L’ultimo combattimento di Chen: l’addio al cinema di Bruce Lee

Bruce Lee, l’eclettico artista marziale anche filosofo, attore e regista, ha dato al mondo delle arti marziali e a quello del cinema un contributo importantissimo, diventando già in vita una vera e propria icona generazionale.
Purtroppo però, con la sua prematura scomparsa, non è stato più possibile seguire la sua costante evoluzione fisica quanto introspettiva, dato che l’artista, da sempre focalizzato in un percorso di automiglioramento personale, avrebbe sicuramente continuato a innovare tanto il mondo del cinema quanto quello delle arti marziali.
L’ultimo combattimento di Chen, voluto fortemente dallo stesso Lee per mettere su schermo ancora una volta le sue idee legate al Jeet Kune Do (come già visto in varie sue apparizioni cinematografiche tra le quali la pellicola cult L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente) non è purtroppo mai arrivato alla sua conclusione proprio per via della morte improvvisa del marzialista, avvenuta a soli trentatré anni.
Per lungo tempo si è pensato di avere a disposizione solo circa undici minuti del girato originale, a distanza di circa trent’anni invece, nel 2000, si è fortunatamente riusciti a recuperare tutto il materiale girato dallo stesso Lee, dalla durata di circa trentacinque minuti.
Ancora oggi, l’iconico costume giallo e nero indossato dal protagonista nella pellicola è diventato un vero e proprio elemento a cui associare la stessa figura di Bruce Lee, che contro Kareem Abdul-Jabbar (star NBA, allievo e amico di Lee) ha dato vita a uno tra i combattimenti più memorabili della sua carriera.

Risvolti surreali

Visto l’enorme successo ottenuto dai film di Lee, con I 3 dell’Operazione Drago a consacrare definitivamente il marzialista anche a Hollywood (e in tutto l’Occidente), la figura dell’artista, subito dopo la sua morte improvvisa, è diventata oggetto di culto, perché capace di incarnare una forza di volontà senza precedenti e un’attitudine al rigore e alla perseveranza tipica solo degli atleti migliori al mondo.
Oltre comunque all’ovazione popolare, è innegabile constatare che dietro alla sua figura si sia creato un vero e proprio mercato altamente remunerativo che però, proprio al suo apice, si è visto portare via la sua fonte di guadagno primaria.

La casa editrice Golden Harvest, detentrice dei diritti sulla figura di Lee, ha così pensato dopo pochi anni dalla sua morte di portare comunque in scena (a qualunque costo e in qualunque modo) il film rimasto incompiuto (togliendo semplicemente il The dal titolo originale), sfruttando in primis gli undici minuti di girato disponibili uniti a sequenze create da zero per dare corpo all’intero film, capaci però di dar vita a soluzioni visive – quanto concettuali – semplicemente tragicomiche.

La casa di produzione, infatti, trovandosi di fronte a un problema irrisolvibile, per non si sa quale ragione ha deciso di dare sfogo a tutta una serie di trovate weird (quanto realmente imbarazzanti) quali l’attaccare dei cartonati con la faccia di Lee all’interno delle sequenze con dei sosia protagonisti, far comparire su schermo delle sue controfigure munite di occhiali da sole (così da non rendere esageratamente evidente la loro differente struttura facciale) e tante altre trovate di pessimo gusto, tra cui quella di ridoppiare sequenze di vecchi film per renderle pseudo credibili nel nuovo contesto in cui sono state inserite.
Anche se un tale livello di follia non è più stato raggiunto da nessuna produzione ad alto budget, rimane comunque il fatto che per L’ultimo combattimento di Chen si è superato più volte il limite della decenza, arrivando a toccare vette in bilico tra lo spiritoso (se viste con gli occhi odierni) e il tragico.
Numerosi – quanto incredibilmente trash – anche tutti i seguiti apocrifi usciti successivamente, capaci comunque di far comprendere quanto Lee sia riuscito a entrare nell’immaginario collettivo mondiale, anche per l’incredibile mercato nato dietro alla sua iconica figura, nonostante lo sfruttamento effettuato dalle case di produzione, interessate esclusivamente al mero tornaconto economico.

Sii come l’acqua

L’ultimo combattimento di Chen rappresenta il lascito finale di Bruce Lee che, raggiunto l’apice della sua carriera, ha deciso di costruire un film interamente basato sui concetti principali del Jeet Kune Do, l’arte marziale da lui stesso creata basata sullo spirito d’adattamento e, in taluni casi, anche sull’improvvisazione.
La trama, dalla struttura basilare, vede il protagonista intento a sconfiggere una serie di avversari sempre più forti all’interno di una pagoda, costretto a lottare da un branco di spietati criminali che tengono in ostaggio la sua famiglia.
L’obiettivo diviene infatti quello di raggiungere la cima della struttura per ottenere il misterioso tesoro al suo interno (voluto dai malviventi), particolare che porterà lo stesso protagonista a vivere sulla sua pelle una vera e propria epifania capace di fargli comprendere il potenziale realmente infinito insito nel Jeet Kune Do.

Ancora una volta, durante l’intera sequenza finale, vediamo Lee far sfoggio di tutti i suoi cavalli di battaglia, a cominciare dalla grande abilità nell’utilizzare i nunchaku (unita alla sua straordinaria agilità) per poi arrivare ai combattimenti corpo a corpo.
Durante la salita tra i vari piani della pagoda, vediamo il protagonista adattarsi via via ai diversi stili di combattimento utilizzati dai suoi avversari, particolare che lo porta a studiare con assoluta precisione i punti di forza e di debolezza degli stessi, così da effettuare il contrattacco migliore.
L’ultimo combattente da affrontare si rivela però un avversario più ostico del previsto, non solo per la sua altezza spropositata ma anche perché capace di utilizzare a sua volta i precetti del Jeet Kune Do.
Ormai entrato nella storia dei film di combattimento, lo scontro tra Lee e Kareem Abdul-Jabbar rappresenta un vero e proprio momento topico per i marzialisti.
I due hanno dovuto ripetere molte volte la scena, sia per il perfezionismo di Lee che per la loro inclinazione a muoversi in maniera troppo rapida (la camera infatti non riusciva a seguirli nel modo corretto).

Nello scontro finale Lee lotta con tutte le sue forze contro il suo avversario, i due si scambiano numerosi attacchi senza soluzione di continuità, in un tripudio di schivate millimetriche, pugni, calci, prese e controprese capaci in pochi minuti di racchiudere l’essenza stessa del Jeet Kune Do.
L’ultimo combattimento di Lee nella finzione è così diventato anche il suo ultimo combattimento (simbolico) nella realtà, capace comunque, ancora una volta, di settare nuovi standard qualitativi riguardo al cinema d’arti marziali e non, così da elevare la sua figura oltre il semplice personaggio, diventando, senza ombra di dubbio, leggenda.

Fonte : Everyeye