Come gli uiguri: tibetani rinchiusi nei campi di rieducazione (II)

Nel 2020, il Partito comunista cinese ha “formato” e indottrinato in Tibet 543mila lavoratori rurali “in eccesso”. Si ripete lo schema adottato nei “lager” dello Xinjiang. Pechino: agricoltori e pastori nomadi partecipano in forma volontaria per trovare impiego. Secondo molti osservatori, il regime li obbliga in un contesto di forte controllo sociale.

Pechino (AsiaNews) – Come nello Xinjiang, dove le autorità hanno rinchiuso oltre un milione di uiguri musulmani in campi di internamento, il Partito comunista cinese ha “rieducato” centinaia di migliaia di contadini e pastori tibetani. Con il pretesto della lotta alla povertà, il regime ha trasferito quasi 50mila lavoratori tibetani all’interno della regione, e oltre 3mila in altre province del Paese. Vengono impiegati nella costruzione di strade, nelle pulizie, nelle miniere, nella ristorazione, nel trasporto e nella trasformazione alimentare. Se sono fedeli al Partito, figli, mogli e membri anziani delle loro famiglie riceveranno le “cure amorevoli” dello Stato. Disciplina militare usata per inculcare il patriottismo e riformare il “pensiero arretrato” della popolazione di credo buddista. La seconda di tre parti dell’analisi di Adrian Zenz, ricercatore della  Victims of Communism Memorial Foundation. Per gentile concessione della Jamestown Foundation (traduzione a cura di AsiaNews).

Trasferimenti di manodopera in altre province

Nel 2020, il Tibet ha introdotto una politica di trasferimento di manodopera a livello regionale che stabilisce meccanismi e quote obiettivo per il trasferimento di lavoratori rurali in “eccesso” formati sia all’interno (55mila unità) sia all’esterno (5mila) della regione (TAR Human Resources Department, July 17). La terminologia è simile a quella usata in relazione ai trasferimenti di manodopera nello Xinjiang, utilizzando frasi come: “Trasferimento di lavoro sovraregionale” e “esportazione di manodopera”. Sia il Piano d’azione per la formazione e il trasferimento di lavoro 2019-2020 sia il 13° Piano quinquennale del Tibet (2016-2020) menzionano i trasferimenti al di fuori della regione autonoma solo di sfuggita, senza descrivere in dettaglio la relativa politica o l’uso di una terminologia simile a quella che si trova nei documenti correlati dello Xinjiang.

Nei primi setti mesi del 2020, le autorità tibetane hanno formato 543mila lavoratori rurali in esubero, raggiungendo entro luglio il 90,5% del loro obiettivo annuale. Di questi, 49.900 sono stati trasferiti in altre parti del Tibet, e 3.109 in altre province della Cina (TAR Government, 12 agosto). A ogni area viene assegnata una quota di trasferimento. Entro la fine del 2020, questo schema di trasferimento deve coprire l’intera regione autonoma.

Esempi specifici di tali trasferimenti di manodopera individuati dall’autore in altre zone del Tibet includono i collocamenti lavorativi nella costruzione di strade, nelle pulizie, nell’estrazione mineraria, nella ristorazione e nel trasporto. I trasferimenti a posti di lavoro al di fuori della regione tibetana comprendono l’impiego presso il Cofco Group, la più grande azienda statale cinese di trasformazione alimentare (Hebei News, 18 settembre, 2020).

La terminologia ufficiale impiegata in Tibet per il processo di trasferimento del lavoro è identica a quella utilizzata nello Xinjiang: “assegnazione, organizzazione, gestione e invio unificati”. I lavoratori vengono trasferiti a destinazione in modo centralizzato, “di gruppo. Il documento programmatico fissa le dimensioni del gruppo a 30 persone, suddivise in sottogruppi di 10, entrambi guidati da (sotto)capigruppo (TAR Human Resources Department, 17 luglio). In un caso, questo metodo di trasporto è stato descritto come “servizio punto a punto in stile ‘tata’” (Chinatibet.net, 21 giugno). Come nello Xinjiang, questi trasferimenti di manodopera verso altre province sono organizzati e sostenuti attraverso uno specifico meccanismo (“Assistenza Tibet”), anche se non in modo esclusivo. Se sono fedeli al Partito, figli, mogli e membri anziani della famiglia dei lavoratori trasferiti riceveranno le “cure amorevoli” dello Stato.

Anche in questo caso, le somiglianze con lo schema di trasferimento interprovinciale dello Xinjiang sono significative: elaborazione unificata, trasferimenti in gruppi, forte coinvolgimento del governo, incentivi finanziari per gli intermediari e per le aziende partecipanti e quote statali. Tuttavia, per quanto riguarda lo schema di trasferimento di manodopera del Tibet, non vi sono finora prove di funzionari accompagnatori o personale di sicurezza, di quadri stazionati nelle fabbriche, o di lavoratori tenuti in ambienti chiusi e protetti nella loro destinazione finale del lavoro. È possibile che il trasferimento di lavoratori tibetani non sia così protetto come quello dei lavoratori uiguri. Non vi è inoltre attualmente alcuna prova che i programmi di formazione e di trasferimento dei lavoratori tibetani siano collegati all’internamento extragiudiziale. L’intera gamma dei meccanismi di formazione professionale e di assegnazione dei posti di lavoro in Tibet può assumere varie forme e ha una serie di focus group; non tutti prevedono trasferimenti centralizzati o la formazione e il trasferimento in stile militare di nomadi e contadini.

La natura coercitiva del sistema di formazione e trasferimento

Ciononostante, ci sono chiari elementi di coercizione durante il reclutamento, la formazione e l’assegnazione lavorativa, così come un processo di trasferimento centralizzato e fortemente controllato dallo Stato. Mentre alcuni documenti affermano che lo schema si basa sulla partecipazione volontaria, l’evidenza complessiva indica la presenza sistemica di numerosi elementi coercitivi.

Come nello Xinjiang, i documenti del governo del Tibet chiariscono che la riduzione della povertà è un “campo di battaglia”, con un lavoro da organizzare sotto una struttura di “comando” di tipo militare (TAR Government, 29 ottobre, 2019; Xinhua, 7 ottobre, 2018). A metà del 2019, la battaglia contro la povertà in Tibet sarebbe entrata “nella fase decisiva”, dato l’obiettivo di sradicare la povertà assoluta entro la fine del 2020 . (Tibet.cn, 11 giugno, 2019) Poiché la povertà si misura in base ai livelli di reddito, e il trasferimento di manodopera è il mezzo principale per aumentare i redditi – e quindi per “far uscire” le persone dalla povertà – la pressione per i governi locali di radunare le popolazioni povere e inserirle nel programma è estremamente elevata.

Il Piano d’azione per la formazione e il trasferimento di manodopera stabilisce rigorose procedure amministrative e impone la creazione di gruppi di lavoro dedicati e il coinvolgimento di quadri dirigenti di alto livello, per “garantire che i compiti previsti siano completati nei tempi previsti”. Ogni livello amministrativo deve fare “pressione [per raggiungere gli obiettivi] al livello successivo [inferiore]”. Le unità di governo locale devono “stabilire una lista di avanzamento dei compiti [e] coloro che sono in ritardo rispetto al loro programma di lavoro devono essere segnalati e devono essere ritenuti responsabili secondo le norme”.

La versione adottata nell’area della città di Shannan è ancora più draconiana: i risultati della formazione e del trasferimento del lavoro sono direttamente pesati nei punteggi annuali di valutazione dei quadri, integrati da un sistema di “premi e punizioni severe”. Specifiche minacce di “severi premi e punizioni” in relazione al raggiungimento degli obiettivi di formazione e trasferimento del lavoro si trovano anche altrove, come nei rapporti ufficiali della regione governata dalla città di Ngari, che prevedono l’elaborazione di resoconti “settimanali, mensili e trimestrali” (TAR Government, 18 dicembre, 2018).

Come per gli uiguri dello Xinjiang, il superamento della resistenza dei tibetani al trasferimento di manodopera è parte integrante dell’intero meccanismo. I documenti affermano che la “rigorosa gestione militare” del processo di formazione professionale induce le “masse a rispettare la disciplina”, rafforza continuamente la loro consapevolezza patriottica” e riforma il loro “pensiero arretrato”. Ciò può anche comportare la presenza di quadri locali per “rendere più rigorosa la disciplina della formazione”.

Poiché il processo di formazione professionale in stile militare produce disciplina e trasforma le “vecchie visioni occupazionali”, esso dovrebbe promuovere il trasferimento del lavoro. Gli sforzi per la riduzione della povertà e per la formazione sono quindi abbinati a un impegno propagandistico a tutto campo, che mira a usare “l’educazione al pensiero” per “educare e guidare i disoccupati a cambiare la loro mentalità chiusa, conservatrice e tradizionale del lavoro” (Tibet’s Chamdo, 8 luglio, 2016).

Un resoconto del 2018 sul post-formazione redatto dal governo di Chamdo mostra le rigide procedure impiegate dalle autorità: “Seguire rigorosamente il processo e chiederne l’efficacia. Prima della fine di ogni corso di formazione, i tirocinanti sono tenuti a compilare il ‘Questionario sulla disponibilità al lavoro’. Creare una banca dati per comprendere lo status occupazionale dei tirocinanti dopo la formazione. Per coloro che non possono essere assunti in tempo dopo la formazione, seguire e visitare regolarmente e raccomandare attivamente l’impiego”. Questi criteri sono sempre più superflui, perché il processo “orientato all’ordine” obbligatorio significa che la gente del posto viene assegnata ai futuri posti di lavoro prima della formazione.

(Fine seconda parte)

Fonte : Asia