Il narcisismo come cura: come Emmanuel Carrère ha trovato un antidoto alla depressione

Tra le uscite più attese, col suo “Yoga” l’autore francese che ha reinventato l’autofiction parla della sua lotta con la malattia oscura. Qui passiamo in rassegna alcuni dei suoi libri giustamente entrati nella storia della letteratura contemporanea

Già salutato come il prossimo vincitore del prestigioso premio Goncourt, è uscito da poco, in una Francia preoccupatissima per i nuovi casi di contagio, Yoga di Emmanuel Carrère, l’autore francese tra i più celebrati, riconoscibile per quel suo io ingombrante che ha instillato come personaggio e voce nelle sue opere.

Anche Yoga, come le precedenti, non è un romanzo: è una terapia sotto forma di scrittura mista dell’autore, il tentativo di liberarsi di un’identità depressa, iper-narcisistico e al limite del suicidio – tetre vicende realmente occorse nella vita dell’autore – che si apre con il racconto di un ritiro di meditazione interrotto dall’attentato a Charlie Hebdo, dove perde la vita un caro amico.

Ed è tante cose assieme, questo libro, nel suo procedere per pezzi, vertigini e voyeurismo non solo interiore, non solo quello di un Carrère che si ammala e si deprime fino a optare per la terapia elettroshock, ancora consentita in Francia: già detti amici che perdono la vita, ma anche la difesa di scrittori di ultradestra da riscoprire. La realtà complessa là fuori sembra dare il ritmo al gorgo nero interiore dell’autore, che qui si mostra ammalato. Tanto che questa nuova uscita sembra così quasi il tentativo di liberarsi della vita passata, una sorta di suicidio simbolico

Una vita, la sua, che è di amante, giornalista, critico cinematografico, personaggio pubblico, funambolo e fantasista, ma anche di scrittore di successo. Con opere, in particolare dal 2000 in poi (pubblicate in Italia sia da Einaudi che ultimamente da Adelphi, ma non solo), in cui l’elemento autobiografico è stato messo a contrasto (o meglio a reagente) con il racconto di vite e vicissitudini sia individuali che globali: dalla tragedia dello tsunami del 2004 al processo di un familicida francese e terribile impostore, o ancora l’avvento del cristianesimo, fino al celebre Limonov sull’omonimo strampalato scrittore e attivista russo. 

Per conoscere il Carrère più autentico, senza disdegnare i suoi romanzi  precedenti come I baffi o La settimana bianca, oppure i piccoli gioielli come il reportage sulla Calais dei migranti, si potrebbe iniziare con L’avversario. 

Si tratta di un libro elegante e diabolico assieme. “Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla.” Così si legge. Ma il libro non sarà la biografia pura di Romand, che invece di fare il medico passava le giornate nei boschi in una particolare fuga lucida dal quotidiano, prima dell’atto efferato.

Al contrario è la storia quasi di un innamoramento, ossessione o meglio. se vogliamo. amicizia e tentativo di empatia tra Romand e Carrère, che raccontando della corrispondenza tra di loro (alla ricerca fallita di scriverne un puro romanzo) svela e costruire il personaggio romanzesco del killer e mentitore, e insieme racconta come sempre di sé. Quasi cercando quelle crepe folli che farebbero diventare Carrère un Romand e viceversa, scambiate le maschere. 

Avvicinamento più cauto, benché condotto verso una maggiore varietà, a metà tra reportage e biografia, è quello di Carrère nei confronti del da poco deceduto Eduard Limonov nel suo Limonov.

Un libro sullo scrittore punk e attivista russo dalla vita inquieta: uno che è passato dall’essere un miliziano filo-serbo a un artista di nicchia perennemente sbronzo a New York ,circondato da donne e modelle, che è approdato come mito per i salotti parigini e perfino facendo l’accattone e quindi l’attendente di un miliardario a Manhattan. 

Limonov piace a Carrère – che racconta in modo prospettico dei suoi vari avvicinamenti alla Cosa Limonov, raccontando assieme molto dell’attualità europea e specie della Russia post-sovietica (facendosi saggio storico) – quanto forse Rostand, ma rispetto a quest’ultimo alla follia lucida quasi sostituisce l’esuberanza ebbra di vite – una vita romanzesca, pericolosa, una vita che ha accettato il rischio di calarsi nella storia si legge – l’imprevedibilità che quasi giustifica certi tratti scuri e reazionari del personaggio che, negli errori e nelle ambiguità, compie ogni azione fino in fondo. 

Che il personaggio Limonov di questo eccellente saggio-romanzo non sia che uno specchio per Carrère, specchio della propria impossibilità di vivere appieno, lui che da giovane si definisce “terrorizzato: dalla vita, dagli altri, da me stesso”, e così di rompere la parete narcisista?

“Vivere (e soffrire) per interposta persona” anche quando si potrebbe essere testimoni, anche dell’esperienza del dolore: così si apre l’intenso e bipartito Vite che non sono la mia, raccontando da un lato della tragedia dello tsunami in Sri Lanka del 2004 che si abbatte su una coppia di conoscenti che perdono la figlia e, in una seconda parte, ritornato a Parigi, della lotta contro il cancro della sorella della compagna dell’autore. 

Nel romanzo di Carrère paiono tornare, oltre al narcisismo, la tematica del dolore e della malattia, e la tematica familiare, luogo non solo di gioia ma anche di sofferenza e maschere, nonché il rapporto complesso tra la storia – qui in forma di tsunami ma anche legata alla identità francese nella seconda parte – e le storie individuali (i genitori che hanno perso una figlia, la morte di una sorella).

La vita ha fatto di me il testimone di queste due sciagure, l’una dopo l’altra, e mi ha incaricato – o almeno io ho capito così – di raccontarle”, dichiara lo stesso Carrère.

Una testimonianza quasi da investigatore privato corrotto dai propri investigati che troviamo anche – in forma apparentemente bizzarra e dalla distanza – nel particolare Il Regno, dove l’autore affronta di petto il cristianesimo come esperienza personale, ma raccontandone la genesi come fosse un romanzo a più voci, e per certi versi blasfemo

Da un lato il Regno è una cavalcata accuratissima sui tanti personaggi, alcuni minori, che hanno contribuito a rendere una piccola setta guidaica la principale religione occidentale, convertendo imperatori e popoli. Con ironia e acume, Carrère contribuisce a svecchiare certi personaggi – come l’apostolo Paolo e l’evangelista Luca – a tratti denigrando il culto nei loro confronti. Ma non è solo un libro sul cristianesimo, perché si cita anche la storia contemporanea, oppure Philip Dick, altro suo cavallo di battaglia. 

Un libro dove Carrère parla anche di sé, dei suoi familiari, e di tante altre cose ironiche e scabrose nella propria vita.

E dove si confessa nel suo meccanismo di auto-fiction: 

“Penso che anche le persone più sicure di sé percepiscano con angoscia lo scarto che esiste fra l’immagine di sé che bene o male cercano di dare agli altri e quella che hanno di loro stesse nei momenti d’insonnia, o di depressione, quando tutto vacilla e si prendono la testa fra le mani, sedute sulla tazza del cesso”

In questo viaggio tra alcuni dei libri più importanti di Carrère la nuova uscita di Yoga potrebbe rappresentare un punto di svolta e assieme un approdo di un io magnificato dalla scrittura – e allo stesso tempo ingabbiato in un personaggio – che cerca antidoti contro la depressione nella letteratura. 

Ritornerà il Carrère romanziere pre-2000 e pre-autofiction? L’autore eliminerà questa presenza dell’io così forte nascondendosi di più? Magari proporrà opere di fantascienza filosofica, essendo un estimatore di P. K. Dick, come dimostrato anche dalla biografia Io sono vivo, voi siete morti dell’autore piena di storia e visioni? Staremo a vedere.

Fonte : Wired