Move the Grave, la recensione della commedia drammatica coreana

Le famiglie disfunzionali sono ormai parte integrante del cinema. Pezzi di un puzzle semplice e complicatissimo, in cui gli equilibri a volte devono saltare per potersi ricongiungere. È l’assunto da cui parte anche Move the Grave, esordio di Jeong Seung-o presentato al Florence Korea Film Fest. Qui su Everyeye stiamo seguendo la rassegna, in questa versione ibrida fra streaming e sala. Vi abbiamo parlato del film d’apertura Black Money e del dramma da camera The 12th Suspect. Ora invece cambiamo completamente mood, restando sempre in Corea del Sud ma spostandoci verso le spiagge frastagliate della commedia drammatica.
Perché in Move the Grave c’è una tomba da spostare, quella del padre di famiglia, che riunisce quattro sorelle e un fratello, in un film che racconta un brandello di vita coreana che, nella sua estrema semplicità, va oltre i confini dello schermo.

Weekend con la tomba

Quando ci sono questioni più grandi allora la famiglia si riunisce. Non c’è scelta: la tomba di papà deve essere spostata a causa di lavori di modernizzazione, quindi bisogna mettere tutto in pausa, anche per qualche giorno.
Ma l’incidente scatenante è solo l’inizio, una tranquilla rivoluzione che serve a dissotterrare scontri e idiosincrasie, sepolti da anni tra i legami di sangue.
Una madre single con un figlio ingestibile, una novella sposa, una classica donna di famiglia e una studentessa universitaria ribelle e femminista. Manca però il fratello, Seung-rak, più piccolo di quasi tutte loro ma indispensabile per la cerimonia di spostamento.
E qui ecco che Move the Grave si infila senza troppi sussulti nella società sudcoreana, ancora profondamente maschilista e patriarcale. Poco importa se il maschio è inaffidabile: in quanto tale senza di lui non si può fare nulla.
Il regista Jeong Seung-o mette quindi in luce un pezzo di vita vera, un fotogramma di realtà capace di applicarsi a tutta la Corea del Sud, e non solo: la disparità maschio-femmina ancora domina, anche se pare essere in sottofondo.

Famiglia in silenzio

Il generale si mescola con il singolo, sfruttando le frizioni fra i personaggi per disseppellire ogni dissapore, senza però affondare mai veramente la pala.
Sembra che la scelta di Jeong Seung-o sia precisa: dramma, sì, ma contenuto, come se la cultura sudcoreana non permettesse mai davvero l’eruzione dei sentimenti. Quindi si affida alle immagini, usando la fotografia notturna per scaldare anche sotto la pioggia.
Move the Grave è un breve viaggio con qualche sobbalzo, dove a venire davvero a galla è la cultura della Corea del Sud, lavata da un acquazzone capace di togliere tutto il fango che la ricopriva.
I personaggi diventano quasi nulli, con alcuni che rischiano di essere sovrapponibili, come se affollassero l’inquadratura senza un vero e proprio scopo.
Jeong Seung-o tenta un gioco pericoloso, che rischia di appannare il messaggio proprio per quanto tratteggia in maniera scarna il suo mondo, come quelle domeniche autunnali grigie e stinte, ma nelle quali la vita deve comunque andare avanti.
Ma a un certo punto viene fuori il gruppo, la famiglia stessa, che supera con un balzo le sfaccettature del singolo, perché la situazione di bisogno lo impone.

Corea tradizionale

La piccola forza di Move the Grave sta nella trasposizione della Corea del Sud.
La sua stessa società diventa veicolo di un messaggio sempre attuale, di cui anche in una realtà così lontana dalla nostra bisogna ancora parlare.
La gerarchia di genere viene però qui affrontata come un dato di fatto, senza enfasi o moralismi, parte integrante di una cultura che affonda ancora le sue radici in una tradizione che soffoca un certo tipo di pensiero, libero dagli schemi.
E la narrazione di Jeong Seung-o, seppur ridotta all’osso, priva di guizzi e istantanee così memorabili, forse riesce davvero a riconsegnarci un pezzettino di Corea, senza alcuna patina cinematografica. Un po’ com’è la vita di tutti i giorni.

Fonte : Everyeye