La formula della felicità, la recensione del film con Sam Rockwell

Doug Varney, farmacista nel negozio del tirannico suocero, vive in una piccola cittadina insieme alla moglie Kara e al figlio dodicenne Ethan. La situazione tra le quattro mura domestiche non è delle migliori, con il matrimonio in una fase di profonda crisi.
Le giornate di Doug si susseguono così tutte uguali fino a quando una sera il protagonista si ritrova a consegnare delle medicine a casa della bella Elizabeth, infelicemente sposata con un uomo ricco e solita affogare il suo malessere in alcool e droghe.
Al loro secondo incontro nasce tra i due una relazione clandestina, che migliora le esistenze di entrambi: Doug finalmente esce dal ruolo di “eterna vittima” e inizia a prendersi le proprie rivincite.
Ma le cose si complicano quando la coppia di novelli amanti progetta di eliminare il facoltoso e spesso assente marito della donna.

Luci e ombre

Una piccola cittadina, dove tutti conoscono tutti, fa da sfondo a questa commedia nera che ripercorre topoi e luoghi comuni del “sogno americano”, qui deformato nella sua essenza più spuria e cruda.
Si ride a denti stretti nell’ora e mezza di visione, pur con alcuni passaggi a vuoto e una manciata di evidenti forzature che penalizzano l’organicità del racconto, che ricade spesso su una serie di situazioni stereotipate che ricalcano altri classici a tema.
La formula della felicità tenta di costruire un contesto credibile ma finisce per lasciare in secondo piano il contorno – le figure secondarie sono al grado minimo di caratterizzazione – per concentrarsi esclusivamente sulla coppia di protagonisti, la cui sintonia rischia di condurre entrambi su un sentiero pericoloso.

Quando basta il talento

A oggi unica prova dietro la macchina da presa di Geoff Moore e David Posamentier, anche autori della sceneggiatura, il film procede su una linea retta e parzialmente prevedibile, scossa qua e là da alcuni momenti effettivamente graffianti e riusciti che permettono di chiudere un occhio su altrettante ingenuità di fondo.
Un’ossessione per i primi piani e il costante voice-over di accompagnamento ricalcano topoi ben consolidati, ricreando un’atmosfera familiare e solo in apparenza rassicurante.
Ma se La formula della felicità riesce a risultare accattivante anche a dispetto di alcuni dei succitati limiti, il merito è soprattutto dell’affiatato cast, con comprimari del calibro di Michelle Monaghan e Ray Liotta, camei di lusso come quello di Jane Fonda e il vorace istrionismo di Sam Rockwell.
Quest’ultimo, accompagnato dall’abbagliante fascino di Olivia Wilde, è un vero e proprio fiume in piena, in grado di sfumare su un alone tragicomico un personaggio pronto a tutto pur di ritrovare il proprio posto nel mondo.
Perché alla fine il senso della vita può nascondersi in un messaggio di buon auspicio contenuto in un biscotto della fortuna.

Fonte : Everyeye