The Turning cerca l’orrore degli anni ’90 senza trovarlo

Adattando un classico della letteratura che il cinema conosce già, Floria Sigismondi lo ambienta negli anni ’90 e sembra interessargli solo quello. In sala dal 13 agosto

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Che The Turning è ambientato negli anni ‘90 è la prima cosa che scopriamo, e ce lo dice subito, all’inizio, l’audio di un televisore acceso mentre annuncia il funerale di Kurt Cobain. La morte cruciale della cultura giovanile anni ’90, quella da cui non si torna indietro, apre questo film di morti irreversibili. È un dettaglio che in realtà non ha una vera utilità nella trama, che non serve necessariamente al racconto, ma che è cruciale per il suo senso. Abiti, musica e atteggiamento della protagonista e mood ce lo ricordano di continuo. Dietro questo horror per ampi tratti molto, troppo convenzionale c’è Floria Sigismondi, regista di videoclip cruciale per gli anni ‘90 e 2000 (Marilyn Manson, David Bowie, Bjork, The Cure, Fiona Apple…), poi passata al cinema con lo sfortunato The Runaways e diversi episodi di serie tv. Per questo l’ambientazione non è casuale.

La trama è abbastanza semplice: una ragazza accetta di lavorare come insegnante e tata di due bambini in una grande magione e appena arriva si trova di fronte uno scenario abbastanza spaventoso, ha continue visioni d’orrore e viene tormentata da incubi. Sembra avere paura di tutto, i due bambini le rendono le vita impossibile e sempre di più l’ambientazione spaventosa e gli eventi inspiegabili sembrano convincere la ragazza di tesi audaci, di reincarnazioni e presenze di fantasmi che pare vedere ovunque.

Se tutto questo suona già sentito è perché The Turning adatta Giro di vite, una novella dell’orrore celeberrima e più volte rifatta, trasposta, modificata, adattata e rimodulata (la versione più famosa forse è The Others di Alejandro Amenabar). Questa versione anni ‘90 di Floria Sigismondi azzecca subito la palette di colori (ovviamente) e (sempre ovviamente) non sbaglia la colonna sonora non originale, molto presente e sempre importante (la musica è anche un tentativo che la protagonista fa di stabilire un rapporto con i bambini). È semmai molto più dubbio che il film centri un’idea propria, originale e davvero funzionante di paura, visto come si rifugia nelle soluzioni più semplici e rumorose, con una costanza ben presto fastidiosa, riuscendo solo a sembrare più spaventato di non riuscire a spaventare che in controllo della situazione.

Al centro di tutto c’è il topos della casa malefica, un po’ gotica nell’architettura, dotata di ali in cui è meglio non andare, stalle paurose, anfratti e manufatti come statue di cera che sembrano concepiti con il solo obiettivo di mettere paura in un film. Con una certa passione per la exposition palese, la magione ci viene proprio mostrata stanza per stanza quando la protagonista ci arriva, viene illustrata a lei perché sia illustrata a noi. Purtroppo però The Turning non conosce soluzioni spaventose che vadano più in là del jumpscare, cioè la comparsa all’improvviso di qualcosa di pauroso accompagnata da un’impennata molto forte del volume degli effetti sonori. Esattamente quello che evitava di fare il racconto di casa infestata più influente di questi anni, la serie The Haunting of Hill House, che intorno alla casa costruiva una mitologia, un ambiente inquietante e mille possibilità di terrore che non fossero mai improvvise ma sempre lentamente caricate.

Non c’è un luogo stereotipico che manchi all’appello o non abbia il suo momento di ombre e nebbie, non ci sono macchine da cucito che non partano da sole all’improvviso, manichini che non si muovano senza che nessuno li tocchi o immagini terrificanti che si riflettono dal nulla sulle finestre o ancora spaventosi disegni di fantasmi fatti dai bambini. A condire una spruzzata di voci sussurrate che non si sa da dove vengono in una notte di tempesta contrappuntata da fulmini. Siamo nel racconto gotico come se non fosse invecchiato mai. Mancano solo catene e cigolii.

The Turning il proprio campionario di convenzioni se le tiene strette e vorrebbe usarle per parlare in realtà della sua ambientazione retrodatata (per l’appunto gli anni ‘90). A Floria Sigismondi sembra stare a cuore più che altro questa post adolescente dell’aprile del 1994, con taglio, abiti, gusti musicali e aspirazioni della propria epoca. Ogni volta che deve lasciar andare questa caratterizzazione per usare MacKenzie Davis come la protagonista di horror che è in questo caso, soffre. Non sembra interessata alla personalità e alla recitazione di Finn Wolfhard (il volto giovanissimo dell’horror contemporaneo dopo Stranger Things e IT) né vuole rivedere il classico. Non le interessano questioni da studenti di cinema come il corpo della donna nel cinema di paura, né ancora i dispositivi che creano la tensione. Lei, che ha contribuito a creare l’estetica gotica moderna con i suoi videoclip, sembra non esserne più interessata e così tutto quel che pure di buono ci potrebbe essere nella scelta degli anni ‘90 è annacquato nell’horror più convenzionale possibile.

Fonte : Wired