Il presente dei bambini è una casa dalle finestre chiuse. Un estratto da “I bambini non perdonano”

Collaboratrice di Wired e coordinatrice pedagogica, il saggio di Vanessa Niri analizza le ricadute psicologiche sull’infanzia della pandemia e della narrazione che ne abbiamo fornito noi adulti. Ve ne proponiamo un estratto

L’involuzione adulto-centrica degli anni ’90

È dagli anni ’90 del Novecento, che la società – in particolare, anche se ovviamente non solo, quella italiana – ha purtroppo iniziato nuovamente a ritrarsi in una visione sempre più adulto-centrica, spostando pian piano il cono di luce dai diritti dei bambini alla loro centralità simbolica ed economica.

Così scrive il filosofo Marcel Gauchet: «Se il XX secolo è stato il secolo della scoperta del bambino reale, supportata dalla nascita contemporanea della pediatria, della pedagogia e della psicoanalisi, il XXI sembra aprirsi come il secolo della sacralizzazione del bambino immaginario. La nostra società esalta a tal punto la dimensione infantile da arrivare a mitizzarla e, alla fine, a mistificarla».

È quindi in questo contesto – così profondamente trasformato rispetto ai decenni precedenti e così pericolosamente vicino ai piccoli “adulti in miniatura” di alcuni secoli fa – che, già ben prima della terribile epidemia di Covid-19, avevano iniziato a fare capolino i nuovi “bambini perduti”.

Se i figli dei Giardini di Kensington dovevano fare i conti con balie distratte e genitori anaffettivi, i nuovi lost boys, nati nella prima manciata di anni del nuovo millennio, non possono neppure provare a volare verso l’Isola Che Non C’è: molti di loro trovano infatti la finestra chiusa già nel tentativo di uscire.

Sono finestre sbarrate dalle paure dei “grandi”, dalla loro incapacità di agire da adulti, e da quella sorta di privatizzazione della prole da parte di «genitori strateghi, unicamente interessati alla riuscita, costi quel che costi, dei loro figli e che non esitano a mettere una scuola contro l’altra, a rinnegarla e farla cambiare alla prima mancanza o al primo segnale di cattivo funzionamento. Veri e propri guardiani della riuscita dei figli, essi rendono vana l’idea di una politica collettiva e “ridistributiva” che metta in secondo piano le loro esigenze».

E non sono solo i genitori a sbarrare le finestre dall’interno: i figli del nuovo secolo non trovano infatti intorno a loro né isole fantastiche, né fate, né polverine magiche per volare. E questo anche a causa di processi sociali che sembrano a volte non avere neppure a che fare con il mondo dell’infanzia, ma che pesano su di loro addirittura più di quanto non facciano con gli adulti.

Ad aver ucciso le fate, in questi anni, sono ad esempio le autoassolutorie e pervasive leggi sulla sicurezza, la trasformazione delle città e degli spazi urbani, la rivoluzione globale finanziaria ed economica in ottica neoliberista, i disinvestimenti sulla scuola e sul welfare, l’abbraccio – denunciato dal sociologo Zygmunt Bauman – tra sfiducia e paura, la scomparsa dell’ascensore sociale, la strumentalizzazione perniciosa di singoli fatti di cronaca nella comunicazione digitale, l’aumento della medicalizzazione e dell’abuso di diagnosi in ambito scolastico, la continua minaccia di azione legale contro gli insegnanti da parte di molti genitori.

Tra i bambini che simbolicamente rispondevano alle telefonate di Gianni Rodari da tutta Italia per ascoltare le sue fiabe, equelli costretti a fare i conti con questo mondo, passa probabilmente la stessa distanza che noi sentiamo nei confronti dei nostri bisnonni che hanno combattuto la Prima Guerra mondiale.

È stata un’involuzione silenziosa e non traumatica – seppur estremamente veloce – di cui non abbiamo avuto, e non abbiamo, percezione.

E, soprattutto, non siamo stati in grado – come sistema-Paese, come comunità – di aggiornare le nostre Istituzioni, per far sì che potessero accogliere i bisogni mutati dei bambini e delle loro famiglie.
Non siamo stati capaci, cioè, di costruire strade che impedissero ai più piccoli di essere relegati ai margini di una società che stava smettendo di considerarli cittadini, conservando per loro un’apparente centralità – in particolare nel loro prezioso ruolo di consumatori –, ma cancellandone i bisogni reali e dando spazio solo a quelli indotti: dal merchandising, dalle proiezioni dei genitori, dalle aspettative di una società invecchiata e di una scuola sempre in posizione di autodifesa.

La “bomba” del Covid-19 sui bambini e sui ragazzi

Se questo era il contesto, possiamo quindi dirci che l’emergenza Covid-19, sul fronte minori, non è stata una bomba atomica esplosa senza preavviso, ma piuttosto la scossa più forte di un movimento tellurico in atto da trent’anni. Le leggi sanitarie legate al contenimento dell’epidemia hanno fatto implodere ulteriormente una società che non si occupava già da tempo dei propri bambini e dei propri ragazzi; limitandosi a difendere simulacri vuoti, impossibilitati a rispondere alle sfide del futuro e al bisogno dei più piccoli e dei più giovani di percepire intorno a loro un mondo ricco di prospettive e di opportunità.

Le finestre chiuse contro le quali molti dei nostri giovani finiscono per andare a sbattere da almeno quindici anni – come ad esempio quelle della cancellazione di ogni possibilità di ascensore sociale e dell’impossibilità di immaginare un futuro in Italia11 – non le ha create il Covid-19. Le ricreazioni scolastiche tutti seduti al banco non sono una degenerazione causata dalla necessità di distanziamento fisico a causa dell’epidemia, sono una realtà diffusa in molte scuole primarie italiane all’interno delle quali gli insegnanti preferiscono cautelarsi da eventuali pericoli e conseguenti cause legali da parte di genitori minacciosi, sempre pronti a denunciare una caduta, la rottura di un dente, la perdita di un paio di occhiali. Il rischio che corriamo in questi mesi, però, è che queste degenerazioni della relazione con i bambini e i ragazzi siano rinforzate dall’epidemia.

Anche il gender gap tra lavoro femminile e maschile non è stato una conseguenza del coronavirus: è invece una piaga con cui facciamo i conti da decenni12 e che la primavera del 2020 ha visto soltanto rinforzarsi e conclamarsi. Tutti questi fattori rischiano di fortificare una società senza pensiero pedagogico rivolto ai bambini e alle loro famiglie.

Che fine ha fatto l’infanzia durante il coronavirus?

Insomma, è necessario chiedersi che fine abbia fatto l’infanzia, in Italia, durante il coronavirus, ma anche quale mondo avevamo costruito per i bambini e i ragazzi già nei decenni precedenti. O, meglio, quali e quanti diritti acquisiti ci stavamo già adoperando per cancellare?
Per mutuare lo slogan più abusato dell’epidemia: non andava tutto bene prima, non è andato tutto bene durante, e corriamo oggettivamente il rischio che non vada tutto bene neppure dopo.

Nel marzo del 2020, chi ha tentato di mettere l’accento sulle conseguenze che i minori rischiavano di subire – a causa di un sistema di disposizioni sanitarie che non aveva eguali in Europa per rigore e richiesta di distanziamento fisico – non è stato ascoltato.

Se, a un certo punto, il tema della gestione dei bambini ha trovato all’improvviso spazio e risonanza è stato esclusivamente grazie al fatto che il ritorno al lavoro previsto per maggio e giugno avrebbe messo in difficoltà i genitori con figli tra gli 0 e i 14 anni, in particolare a causa dell’impossibilità oggettiva di fare conto sulla principale risorsa del welfare all’italiana: i nonni. Allora e solo allora, quando i bambini hanno smesso di essere soltanto espressione di diritti e bisogni personali, ma sono diventati ostacolo per il lavoro o il benessere altrui, hanno conquistato le attenzioni dei mass media e della politica.
Poche altre volte, credo, avevamo potuto assistere a cartine al tornasole che evidenziassero così bene la scarsa importanza che lo Stato attribuisce ai bisogni e ai diritti dei minori in Italia. Quello che è successo dimostra che il retro-pensiero diffuso sottende una serie di punti basilari, ognuno dei quali a modo suo preoccupante:

1. I bambini stanno sempre bene, in famiglia.

2. Se dobbiamo dare loro offerte alternative è solo perché la famiglia non può occuparsene per ragioni superiori, come il lavoro.

3. I nonni suppliscono alle mancanze dell’offerta pubblica.

4. I minori esistono esclusivamente in relazione agli adulti che devono prendersene cura.

Fonte : Wired