Cervelli in fuga, è controesodo: il 23% decide di tornare in Italia

Un periodo di lavoro all’estero arricchisce senza dubbio il curriculum vitae e, in certi casi, un’esperienza oltreconfine può fare la differenza: si pensi, per esempio al settore della ricerca, all’interno del quale un CV che non conta una parentesi all’estero rischia di essere valutato negativamente a priori.

Per questo motivo, nonché per le condizioni talvolta migliori garantite da Paesi come Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e via dicendo, sono tanti gli italiani che negli ultimi anni hanno preferito accettare lavori in Paesi diversi dall’Italia, andando a ingrossare le fila dei cosiddetti cervelli in fuga.

Sono però numerose le persone che – anche grazie agli incentivi introdotti dagli ultimi governi – decidono a un certo punto di tornare a lavorare in Italia, e che dunque si trovano di fronte alla necessità di ricollocarsi sul mercato del lavoro italiano. Un numero che nel post-lockdown è in deciso aumento.

Affaritaliani.it ha approfondito il tema con Carola Adami, head hunter e CEO della società di selezione del personale Adami & Associati, che fornisce qualche prezioso consiglio ai professionisti italiani che scelgono di rientrare nel Paese di origine.

“Quella del ‘ritorno a casa’ – spiega Carola Adami ad Affaritaliani.it – è certamente un strada che ultimamente è stata imboccata da un numero crescente di giovani emigrati all’estero. Ne abbiamo conferma quotidianamente, quando riceviamo i curricula di italiani che, pur essendo impiegati oltre confine, si candidano presso delle aziende italiane. E a confermarlo ci sono delle interessanti indagini effettuate negli ultimi mesi, a partire da uno studio condotto dal Centro Studi Pwc mediante LinkedIn, secondo il quale 1 talento su 5 desidererebbe tornare in Italia. Stando allo studio nel 23% dei giovani coinvolti ’il Covid-19 ha accresciuto la propensione a tornare nel Mezzogiorno d’Italia’ (il 20% guardando all’intero Paese).” 

“Si parla soprattutto di persone tra i 25 e i 35 anni, partendo peraltro dal presupposto che la fuga dei cervelli è un fenomeno che riguarda in particolar modo giovani con un titolo di studio medio alto: il Rapporto Italiani nel Mondo 2019 della Fondazione Migrantes spiega per esempio che il 40% di chi è partito nel 2018 aveva tra i 18 e i 34 anni” continua Carola Adami.

“Per quanto riguarda le motivazioni che spingono un expat a guardare nuovamente con attenzione al mercato italiano del lavoro  – riferisce ad Affaritaliani.it Carola Adami – entrano in gioco diversi fattori. Sono ovviamente poche le persone che sono disposte a lasciarsi alle spalle per sempre il Paese d’origine: per tornare a vivere nel proprio territorio, per riabbracciare la cultura italiana, per mettere le proprie competenze al servizio delle aziende del Paese, per tornare a frequentare regolarmente familiari e amici. Non bisogna inoltre dimenticare gli importanti incentivi fiscali introdotti negli ultimi anni. Nonostante questo, prima del Covid – stando allo studio Pcw – il 34% degli expat sarebbe tornato in Italia solo a fronte di una posizione lavorativa migliore, più prestigiosa o maggiormente remunerata, mentre il 31% affermava che le prospettive limitate di carriera in Italia erano già di per sé un motivo per non tornare. Dopo l’emergenza sanitaria, invece, l’82% degli intervistati ha definito la possibilità di stare vicini ai propri cari come ‘un fattore molto rilevante’.”

“L’errore che fanno in molti è quello di buttarsi subito nella ricerca vera e propria, senza un momento di riflessione. Questo è uno sbaglio che potrebbe costare caro, perché prima di mettersi alla ricerca degli annunci di lavoro è bene riflettere sulla propria esperienza professionale e sui propri obiettivi, capire cosa si può offrire alle aziende in virtù della propria esperienza all’estero e via dicendo. Solo nel momento in cui si sarà costruito uno storytelling professionale efficace e focalizzato sulle proprie peculiarità e sui propri obiettivi ci si potrà muovere con successo verso le nuove opportunità lavorative” prosegue il CEO di Adami & Associati.

“Il primo passo per ritornare a lavorare in Italia? Si parte come sempre dall’aggiornamento del curriculum vitae, con l’inclusione dell’esperienza lavorativa effettuata all’estero. Quando si parla di CV ogni dettaglio può fare la differenza, ed è quindi bene soffermarsi su ogni singola informazione per comunicare in modo chiaro, idoneo e coerente. Una volta perfezionato il curriculum vitae vale certamente la pena ottimizzare il proprio profilo LinkedIn, visto che la maggior parte dei selezionatori italiani utilizza ormai abitualmente questa piattaforma per individuare nuovi talenti. A tal proposito abbiamo inserito nel nostro organico dei consulenti di carriera, che sono pronti ad aiutare i talenti che desiderano ricollocarsi al meglio sul mercato italiano.”

Fonte : Affari Italiani