Dopamina e ricompense: come uno smartphone hackera il nostro cervello

Il documentario The Social Dilemma riporta al centro dell’attenzione una verità nota da tempo: se non riusciamo a staccarci dai dispositivi digitali, è perché sono progettati proprio a questo scopo

Poco più di un anno fa, Instagram ha colto tutti di sorpresa decidendo di nascondere il contatore dei like dalla sua applicazione. Le reazioni a questa scelta sono state molto positive, come se il social network di proprietà di Facebook stesse davvero facendo qualcosa per ridurre la dipendenza dei suoi utenti. A dire la verità, a spingere Instagram a nascondere i like – lasciandoli però visibili a chi ha pubblicato il contenuto – non era la volontà di liberarci dalla dipendenza dai social network. Al contrario: l’obiettivo era spronarci a postare ancora di più, senza il timore di apparire un po’ sfigati se il contatore dei like non saliva nel modo atteso.

Se davvero avesse voluto compiere una mossa rivoluzionaria per ridurre la dipendenza da social, Instagram avrebbe nascosto il contatore dei like per tutti. Rendendolo invisibile solo ai follower, Instagram ha colto due piccioni con una fava: da una parte ha rimosso uno degli ostacoli principali alla pubblicazione spensierata dei contenuti (ovvero il timore che tutti vedano che abbiamo ricevuto pochi like); dall’altra, si è comunque assicurato che la dopamina – lo strumento più potente a disposizione dei social network – continui a svolgere il suo lavoro.

Come una slot machine

Ogni singola volta che otteniamo un like, un commento o una qualunque notifica tutti noi riceviamo infatti una piccola gratificazione, che a livello fisico è in realtà una scarica di dopamina e che sta alla base della nostra dipendenza dai social network (e, più in generale, degli smartphone). Il meccanismo che regola tutto ciò è mutuato dal gioco d’azzardo e dalle slot machine ed è chiamato sistema di rinforzo intermittente positivo.

A illustrare questo meccanismo è stato per primo Tristan Harris – ex software designer di Google e oggi fondatore del Center for Human Technology – in un lungo saggio pubblicato nel 2016 su Medium. Recentemente, lo stesso tema è stato ripreso nel fortunato documentario The Social Dilemma.

Per capire come funziona tutto ciò, prendiamo proprio l’esempio delle slot machine: tirare la leva rappresenta l’azione intermittente, dopodiché attendiamo qualche secondo affinché le ruote che compongono le varie combinazioni smettano di girare e, infine, scopriamo se abbiamo vinto o perso (e quindi se abbiamo ottenuto un rinforzo positivo). Ogni volta che vinciamo, il nostro cervello produce dopamina. Ogni volta che perdiamo, facciamo fatica a resistere alla tentazione di giocare di nuovo, nella speranza di conquistare la nostra ricompensa e provare quella brevissima sensazione di piacere.

È lo stesso meccanismo alla base dei social network (e non solo): pubblichiamo qualcosa su Facebook e poi aspettiamo di ricevere i like e i commenti che scatenano il rilascio di dopamina e ci tengono agganciati allo smartphone. Che le notifiche push siano attivate o silenziate, poco importa. Nel primo caso, la dopamina arriverà nel momento in cui lo smartphone suona o si illumina, stimolandoci a guardare chi ha messo like o commentato. Nel secondo caso, saremo in continuazione spronati a controllare lo smartphone nella speranza che compaia qualche nuova notifica in grado di produrre dopamina.

I social network, insomma, sfruttano la capacità del nostro cervello di generare all’improvviso delle scariche di piacere per tenerci inchiodati e passare quanto più tempo possibile sulle applicazioni (in quella che viene chiamata “economia dell’attenzione”). È per questo che lo smartphone continua ad attirarci a sé, che è impossibile non accendere lo schermo per più di dieci minuti e che lo prendiamo in mano ogni volta che abbiamo un momento vuoto. Ma perché la dopamina esercita tutto questo potere su di noi?

Il potere della dopamina

Per capirlo, bisogna tornare parecchio indietro nel tempo. Immaginate di essere un uomo delle caverne che deve regolarmente andare a caccia di cervi o di cinghiali per nutrire se stesso e la sua famiglia. La caccia è faticosa, può impiegare ore o anche giorni. Dopo un po’, la stanchezza si fa sentire, assieme a fame e sete. Le gambe sono pesanti. Il nostro corpo ci sta suggerendo di lasciar perdere, di sdraiarci e riposarci un po’. All’improvviso, un cinghiale compare a una certa distanza: d’un tratto, non sentiamo né sete né stanchezza, ma solo il desiderio di conquistare la preda. Nel momento in cui scocchiamo la freccia e colpiamo l’animale, una scossa attraversa tutto il corpo.

La carica di energia che ci ha permesso di scordare per qualche minuto la stanchezza è legata proprio alla dopamina, un neurotrasmettitore che è alla base della motivazione e che si pensa sia stato sviluppato dal cervello proprio per spronarci alla caccia e facilitare così il sostentamento. Conquistare un obiettivo scatena infatti il rilascio di dopamina, facendoci avvertire una scarica di piacere che rappresenta, dal punto di vista neurologico, la vera ricompensa per aver portato a termine il nostro compito.

Nonostante sia coinvolta in moltissime attività, tutto ciò che riguarda la motivazione e la ricompensa in qualche modo coinvolge la dopamina. È la stessa ragione per cui molti di noi stilano una lista delle cose da fare: non per ricordarsene, ma per avere la gratificazione di spuntarle una volta che sono state fatte. È uno stimolo in più: portare a termine un compito ci consentirà di spuntare l’attività segnata e ricevere una piccola scarica di dopamina.

I social media hanno imparato a sfruttare nel modo migliore il nostro bisogno di andare a caccia di ricompense per uno scopo che con la sussistenza non ha niente a che fare: controllare quante più volte possibile Facebook, Instagram, TikTok, Twitter, WhatsApp, le app dedicate alle email e tutti le altre piattaforme; creando, in sintesi, la dipendenza da smartphone e social network.

Per quanto tutto ciò fosse già all’opera nelle email (il meccanismo per aggiornarle su iPhone è del tutto simile a una slot machine, con tanto di rotellina che gira), nessuno strumento ha sfruttato più efficacemente i meccanismi del nostro cervello del tasto mi piace, introdotto da Facebook nel 2009 e diventato – come ha spiegato in un’intervista il professor Adam Alter, autore di Irresistibile: come dire no alla schiavitù tecnologica (Giunti)  una fonte inesauribile di feedback sociali”.

Pusher di notifiche

“Personalmente, non penso che le compagnie che progettano social media abbiano volutamente costruito piattaforme che creano dipendenza”, ha spiegato sempre Alter. “Ma dal momento che sono tutte in competizione per conquistare la nostra (limitata) attenzione, sono costantemente alla ricerca di nuovi modi per rendere la nostra esperienza social sempre più coinvolgente. Una ricostruzione in realtà smentita in The Social Dilemma, da un paio di persone che questa industria la conoscono più che bene.

Il primo a dare una versione differente è Chamath Palihapitiya, ex responsabile della crescita di Facebook: “Volevamo capire come manipolarti il più rapidamente possibile e poi darti una botta di dopamina. L’abbiamo fatto magistralmente in Facebook”. Anche Sean Parker, fondatore di Napster ed ex presidente di Facebook, dà una versione simile: “È esattamente il genere di cose a cui penserebbe un hacker come me, perché si sfrutta una fragilità della psicologia umana. Penso che noi – inventori e creatori: io, Mark (Zuckerberg), Kevin Systrom di Instagram, tutte queste persone – l’abbiamo capito consapevolmente e l’abbiamo fatto lo stesso”.

Il risultato è talmente potente che – come racconta nel documentario di Netflix Roger McNamee, uno dei primi investitori in Facebook – “controlli lo smartphone prima di fare la pipì al mattino, o mentre fai la pipì al mattino: sono le uniche due possibilità. La cosa più impressionante è che a confermare di essere – o essere stati – completamente dipendenti dallo smartphone sono ex dirigenti e fondatori di società come Facebook, Twitter, Google, Pinterest e altre. Le stesse persone che hanno creato questi strumenti ne sono cadute vittime.

Se gli effetti negativi della dipendenza da smartphone sono ancora oggi oggetto di discussione, nessuno mette invece in dubbio che questa dipendenza esista. E a pensarci bene, c’è ben poco di cui stupirsi: se siamo quasi impotenti di fronte allo smartphone è perché questo dispositivo sfrutta le nostre caratteristiche evolutive e i nostri bisogni più profondi. Difficile mettere in atto delle strategie difensive quando dall’altra parte ci sono algoritmi di intelligenza artificiale creati da colossi digitali che hanno investito centinaia di milioni di dollari allo scopo di catturare la nostra attenzione.

È per questo che non ha molto senso colpevolizzare noi stessi perché non siamo in grado di staccarci dallo smartphone. Non siamo noi a essere privi di forza di volontà, sono gli smartphone a essere progettati appositamente per hackerare il nostro cervello. È questo il merito principale di un documentario per molti versi poco riuscito come The Social Dilemma: aver approfondito un tema di cruciale importanza, ma per anni rimasto circoscritto alla sfera degli addetti ai lavori mentre l’attenzione era rivolta alle soluzioni ideate dalla Silicon Valley stessa (come l’inutile Screen Time) o a pratiche di detox che non risolvono certo il problema alla radice.

Per sconfiggere il nemico (se così si può dire), bisogna prima conoscerlo. Ed è per questo che è fondamentale avere almeno un’infarinatura dei meccanismi psicologici e neuronali che creano la dipendenza da smartphone, a maggior ragione se si considera che in futuro il mondo fisico e quello digitale saranno sempre più fusi l’uno nell’altro. E che la tecnologia sarà sempre più incorporata nell’essere umano (basti pensare ai visori in realtà aumentata a cui tutti i colossi tech stanno lavorando).

Le notifiche, in poche parole, sono qui per restare. Anzi, più aumenterà il carico di informazioni da gestire più le notifiche saranno importanti. Come se ne esce? Non possiamo sperare di difenderci da soli quando dall’altra parte c’è un bazooka algoritmico puntato al nostro cervello. Non possiamo nemmeno affidarci alla bontà dei Gafa che su questa dipendenza hanno costruito le loro fortune. Bisogna obbligare i colossi digitali ad abbandonare i metodi più aggressivi impiegati per tenerci incollati a smartphone e social network. Ma per arrivare a un traguardo del genere è fondamentale che quante più persone possibili sappiano di che cosa si sta parlando. E questo è il risultato più importante raggiunto da The Social Dilemma.

Fonte : Wired