Per andare dove non sai, devi passare per dove non sai. Un racconto sulla Next Generation

Teresa Ciabatti ha definito il suo esordio Gli affamati (Ponte alle Grazie), “il romanzo sorprendente di uno scrittore giovanissimo, eppure già maturo”. Mattia Insolia, rappresentante perfetto della Next Generation, ci ha regalato una piccola grande storia sulla gen Z che impareremo a conoscere. Prendetevi il tempo di leggerlo

                                                                                                   di Mattia Insolia

Mio padre diceva che “per andare dove non sai, devi passare per dove non sai”; era il suo motto, lo ripeteva sempre. Lui però è stato stirato dal 64 che schizzava per via Polo e quindi, forse, la sua non era una gran tattica. Avevo sedici anni quand’è successo e, arrabbiato col mondo intero, il giorno del funerale ho deciso di sapere con esattezza dove stessi andando e per dove stessi passando. Ho anche fatto una lista, una sorta di piano per gli anni avvenire in cui ogni tappa della mia vita, professionale e sentimentale, era segnata e ben segnalata. Uno psicologo, pure uno scarso, avrebbe parlato di una scelta dettata dal trauma; e grazie al cazzo.

Così, dopo il liceo, mi sono laureato in Medicina e ho annunciato di voler andare via. Volevo ampliare i miei orizzonti, come dicono nelle pubblicità di auto, hotel e cellulari. Volevo roba diversa da quella che mi aveva sempre circondato. Volevo altro. E, anche se a questo altro non sapevo dare un nome, credevo che in Città l’avrei trovato. Si trattava di noia? Per questo volevo trasferirmi? Forse. In cuor mio, però, sapevo che non era così. Avevo come la sensazione di dover andare via, come fosse un’urgenza, e avevo la sensazione che fosse più una fuga che un semplice spostamento. Da chi o da cosa, però, non riuscivo a capirlo.

Fatto il test per la specialistica, fatto un punteggio alto, fatto da spalla su cui piangere a mamma che stava per perdere la sola costante della propria quotidianità, ho fatto i bagagli. Carico e cazzuto”, mi ripetevo come un mantra. Ma più si avvicinava il giorno del trasferimento e più avvertivo una morsa allo stomaco. Era paura. O magari ansia; di quella ho sempre sofferto, è una brutta bestia. A ogni modo, alla fine non mi sono tirato indietro.

Ecco perché ora sono in piazza Garibaldi, proprio al centro della Città. Ho dietro la stazione dei treni, dita artigliate al trolley, nelle orecchie le cuffie con The Weeknd. Mi guardo attorno, Maps mi viene in aiuto e mi incammino. Le strade della Città sono larghe, costeggiate da edifici altissimi e parecchio trafficate; macchine, moto, tram e biciclette: corrono tutti. Mi trascino per venti minuti buoni e sono alla meta. Il palazzo è tenuto bene, finestre linde e balconcini presieduti da piante fiorite. Premo il bottone sul citofono e, un rumore sordo, il portone mi lascia passare. Attraverso il cortiletto vuoto, mi ficco in ascensore e salgo al terzo; la cabina è piccola, sulle pareti Salvo ha dichiarato il proprio amore per Ines e un tipo chiede a Matteo di tornargli i suoi quarantanove milioni.

Sul pianerottolo c’è una ragazza. È carina. Infradito, pantaloncini sopra il ginocchio e canotta sformata. Capelli castani legati in uno chignon, occhiali larghi sul naso sottile, sorriso perfetto rivolto allo sconosciuto sudato e confuso di fronte a lei. “Sei Marco?”, mi chiede. Sono io. Ci stringiamo la mano, si presenta come Elena e mi fa entrare in casa. Mollo zaino e trolley sull’uscio, su un tappeto che recita Keep calm and bring some, e mi fermo lì. Espressione ebete, studio la cucina dell’appartamento in cui vivrò per i prossimi cinque anni. L’ho trovato in uno di quei gruppi Facebook dove i ragazzi si fanno una guerra bastarda per accaparrarsi stanze minuscole a cifre spropositate. Pagherò settecento caramelle al mese e dividerò la casa con tre ragazzi; Elena dev’essere una di loro. “Dunque”, dice con un misto di entusiasmo e imbarazzo, “Benvenuto! Ti faccio vedere la tua stanza, se ti va. Così puoi sistemare i bagagli”. Sorrido e annuisco.

In cucina ci sono tre porte. Quella d’ingresso, una che dà sul balcone, dalle tende leggere filtra il sole di mezzogiorno, e l’ultima, a destra, è quella che Elena apre e attraverso cui mi fa strada. “Le stanze danno sul corridoio”, spiega. “Questa è di Riccardo. È in redazione, ma torna prima così pranziamo assieme. Questa è di Niko, è al Lidl per gli hamburger vegetali. Questa è mia. Lì c’è il bagno”. Accenna alla porta in fondo al corridoio: “E questa è tua”. Apro la porta e mi trovo davanti a un panorama desolante.

La stanza è ampia, luminosa e ammobiliata; letto, comodini, scrivania e armadio. È bella, ma il suo modo di presentarmisi, sgombra di vita e asettica come una sala operatoria, mi strizza lo stomaco. Odora tutto di Ikea, lì dentro: truciolato e plastica. Voglio chiamare mamma. “Sistemati”, dice Elena. “I ragazzi tornano a minuti, il pranzo è pronto. Quand’hai fatto, vieni in cucina. Chiacchieriamo e ci conosciamo meglio”. Annuisco. Non so che dire, mi sento strano. Lei sorride e va via, lasciandomi solo a galleggiare nel vuoto. Pianto ancora lo sguardo in un punto imprecisato della stanza e ho di nuovo la sensazione che qualcuno mi stia spremendo le interiora. Mi manca mamma. Vacca troia, mi manca casa!

La nostalgia non mi è mai appartenuta. Eppure, dacché ho deciso di trasferirmi, pare una compagna fedele. È questo piccolo, gigantesco vuoto da riempire a farmi sentire come se mi trovassi nello spazio profondo. Decido di mandarmi affanculo e disfaccio le valigie. Intanto dall’altra parte del corridoio arrivano un tintinnio di posate e un chiacchiericcio allegro. In bagno, mi sciacquo la faccia. Sullo specchio c’è un post-it: “Ricky, togli il dentifricio dal lavabo”. Mi giro, ce ne sono altri. Sulla doccia: “Elena, via i capelli che si intasa lo scarico”. Sul gabinetto: “Niko, cambia ‘sto cazzo di rotolo se finisci la carta igienica”. Mi strappano un sorriso. Attraverso il corridoio e sono in cucina.

Elena è ai fornelli. Con lei, due ragazzi. Uno ha i capelli pettinati in modo perfetto, è magro e ha modi delicati: è Niko. L’altro, in una camicia azzurrina elegante, zazzera tagliata di fresco, occhiali costosi sul naso adunco, è Riccardo. Mi dicono di prendere posto a tavola, obbedisco. I tre, intanto, si danno da fare per il pranzo. Li guardo girare nella stanza e penso che i loro movimenti si incastrino in modo perfetto sia con lo spazio sia tra loro stessi. C’è una bella intesa. “Prima cosa da imparare qui”, mi dice Niko indicando i cestini per l’immondizia, “è che la differenziata è sacrosanta”. Elena sbuffa e scuote la testa. Leggi bene le etichette, mi raccomando”. Guardo i cestini, sopra ognuno c’è un pezzo di nastro adesivo con su scritto che osa buttarci dentro. Accanto, appiccicato alla parete, una foto sgranata di una ragazzina; “Greta ti guarda, idiota”, è la frase che sta sotto. “Perdonalo”, mi sussurra Riccardo mettendomi davanti un piatto di polpette al sugo, “è un ecotalebano, ride. “Tra 50 anni, quando i tuoi figli boccheggeranno per un po’ di aria pulita, mi darai ragione”, conclude Niko.

I tre prendono posto e insieme attacchiamo il pranzo. “Sono vegano”, mi spiega Niko quando vede che sto curiosando nel suo piatto; lui di polpette non ne ha, mangia delle robe tonde e verdissime. “Quindi…”, – tento io, “che fate voi tre?”. Elena manda giù e dice: “Sono laureata in giurisprudenza, lavoro in uno studio, ora. Tempo indeterminato. Un sogno”, sorride. “Sono di un paese in provincia di Palermo, sono qui da otto anni e…”. “… e viene da una famiglia pessima, conclude Niko per lei. Elena lo colpisce a un braccio e ride, poi spiega: “I miei sono… be’, li definirei all’antica. È brava gente, solo che mi vorrebbero… ”. “ … a scodellare cuccioli come una coniglietta da allevamento e a fare cannoli alla ricotta da mattina a sera”. Lei si stringe nelle spalle e mi guarda: “Hanno una concezione della donna un po’ superata. È per questo che sono dovuta andare via da lì”“È per questo che sei dovuta scappare via da lì”, la corregge Niko. “Eddai”, fa lei, “così sembrano peggio di quello che sono”. “Vero”, si inserisce Riccardo. “E comunque, in fondo, tutt’e tre siamo scappati da qualcosa”. “Sì?”, mi sento dire; li ho appena conosciuti, ma sono curioso.

“Oh, sì”, fa Niko. “I suoi lo avrebbero voluto commercialista”, indica Riccardo con la forchetta, “ma il poveretto non riesce a fare pure le somme in colonna. E quindi se l’è battuta veloce”. Riccardo ride:
“Sono di Torino e in famiglia sono tutti commercialisti da prima che arrivassero i Savoia”, ride di nuovo. “Solo che a me i numeri fanno schifo. Mi piacciono le parole, con quelle ci so fare. Sono laureato in Lettere e oggi faccio il giornalista. Ho pure un romanzo in testa, ma…”,  scuote il capo, “è difficile. Si vedrà!”.

Mi congratulo e, senza accorgermene, pianto lo sguardo su Niko come a dirgli: “E tu?”. Lui pare cogliere, manda giù un sorso di vino e parla. “Io faccio un master in Design e, al contrario di Cip e Ciop davanti a me, ai miei, di che lavoro voglio fare, non frega niente”. “Oh”, faccio io, quasi deluso, “sei andato via e basta, quindi?”. Niko fa una pernacchia, gli altri ridono: “No. Come ha detto Riccardo, siamo scappati tutt’e tre da qualcosa, “Io da Roberto”. Chiedo spiegazioni con lo sguardo. “Roberto ha quarantacinque anni, è sposato da dodici, ha due figli e gli ho fatto da amante per quello che definirei un lasso di tempo esagerato. Annuisco. Che fosse gay l’avevo capito già, credo.

Beve di nuovo e agita le mani come a scacciare una mosca: Relazione tossica. Uomo di merda. Tutto qui. Me ne sono dovuto andare da Roma per questo, avevo bisogno di dimenticarlo. Ed è andata bene, direi. Adesso sono tranquillo, sto con un tipo già da un po’, ormai”“Vedi”, dice Elena. “Scappiamo tutti da qualcosa per trovare altro”. “Bisogna capire il passato, per comprendere il presente e orientare il futuro”, filosofeggia Riccardo. “Barbara D’Urso?”, fa Niko. “Tucidide. Imbecille!”. “E tu?”, mi domanda Elena: “Verso cosa è orientato il tuo futuro?”. Io li guardo. Mi inumidisco le labbra per parlare, ma di parole non ne vengono fuori. Tutto ciò che so adesso è che sto passando per dove non so.

Fonte : Wired