È già polemica sull’obbligo del vaccino che non c’è

La sperimentazione non è conclusa, ma in Italia si discute già di rendere obbligatorio l’ipotetico vaccino contro la Covid-19, con tutti i rischi immaginabili se qualcosa andasse storto

Domenica scorsa, tra la fantasticheria di un tunnel sottomarino che attraversi lo Stretto di Messina, e qualche riflessione sull’operato del governo in questi mesi travagliati, il premier Giuseppe Conte ha toccato il tema di un futuro vaccino per la Covid-19, affermando che a suo parere non dovrebbe essere obbligatorio. La presa di posizione di Conte non ha avuto grande eco, perché il vaccino che potrebbe mettere fine alla pandemia sembrava ancora di là da venire. Almeno finché ieri è arrivato l’annuncio roboante di Vladimir Putin: il vaccino russo è pronto, funziona, l’ha sperimentato anche mia figlia. Nessuno se l’è bevuta: in assenza di prove scientifiche, l’annuncio di Putin è stato presto liquidato come propaganda. Matteo Renzi ha però colto la palla al balzo e in polemica con il premier Conte ha annunciato una petizione per chiedere che il futuro vaccino anti-Covid sia reso obbligatorio: “Obbligatorio, non facoltativo. Obbligatorio!“, ha scritto sulla sua e-news il leader di Italia Viva. “Siamo stati chiusi in casa per mesi e se arriva il vaccino lasciamo libertà di scelta? Non scherziamo!“.

E così, in attesa del vaccino, abbiamo la polemichetta sull’obbligatorietà del vaccino che non c’è. Verrebbe da liquidare tutto come chiacchiere da spiaggia, al pari del tunnel sotto lo Stretto, non fosse che la discussione sull’obbligo vaccinale è faccenda seria: tocca la salute di milioni di italiani e ha già lasciato molte macerie dietro di sé. Potremmo allora disquisire di che significa obbligatorio: se qualcuno non si vaccina che succede? Viene multato? Arrestato? Gli neghiamo le cure se si ammala, come propongono i più fanatici con scarsa conoscenza della nostra costituzione? Ai tempi del coronavirus potremmo dibattere di biopotere liberticida e solidarietà comunitaria. Interessantissimo, ma superfluo.

Perché se è vero che l’obbligo vaccinale è questione complessa che chiama in causa sia la comunità scientifica, sia la politica sanitaria, sia la società nel suo complesso – e su cui si possono in modo legittimo sostenere posizioni diverse, come riconosce l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) – qui il punto è che ancora non sappiamo neppure di cosa stiamo parlando e discutere dell’obbligo appare surreale.

Non sappiamo se disporremo mai un vaccino. E se la sperimentazione avesse successo, non sappiamo quanto il vaccino sarà efficace nelle diverse fasce di popolazione, né di conseguenza a chi potrà essere raccomandato. E, soprattutto, non sappiamo quali effetti collaterali avrà, né potremo saperlo finché il vaccino non arriverà sul mercato e sarà somministrato a milioni di persone. La sperimentazione che precede l’approvazione, infatti, coinvolge qualche migliaio di volontari, perciò non è statisticamente in grado di evidenziare eventuali effetti collaterali meno frequenti. Di solito servono anni per stabilire l’effettivo grado di sicurezza di un vaccino. L’immediato obbligo vaccinale imporrebbe quindi a milioni di persone di esporsi a un rischio ancora in parte sconosciuto, con tutto quel si può immaginare se qualcosa dovesse andare storto: un’irrimediabile perdita di fiducia nelle vaccinazioni – in tutte le vaccinazioni – e danni per la salute incalcolabili.

Quando si parla di farmaci e vaccini, la fretta è sempre una cattiva consigliera. L’obbligo della vaccinazione contro il morbillo – per quanto discusso e discutibile –  è arrivato dopo decenni di impiego su ampia scala, che hanno permesso di evidenziare come i benefici superassero di gran lunga i rischi. Oggi la corsa al vaccino anti-Covid in cui sono impegnate le superpotenze mondiali, paragonata dall’Economist alla corsa allo spazio degli anni Sessanta, rischia invece di sacrificare i tempi della sperimentazione clinica sull’altare della geopolitica. E il nome assegnato al vaccino russo, Sputnik 5, sembra fatto apposta per confermarlo. In questo scenario, servirebbe più prudenza che mai.

La scorciatoia dell’obbligo, peraltro, è sempre una sconfitta per le politiche di salute pubblica, giacché non si fonda su un patto di reciproca fiducia fra cittadini e istituzioni. Senza contare che qualsiasi rischio imposto, grande o piccolo che sia, aggrava la percezione del pericolo, incrinando ulteriormente la fiducia. L’obbligo dovrebbe perciò essere considerato l’ultima spiaggia, quando in una situazione emergenziale non c’è altra via praticabile per tutelare la salute pubblica. Ma in questo caso passeranno mesi, forse anni, prima di avere un vaccino, se mai lo avremo; perciò ci sarebbe tutto il tempo di pianificare una campagna di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Farebbe un gran bene all’intero programma vaccinale. E si comincerebbe finalmente a trattare i cittadini da adulti.

Fonte : Wired