nel nostro studio – spiega ancora Amato, – abbiamo confrontato, Regione per Regione, i tassi di copertura vaccinale negli over 65 con il numero di contagi e altri 3 indici di severità clinica della malattia: il numero di ospedalizzazioni per Covid-19, il numero di ricoverati in terapia intensiva e il numero di deceduti per l’infezione. Tutte le analisi hanno confermato che i tassi di diffusione e la gravità del virus Sars-CoV-2 sono inversamente proporzionali al tasso di vaccinazione antiinfluenzale: meno vaccini, più Covid-19”. 

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Anche se sono necessari ulteriori studi ad hoc per confermare l’ipotesi – spiegano i ricercatori del Centro lombardo – lo studio fornisce un’ulteriore base scientifica alle raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie, a partire dall’Organizzazione mondiale della Sanità, che esortano la popolazione a sottoporsi, soprattutto quest’anno, al vaccino antinfluenzale”. Il mondo della cardiologia “è stato, come gli altri, devastato dall’ondata di Covid-19 e la mancanza di vaccini e farmaci in grado di arginarla ci ha spinto a cercare delle alternative per rispondere all’attacco della pandemia”, spiega Damiano Baldassare, coordinatore dello studio, responsabile dell’Unità per lo studio della morfologia e della funzione arteriosa del Monzino. “In vista di una imminente seconda ondata virale – continua- ci siamo concentrati sull’ipotesi, avanzata da diversi scienziati, circa il ruolo del vaccino antiinfluenzale nel ridurre la diffusione di Covid-19”. Il virus dell’influenza e il Sars-CoV-2 hanno vie di trasmissione simili – si legge nel lavoro – e alcuni sintomi in comune, ma sono molto differenti in termini di gravità e mortalità in caso di infezione, e in termini di gruppi di età colpiti. L’influenza – ricorda una nota – contagia soprattutto bambini e adolescenti, mentre Covid-19 colpisce prevalentemente i soggetti più anziani. Una possibile spiegazione potrebbe essere che i più giovani hanno un sistema immunitario più reattivo e rafforzato dall’esposizione agli agenti virali o agli antigeni contenuti in molti vaccini pediatrici (anti morbillo, varicella, scarlattina, rosolia, epatite B, papilloma virus…) . I vaccini possono innescare meccanismi positivi di risposta immunitaria ‘non specifica’, migliorando la capacità di reazione del sistema immunitario nel suo insieme.

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Fonte : Today