Enola Holmes mescola Sherlock e il giovane Indiana Jones trovando la formula perfetta

La sorella del mitico detective privato arriva su Netflix dal 23 settembre, con un film brioso e pieno di avventure che si regge sulle spalle di un’attrice molto più brava di come l’avevamo vista in Stranger Things

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Di tutto il cinema zuccheroso, pasticciato con le grafiche e gli interludi animati, intenerito dai protagonisti che parlano in camera e alleggerito sempre e comunque dall’avventura che mescola il sentimento, Enola Holmes fa un frullato e (incredibile!) tira fuori un film impeccabile. Netflix stavolta ha centrato la gemma commerciale, divertente e appassionante, con il ritmo giusto e le idee giuste. Ma soprattutto con la protagonista giusta. Nonostante in Stranger Things l’abbiamo vista quasi sempre con la stessa espressione, Millie Bobby Brown sa recitare. E bene. Bene davvero!

Recita così bene da reggere un intero film sulle sue spalle a soli 16 anni. È lei infatti la protagonista che parla in camera, lei con la tenacia e la leggerezza, con una sorta di umorismo e ottimismo inscalfibili tiene fisso il tono di tutto Enola Holmes, cioè un’avventura colorata che non si prende mai sul serio e, fingendosi scema, dice cose intelligenti sui soliti temi banali da teen movie (indipendenza, attivismo, conquista di una propria identità, emancipazione dalla famiglia…). Come si capisce dal titolo infatti la protagonista è parte della famiglia Holmes, la sorella minore di Mycroft e Sherlock, cresciuta con la madre in campagna, poco avvezza alle questioni di città e dotata di tutto il senso di altera superiorità della sua famiglia, unito però ad una certa fatica ad esserne all’altezza. Che poi è quel che dà forza al racconto. Se Sherlock è infallibile, Enola è dotata ma immatura.

Tutto parte il giorno in cui la mamma (Helena Bonham Carter) scompare. È chiaro che non è stata rapita ma è partita di sua volontà coprendo le proprie tracce, lo certifica anche il fratello Sherlock arrivato per l’occasione da Londra (interpretato da Henry Cavill), nessuno però sembra intenzionato a cercarla. Solo lei, Enola, scoperto un indizio che era sfuggito a tutti decide di imbarcarsi in quest’avventura con l’altro fratello, Mycroft, sulle sue tracce per chiuderla in un collegio. Da lì ci saranno incontri, ragazzi, minacce, fughe e un piano che coinvolge il parlamento britannico. Un’avventura di ragazzi contro adulti, esplicitamente pensata per contrapporre passato e tradizione a cambiamento e nuove generazioni.

L’idea vincente qui è tutta di prendere un po’ dalla versione di Guy Ritchie di Sherlock Holmes (quello con Robert Downey Jr., in costume ma modernissima) e un po’ la maniera svelta e complice di parlare con gli spettatori vista in The Fleabag (il regista del resto è lo stesso, Harry Bradbeer), andando a parare più dalle parti del giovane Indiana Jones che da quelle più prevedibili delle storie di Conan Doyle. Perché la protagonista, Enola, è un gioiello di scrittura. Vive nel culto della madre che le ha insegnato tutto ma poi regolarmente disattende i suoi insegnamenti, rifiutandosi di essere egoista come dovrebbe e invece immischiandosi in tutto. Lo spunto è il romanzo di Nancy Springer ma la sensazione è che sia molto merito di Jack Thorne (sceneggiatore anche di The Eddy e Queste oscure materie).

Tuttavia, nonostante i molti talenti coinvolti, viene da pensare che solo Millie Bobby Brown con questa verve e questa energia instancabile che non aveva mai mostrato, poteva riuscire a incrociare tutte queste spinte diverse e fare di Enola un personaggio credibile. Uno capace di unire il drammatico al comico, il leggero al pesante, il romantico all’avventuroso e generare gran fascino, attirando ogni tipo di spettatore con uno charme che nessuno le avrebbe attribuito guardando solo Stranger Things. Millie Bobby Brown recita con una costante eccitazione negli occhi, una fame di mangiarsi il mondo, vivere, amare, scoprire, risolvere e combattere. Anche solo questo è rinfrescante e appassionante: essere partecipi di questo desiderio.

Certo andando a stringere Enola Holmes è un apologo delle nuove generazione e della necessità che si battano per un domani migliore contro le forze conservatrici. Nulla di clamoroso. Ma che a fare questo sia un possibile franchise (perché il film chiude l’avventura ma si apre, e come, a futuri sfruttamenti) in cui Sherlock è la comparsa d’eccezione mentre seguiamo una sua versione più giovane, sbruffona e densa di difetti, quella sì è una bella idea! Infatti qua a dominare è proprio ciò che manca nelle storie di Sherlock Holmes, non i sentimenti (che ci sono) ma il sentimentalismo, ovvero la loro celebrazione invece del mero resoconto della loro influenza nella vita umana.

Non a caso sono da sempre questo tipo di produzioni, quelle commerciali fatte con la testa, pensate per un grande pubblico che hanno molto di convenzionale e un percentuale ridotta ma fondamentale di innovazione, quelle che da sempre raccontano meglio i cambiamenti del presente. È molto forte in Enola Holmes l’idea dell’Inghilterra di quegli anni come un mondo in mutamento, sull’orlo della trasformazione, con un futuro da acchiappare e scrivere. È una versione totalmente idealizzata (cosa dichiarata dagli sfondi in computer grafica ben poco realistici) che idealizza anche il nostro presente. Ma va bene così. Sono ragazzi che cambiano il mondo ma soprattutto donne che cambiano il mondo, donne unite in una società segreta, donne che menano e insegnano ad altre donne a menare, donne che scoprono, che salvano gli uomini di cui sono innamorate, che si industriano, inventano, si attivano e manovrano da dietro un mondo solo apparentemente di uomini.

Fonte : Wired