Renato Zero presenta il nuovo album RenatoZeroSettanta: la voglia di riaffermare un sogno

Tre album per festeggiare i suoi 70 anni. Un viaggio bellissimo con le pailettes come strumento per veicolare forti messaggi sociali. Oggi non è cambiato…come potete capire leggendo questa intervista

Ringhioso, tenero, paillettes e o doppio petto, Renato Zero celebra il suo settantesimo compleanno con un progetto monumentale, un triplo album di inediti che nella stagione dei singoli è una rivoluzione punk. RenatoZeroSettanta è il collegamento con una linea autobiografica che non è celebrazione di se stessi bensì un viaggio col sguardo dritto e fisso nel futuro. Il viaggio parte dal volume tre e va all’indietro e nell’intervista vi raccontiamo perché c’è un countdown.

Renato partiamo dal nucleo dell’album.
Ho regalato emozioni a diverse generazione e ho assorbito emozioni dal pubblico. Ho appreso pure lezioni di civiltà dai giovani che vivono la loro vita ma sanno che Renato è alle loro spalle, che canta le loro tematiche e che insieme bisogna guardare verso un cielo generoso. Attraverso l’impegno e le difficoltà si cresce, si matura e si diventa forti.
Quando tutti vanno verso i singoli, all’alba dei 70 anni tu fai un album triplo. Da dove vengono la voglia, l’entusiasmo e il ritorno agli anni Settanta?
La mia loquacità è affermata presso tutti, la mia discografia dimostra quanto sia stato prolifico e quante cose abbia raccontato in un arco di tempo sostanzioso. Mi ha permesso di perforare vita, società e risorse intellettuali di un pubblico che sa appartenere a un pensiero, che anche tramite me trova spunti di manifestare tendenze e aspirazioni. Mi vivono come un compagno di viaggio e mi dà soddisfazione che tutti si riconoscano in qualcosa di mio.
Da una parte il potere corrotto dall’altro i buoni. I giovani si battono di più? Non è meglio ora di 50 anni fa?
Negli anni Settanta gli artisti non erano sotto risonanza magnetica. Io mai ho partecipato a feste di partito. Oggi noto giovani disadorni che non hanno l’appoggio di famiglie corazzate e faticano a esternare bisogni e necessità. Nel disco c’è un sapore di giovinezza, non è il funerale ma la mia rinascita.
Ambiente, spiritualità e pandemia nell’Angelo Ferito e in Stai giù: riflessioni partite dalla pandemia?
E’ scattato un allarme. Tutti prendiamo posizione e modifichiamo le nostre abitutdini. Anche noi ci siamo fatti due conti durante la pandemia con l’impossibilità di esibirsi e la paura di pubblicare il disco per mancanza di potere acquisto della gente. La positivià è che ci siano guardati dentro con l’onestà di servire pubblico e sostenere le maestranze: dalla vendita del disco verrà ricavato un utile per aiutare tutti quelli che hanno lavorato con me.
La collaborazione con Lorenzo Vizzini?
E’ un ragazzo speciale, ha 27 anni sulla patente ma ne ha 68 di maturità, scrive come uno grande, entra nelle figurazioni del linguaggio, nell’attenzione di colorare il pensiero in modo credibile e onesto. C’è troppa paraculaggine in giro, molti dicono più di quello che…dicono e omettono la verità di quello che dovrebbero dire. Le radio lasciassero la monnezza agli americani, Oltreoceano si tenfono le cose buone a a noi ci mandano lo spezzatino.
In Innamorato di me dici che amerai solo i pazzi d’ora in poi: in un mondo di applicazioni un nuovo Renato potrebbe ancora nascere?
Non tutti reagiscono allo stesso modo con la pandemia. Molti hanno riflettuto su se stessi, su come fare musica e sulle tempistiche per un disco, se c’è materiale idoneo e convincente. Non posso negare l’impegno ma aggiungo che un certo cambiamento lo ha dettato questa chiusura, facciamo i conti con la distanza, questi mezzi di conunicazione hanno approfittato di scorte documentaristiche, musica, prosa e spettacolo. La Rai ha un archivio eccezionale che potrebbe portare a riscoperte e così i giovani potrebbero capire da dove vengono e di chi sono figli. Oggi c’è una folla di giovani che con poca spesa va in rete e sfoggia il proprio repertorio. Quando vivevamo la carboneria della musica in cantine ovattate dai porta uova, quel modo di fare pratica ci portava davanti alla telecamera o a un concerto con la consapevolezza di avere otternuto una maturità per poi accedere al mondo. La facilità di ingresso crea confusione e non permmmete a chi arriva dallo studio di essere più visibile. Calmatevi e aspettate il vostro turno, se ti esponi e non susciti nulla passeranno anni per avere un’altra opportunità ammesso che giunga. Io sono stato in sala d’attesa a lungo. La musica è un insieme di teste, non si fa da soli interloquendo con un pc. O si condivide o è un soliloquio sterile.
Perché parti dal terzo album? E quale è la differenza sostanziale nei tre dischi?
Mi sono posto davanti un foglio bianco per raccontare i miei 70 anni come dentro un confessionale. C’è la fretta che mi si sta stringendo l’orizzonte. Siamo quasi costretti a sfruttare i secondi per rubare al tempo speranza e capacità aggregativa. Col mio sacrificio, il non appartenere a certi condizionamenti anche strumentali dei discografici fa sì che devo tanto a Renato. Questo non è un lavoro commerciale se no avrei fatto solo un disco. E’ una occasione di raccogliere il meglio per festeggiare. Musicalmente ho abusato della musicalità e del talento degli amici inglesi, ho portato a casa una playlist difficile da distribuire nei tre alloggiamenti. Il secondo è più sul rapporto col pubblico: davanti a una folla lo spettatore potrebbe essere uno perché esercita una esclusività verso l’artista. Nel terzo c’è l’amore, raccontare il sentimento in una sede più varia, noi lo mettiamo in un letto per parenti stretti o pochi amici ma dovrebbe essere anche per un capo ufficio che sa farsi amare, l’amore deve perdere pudore…si possono amare un padre e un amico. E’ gratis e va distribuito equamente e senza falsi pudori. Escono alla rovescia per ché i miei concerti partono con l’urlo Zerofolli 3, 2, 1…zero.
Ha vacillato la speranza di tornare sul palco?
Non è individuale, non può essere solo la mia speranza. Ho una durata, l’avvenire lo detiene il giovane e sa come gestirlo. Io posso affiancarmi a questa generazione ultima, potrei aiutare i ragazzi con una partecipazione non personalizzata. Le mie canzoni qualche cosa di buono la hanno fatta, credo nel mio piccolo di avere procurato un certo cambiamento. La paura è dell’umanità intera e ci sono tutte le categorie e i popoli. L’umanità cerca una nuova misura, il covid è figlio del consumismo. La speranza la esercito paritariamente al resto degli uomini. Stare insieme può renderci migliori, magari nascono altri Mozart, Beethoven o Pasolini. Ci piacerebbe oggi avere un esempio, qualcuno che sia un Caronte che ci porta dove non c’è inquinamento, dove la plastica è un ricordo lontano e dove l’insegnamento è crescita. Non voglio essere elitario per 1500 paganti che mi fanno sentire ingiusto verso i 20mila che non possono accedere. I concerti li farò più avanti ma la festa dei 70 non voglio perderla anche solo per vedere le rughe dei colleghi se sono come le mie, per vedere che ci siamo arrivati tutti felici nonostante reumatismi e una minore agilità.
Non perdi occasione per criticare la discografia.
La mia prima espressione di autonomia fu Zerolandia che divenne una etichetta. Parliamo delle influenze della major nella musica italiana: hanno un catalogo straniero pazzesco e devono giustificare il lavoro nel nostro paese con produzioni che non sono essenziali, questo lavoro invece che produrre utili per l’Italia produce utili che tornano nei paesi d’origine. C’è poi la tangente del minimo garantito per tapparsi la bocca: raggiunti i 200mila euro, e dico una cifra a caso, non si vendeva più una copia: strano, vero? La mia è una legittima protesta da italiano. Rispettiamo il nostro lavoro, lo dico anche alle radio: vado omaggiato per quello che ho fatto.
Che pensi di Achille Lauro? Rivedi in lui i tuoi inizi?
Ho iniziato che sbaraccavano le piste da ballo per farmi esibire con la mia nudità ricoperta di piume. Cantavo problematiche di periferia, emarginazione, pedofilia. Non do giudizi dopo avere trascorso la vita a essere giudicato.
Il vinile negli Usa vende più dei cd.
Un amico ammiraglio mi portava i vinili quando tornava. Il vinile attraente anche per il fruscio, dava un senso di live. Analogico è catturare un suono, digitale è scomporre un suono e restituirlo asettico.
Gli elementi della copertina?
E’ un gioco, come scarabeo e monopoli, scompo il diagramma e ritorno ai primordi, all’infantilità che mi rende felice e appagato.
E’ un disco con tanta musica.
Vero, nel disco c’è un rapporto maggiore con la musica, a volte più rilevante del testo.
Ci sono misurazioni varie, il testo decide arrangiamento, colori e sfumature. Altre volte la musica trascina il testo. Comunque il testo non si stacca mai, aderisce alla musica, non possono essere distinti.
Hai nostalgia di piume e paillettes e che certe tue canzoni siano considerate pop, tipo Vivendo e Madame?
Vivendo è un grido di solitudine e riscatto. Anche Madame. Siamo abituati che tutto è bello, magnifico e accettabile, invece tutto è opinabile, non ci sono solo bianco e  nero bensì anche le sfumature.
Che dici dell’evoluzione look?
Le paillets hanno fatto accettare certe mie posizioni che non erano leggere. Ero una figura stravagante che cantava l’opposto di come si mostrava. Attiravo l’attenzione su di me perché facesse più breccia il mio messaggio. Il fine giustifica i mezzi. Erano un mezzo di locomozione per fare transitare un pensiero.
Nelle canzoni parli di Fede?
E’ necessaria anche per gli agnostici. Può vivere anche di luce propria, non ha bisogno di un simbolo o un feticcio. Coscienza e Fede vengono dalla stessa madre.
Cosa ti piace del mondo?
La nudità, quella possibilità che avrebbe la natura se fossimo meno invadenti con lei. Col covid abbiamo visto le città spopolarsi e la transumanza umana. Poi abbiamo visto molti animali diventare nuovi vicini di casa. E’ bello essere padrone di ossigeno, aria e spazio.
Hai scelto come singolo L’Angelo ferito: perché?
E’ quasi un peccato di gola costringere un brano a rappresentare un lavoro. Spero ci siano più singoli. Questo lavoro voglio sentirlo nell’aria.
Il valore della parola oggi?
La proprietà del linguaggio proviene da un retaggio anche istituzionale. Io ho fatto la terza media poi ho salutato i maestri perché non riuscivo ad assimilare una cultura. A volte mi stupisco anche io di quello che scrivo. I vocaboli che a volte mi ritrovo in bocca rappresentano la disperazione di colmare una cultura il cui accesso mi fu negato.
Ricordi il tuo progetto Fonopoli? Era cultura.
Non ce la hanno fatta fare proprio perché era troppo colta.
Cosa bisogna salvare?
Sanità, insegnamento e cultura. Dobbiamo salvaguardare il patrimonio artistico e la qualità delle opera. Basta parlare di musica leggera al cospetto di Lauzi, Tenco, Bindi…facciamoli conoscere!

Fonte : Sky Tg24