Emmy Awards, trionfa Succession, serie che narra una famiglia dilaniata dagli scontri generazionali

Sceneggiatura che non cade mai nel cliché e attori sensazionali, sette statuette per un prodotto inattaccabile da ogni punto di vista e che ha superato rivali del calibro di Better Call Saul e The Crown

Diciamolo subito: per Succession sette Emmy Awards sono anche pochi. Lo sa bene chi ha avuto il piacere di seguire episodio dopo episodio le due stagioni incentrate sull’avventura insieme familiare e imprenditoriale dei Roy. Il ritratto più feroce, cinico e fedele di una famiglia dove il potere, o la sete di esso, governa sui sentimenti, decide le azioni, le strategie, i piani per scalate di arrivismo multiple e inarrestabili. Ai legami di sangue il magnate dei media Logan Roy antepone puntualmente i suoi interessi: primo su tutti, quello di restare a galla nel pieno dei suoi poteri nonostante gli ottant’anni e un problema serio di salute. Trovare un erede diventa così una vera mission impossible, in primis perché sabotata da lui un persona, il pachiderma della famiglia, padre e capo al tempo stesso, ingombrante ed egoista più che mai. Ad interpretarlo, un titanico e memorabile Brian Cox giustamente candidato tra i migliori attori.

Ha vinto, ironia della sorte, proprio colui che nella serie interpreta l’ombra del padre, il figlio insieme più amato e odiato, il fedele seguace primogenito. L’unico in grado di tenergli veramente testa fino all’ultima clamorosa puntata (che non vi sveliamo, ma che è assolutamente da vedere fino all’ultimo colpo di scena): è Jeremy Strong, giustamente proclamato il migliore attore di una serie drammatica dall’Academy of Television Arts and Science. È lui, con la sua maschera espressiva variegata, i suoi limiti e le sue dipendenze, un carisma puntualmente in sottrazione e quella voglia di arrivare in alto soffocata dal rispetto educato per le generazioni precedenti.

Ecco, Succession andrebbe vista anche solo per riflettere sulla ferocia del ricambio generazionale, di cui è illuminante metafora: da un lato una generazione di teste bianche senza scrupoli arroccata sui propri privilegi che non intende cedere il passo o spostarsi di un millimetro dalla propria poltrona, dall’altro una generazione che scalpita per entrare in azione e che viene costantemente tenuta in pausa, in panchina, sfiancata dalle attese e dalla frustrazione, forte della sua preparazione ma con un senso di protagonismo ed egoismo minore. Una generazione fragile e maltrattata, orfana di diritti e privilegi, destinata al grande bivio del subire a oltranza o rivoluzionare tutto, con il rischio della caduta nell’abisso sempre costante. Di tutto questo si fa portavoce Kenneth alias Jeremy Strong, in una saga più attuale di tutte nel racconto dello scontro, ricambio e riscatto generazionale.

Gli interpreti sono tutti sensazionali e di primissimo livello, merito di un casting giustamente riconosciuto, ma i veri applausi scroscianti vanno ad una delle migliori sceneggiature mai scritte, curata dallo showrunner Jesse Armstrong. Non c’è un singolo dialogo in Succession che non convinca, non una scena fuori posto o un colpo di scena che non lasci senza fiato. La retorica è saltata a piè pari, la descrizione dei personaggi e delle situazioni, il più delle volte spiacevoli che attraversano, è in punta di penna, le altalene emotive sono sempre verosimili, dalle più viscerali alle più gelide. Incoronata a ragione miglior serie drammatica dell’anno, quella diretta dal premiato Andrij Parekh ha avuto la meglio sulle seguitissime e acclamate Better Call Saul, The Crown, The Handmaid’s Tale, Killing Eve, The Mandalorian, Ozark e Stranger Things. Perché è una lezione di come realizzare una serialità televisiva che è in ogni singolo frame grande cinema, pura emozione, profondità e intrattenimento insieme.

Fonte : Wired