La lunga strada dell’opposizione bielorussa verso la democrazia

L’opposizione bielorussa ha adottato tre princìpi di protesta: il primo, è essere totalmente pacifici; il secondo, è di proiettarsi nel lungo periodo, cioè andare avanti fino alla vittoria; infine, è concepito per autolimitarsi in senso politico. I sostenitori della candidata dell’opposizione Sviatlana Tsikhanouskaja (fuggita in Lituania dopo la repressione delle manifestazioni) hanno tre obiettivi specifici: elezioni libere, fine della repressione e ripristino della precedente costituzione democratica. Questo approccio, quest’esplicita autolimitazione, rende il processo molto chiaro ai cittadini, li galvanizza ed è chiaramente efficace, nel senso che le persone stanno scendendo in piazza in città grandi e piccole in numeri mai visti prima. A Minsk s è assistito a folle di sessanta-settantamila persone. Nelle città più piccole, le proteste ne hanno radunate fino a ventimila.

L’opposizione si è data molta autodisciplina, e ricorre ampiamente alla tecnologia. Poiché le autorità controllano totalmente la stampa ufficiale, è emersa una sorta di seconda sfera mediatica in rete. Oggi in Bielorussia esistono testate giornalistiche indipendenti, perlopiù online, i cui lettori sono cresciuti del tre-quattrocento per cento nelle ultime settimane, assumendo una dimensione di massa. Le più importanti tra queste sono Nasha Niva, Radio Svaboda, e Tut.by. Un ruolo importante hanno anche i canali popolari su YouTube e Telegram (tra cui, per esempio, quello gestito dall’oppositore Siarhei Tsikhanouskij). I videoblogger più famosi hanno anche centinaia di migliaia di follower. I messaggi della stampa indipendente stanno già raggiungendo un’ampia fetta della società, e i mezzi d’informazione non ufficiali sono considerati credibili. Le persone li considerano fonti affidabili da cui ottenere informazioni anche su questioni come la pandemia di covid-19.

Aleksandr Lukašenko è bloccato mentalmente agli anni novanta. Non ha imparato niente ed è incapace di usare i mezzi d’informazione di stato per contrastare quelli indipendenti. L’unica cosa che sa fare è bloccare internet e la rete telefonica durante le manifestazioni dell’opposizione. In questi giorni l’accesso a internet è spesso completamente fuori uso, ma ci sono modi di aggirare la cosa usando server proxy e applicazioni di criptaggio. Grazie a questi mezzi sono uno dei pochi giornalisti, da queste parti, a possedere una connessione dati mobile. Ma questi meccanismi non sempre funzionano: l’accesso a internet è stato bloccato dalle otto di sera alle quattro del mattino, il che ha reso più difficile – ma non impossibile – far circolare le informazioni. Anche la diaspora è molto importante come canale d’informazione. Giornalisti e blogger bielorussi all’estero raccolgono informazioni e le trasmettono alla stampa dei loro paesi.

I risultati elettorali in Bielorussia sono stati falsificati grazie alle votazioni anticipate: un noto metodo russo. Le operazioni di voto si sono aperte martedì 4 agosto, il che rende più difficile monitorare quanti voti sono stati espressi, e tanto più per chi. Secondo le autorità, fino al 42 per cento degli elettori ha votato prima della giornata elettorale di domenica 9 agosto, ma nessuno prende questa notizia sul serio.

Nonostante la diffusa consapevolezza di brogli elettorali, i bielorussi hanno deciso di comportarsi come se avessero preso parte a elezioni regolari. Hanno rifiutato l’idea che non avesse senso votare perché il risultato era già stato deciso. Al contrario, si sono comportati come cittadini esemplari di un paese democratico. Volevano dimostrare come dovrebbero svolgersi elezioni libere e regolari e far sentire alle autorità che le loro azioni sono tenute d’occhio.

Domenica 9 agosto i manifestanti hanno seguito un piano in tre mosse.

Alle sei dei mattino hanno cominciato a riunirsi ai seggi elettorali, situati perlopiù nelle scuole, e si sono consultati. Poi, alle otto, hanno chiesto che fossero annunciati i primi dati dell’affluenza. Pochi osservatori indipendenti sono stati autorizzati a entrare nei seggi elettorali, solitamente con il pretesto che, a causa del covid-19, all’interno dell’edificio non potevano trovarsi più di cinque osservatori nello stesso momento. In molti casi le autorità hanno sostenuto che questo limite era già stato raggiunto. Allora gli osservatori si sono piazzati fuori dal seggio e hanno registrato il numero di persone che entravano. Anche se non hanno potuto domandare a queste per chi avessero votato, hanno contato quanti tra loro indossassero un braccialetto bianco, simbolo dell’opposizione.

È importante rilevare che in Bielorussia il muro della paura è stato rotto, e che le persone hanno cominciato a esprimere apertamente le proprie opinioni. Questo è successo anche nei villaggi e nelle città più piccole che ho visitato negli ultimi giorni, raccogliendo varie opinioni. Le mie osservazioni coincidono con le valutazione degli analisti indipendenti, secondo i quali tra i due terzi e i tre quarti dei cittadini sostengono l’opposizione.

Per tornare agli osservatori elettorali indipendenti, alcuni di loro si sono trattenuti nei seggi fin da martedì 4 agosto per lo stesso motivo: fare pressione sui comitati elettorali, ma anche dimostrare l’interesse dei cittadini per il processo elettorale e per lo spoglio dei voti.

Ho chiesto più volte agli osservatori cosa li rendesse così determinati: se siete certi che nessuno conterà quei voti, che il risultato sarà annunciato subito, che state osservando un processo che comunque non verrà preso in considerazione, perché siete qui? Mi hanno spiegato che la cosa sarà efficace nel lungo periodo, come una lezione di democrazia per entrambi i lati della barricata. Le loro azioni mirano a seminare il dubbio tra le persone rimaste fedeli a Lukašenko, comprese quelle che compongono i comitati elettorali. Il punto è insinuare una responsabilità morale a queste persone.

Appuntamento in piazza
Dopo essersi riuniti e aver fatto da osservatori ai seggi elettorali, c’è stato naturalmente il terzo passaggio: le manifestazioni. Il piano prevedeva che verso le dieci di sera le persone si sarebbero spostate dai seggi verso una serie di luoghi prescelti: se uno di questi fosse stato chiuso o bloccato, la manifestazione si sarebbe diretta verso un altro luogo prestabilito. Nelle città più piccole, le persone dovevano riunirsi nelle piazze principali. A Minsk, il luogo designato era piazza della Vittoria. Se fosse stato impossibile arrivarci, le persone avrebbero dovuto incontrarsi in viale dell’Indipendenza e, in caso d’inaccessibilità di quest’ultimo, in viale dei Vincitori.

Secondo il piano, le persone si sono riunite in piazza della Vittoria, arrivando gradualmente da varie direzioni. Molte auto strombazzavano il clacson e ovunque risuonava Khocu peremen, una canzone dell’epoca della perestrojka del complesso rock sovietico Kino. Le persone hanno scandito lo slogan “Tutti insieme”, incoraggiandosi a vicenda. Molto rapidamente sono apparse unità della polizia speciale per intimidire i manifestanti. Una colonna di varie decine di veicoli blindati circolava nelle vicinanze, bloccando gli incroci più importanti. Un passo alla volta, hanno guadagnato sempre più spazio.

È importante rilevare che i manifestanti hanno costantemente cercato di dimostrare un atteggiamento amichevole nei confronti della polizia, di essere gentili con loro. Spesso è risuonato lo slogan “la polizia con la gente”. I manifestanti volevano mostrare ai poliziotti la propria solidarietà. Come a dire: sappiamo che state obbedendo agli ordini, ma immaginiamo che non vi piaccia essere nella vostra posizione. Queste apertura e gentilezza verso quegli stessi servizi di sicurezza che malmenano i manifestanti si fonda su un’idea: queste persone non sono assimilabili al regime di Lukašenko. Il loro è un tentativo di mettere fine alle divisioni.

A un certo punto varie centinaia, forse migliaia, di poliziotti dotati di scudi e manganelli hanno cominciato a emergere dalla colonna di veicoli. Hanno occupato una parte della piazza, poi si sono raggruppati in una lunga formazione, battendo con i manganelli sugli scudi, sparando lacrimogeni e proiettili , non è chiaro se di gomma, a salve o letali. La cosa doveva spaventare le persone, ma ha avuto un effetto limitato perché la distanza tra manifestanti e polizia era di varie decine, forse centinaia, di metri. I manifestanti non si sono ritirati tanto facilmente, ma erano anche totalmente pacifici. I possibili provocatori nelle loro fila era tenuti d’occhio. Se qualcuno lanciava una bottiglia verso la polizia, veniva rapidamente rimesso in riga dai suoi compagni.

Solo alla fine la polizia ha cominciato a dare la caccia ai manifestanti che retrocedevano, correndo verso la folla. La piazza è aperta su tre lati, ma ci sono luoghi dove il movimento è impossibile e non possono accogliere troppe persone. È qui che alcuni manifestanti sono stati fermati e picchiati dalla polizia. Ma l’ultima fase di questa drammatica sequenza di eventi era già in corso in altri luoghi, dove i manifestanti si erano già radunati in massa, sparsi in vari punti della città.

È qui che abbiamo assistiti ai veri scontri. Secondo la Reuters i feriti sono stati circa 1.300. I resoconti stampa indipendenti indicano che ci sono varie persone in condizioni critiche, e uno di loro è morto dopo essere stato volontariamente investito da un camion.

La sera è il momento del silenzio prima della tempesta a Minsk. Ci aspettiamo di tutto. L’opposizione ha elaborato un piano per ciascuno dei prossimi giorni: le persone dovranno incontrarsi nelle piazze alle sette di sera. Le proteste pacifiche andranno avanti.

(Traduzione di Marysia Blackwood e Federico Ferrone)

Fonte : Internazionale