Perché la vittoria di Schitt’s Creek agli Emmy Awards è importante

Questa piccola serie canadese è diventata, grazie alla scrittura esilarante e matura, un simbolo di accettazione e d’inclusione. E fa meritatamente l’en plein agli Oscar della tv,

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In un mondo televisivo dominato da streaming globali e network internazionali pensiamo di avere accesso a tutti i titoli del momento. Eppure, non è sempre così: Schitt’s Creek, serie comica conclusasi quest’anno dopo sei stagioni, ha sbancato letteralmente gli Emmy Awards 2020, portandosi a casa nove statuette e accaparrandosi tutte le categorie comiche principali, impresa praticamente inedita. Ma in Italia noi, di questa produzione da record, non abbiamo mai visto un singolo episodio. Il che è ulteriormente paradossale, dato che stiamo parlando di una delle più importanti degli scorsi anni per svariati motivi.

Schitt’s Creek non è una serie a grandissimo budget né dalle ambizioni mainstream assolute: è partita nel 2015 sulla canadese Cbc e poi arrivata negli Stati Uniti sul piccolo canale via cavo Pop Tv. Si tratta di un progetto bizzarro e originale dell’attore Dan Levy, che l’ha realizzato insieme al papà Eugene Levy (in precedenza noto ai più come il buffo padre in American Pie). Incentrata su una famiglia ricchissima che perde tutto ed è costretta a reinventarsi in un piccolo paesino rurale, è cresciuta nel tempo conquistando un pubblico sempre maggiore per via dei tempi comici perfetti e della scrittura calda, originale e mai scontata. A rendere tutto ancora più speciale un cast azzeccatissimo, che oltre ai due Levy nel ruolo di padre e figlio, prevedeva Annie Murphy e soprattutto Catherine O’Hara (Mamma ho perso l’aereo, Beetlejuice) nei panni di una matriarca costantemente sopra le righe.

Da notare è anche che il successo crescente di Schitt’s Creek, in controtendenza rispetto a tanti altri titoli, è coinciso con una maturazione costante di personaggi e tematiche. In particolare, lo show è diventato un vessillo di inclusione quando la pansessualità di David, personaggio interpretato da Dan Levy, è stata accettata e trattata con sempre più naturalezza. Il collante della famiglia che, abbandonati gli agi sterili, si unisce sempre di più è proprio l’accettazione. E in un mondo praticamente sconvolto da vari fenomeni preoccupanti ancor prima del coronavirus, avere una serie che porta avanti valori rinfrancanti senza arroccarsi nella tradizione o appiattirsi nella banalità è una specie di ventata fresca. Come se Schitt’s Creek fosse l’equivalente tv del comfort food. La sua scalata agli Emmy, già iniziata a sorpresa l’anno scorso, è meritatamente divenuta eclatante ora, soprattutto se pensiamo che si tratta di una produzione non pensata necessariamente per ambizioni globali (il che dà speranza a quelle indipendenti). E chissà che qualcuno se ne accorga finalmente anche in Italia.

Fonte : Wired