The Battle: Roar to Victory, la recensione del war-movie coreano

L’occupazione giapponese in Corea è durata per quasi quarant’anni, per l’esattezza dal 1910 al 1945, e ha lasciato strascichi indelebili nella penisola asiatica. La battaglia di Fengwudong, datata 1920 e combattuta in Manciuria, fu uno degli scontri fondamentali, entrata nella storia per il coraggio dimostrato dalle milizie coreane nei confronti di un avversario meglio organizzato e numericamente superiore.
The Battle: Roar to Victory è stato non a caso un grande successo di pubblico in patria, con oltre tre milioni di biglietti venduti, e sbarca ora alla nuova edizione del Florence Korea Film Fest, che si sta tenendo in questi giorni nel capoluogo toscano.
Il film si concentra su una divisione di uomini che aveva il compito di consegnare fondi al governo provvisorio con sede a Shanghai, una missione per nulla semplice e ricca di dolorose perdite.

Una battaglia da vincere

Il regista Won Shin-yun ha esordito dietro la macchina da presa nel decennio scorso con l’horror The Wig (2005), dopo una carriera come stuntman.
E proprio per questo motivo le scene d’azione, ovviamente declinate in veste bellica, giocano un ruolo predominante nel corso delle due ore e dieci di visione. Visione che cerca di trovare un proprio equilibrio tra le fasi più drammatiche e quelle tipicamente di genere, ma che spesso spara le proprie cartucce a vuoto in una ricerca dell’epica che si risolve in un nulla di fatto.
The Battle: Roar to Victory perde inevitabilmente il confronto con altri grandi classici a tema della scena nazionale, titoli – solo per citarne un paio – come Brothers of War – Sotto due bandiere (2004) o The Frontline (2011), e non riesce nemmeno a coinvolgere dal lato spettacolare nonostante il copioso numero di comparse che caratterizzano le scene di massa, finendo per cedere a un’irritante monotonia che si protrae fino alla resa dei conti finale.

Una lunga rincorsa

Per la maggior parte del minutaggio si assiste infatti a una serie di fughe, agguati e massacri, con lo sfondo paesaggistico a giocare un ruolo importante: peccato che la vastità delle foreste non venga gratificata dalla spenta fotografia e la dinamicità delle scene sia schiava di un inesorabile reiterarsi di situazioni simili tra loro.
Difficile identificarsi con i personaggi principali, resi o in chiave involontariamente caricaturale – il leader con la cicatrice in volto che va in berserk uccidendo decine di avversari armato esclusivamente del suo inseparabile spadone – o figli di risvolti strappalacrime che trascinano il tutto verso una prevedibile enfasi retorica.
The Battle: Roar to Victory ha poi il difetto, comune a molte produzioni sia coreane che cinesi, di caratterizzare il nemico nipponico in chiave grottesca e crudele oltremisura.
Se è pur vero che i soldati giapponesi si sono macchiati di orribili crimini di guerra nella loro storia, qualche sfumatura in più avrebbe garantito maggiore verosimiglianza all’insieme e la sola presenza di un giovane cadetto che cambia sponda dopo aver visto le nefandezze compiute dai suoi commilitoni risulta l’ennesima ingenuità/forzatura in ambito narrativo.

La scarsa presa emotiva sullo spettatore è anche colpa di un cast poco carismatico, nel quale spiccano due attori ben noti agli appassionati del cinema orientale: il leggendario Choi Min-Sik compare in un breve ma illuminante cameo finale, mentre nelle vesti di un crudele ufficiale del Sol Levante troviamo Hiroyuki Ikeuchi, in un ruolo non troppo dissimile da quello interpretato nel primo episodio di Ip Man (2008).

Fonte : Everyeye