Charlize Theron: una vita da amazzone tra Oscar e film action

Senza ombra di dubbio Charlize Theron ha cambiato profondamente la concezione della donna nell’immaginario collettivo. Sudafricana, ex modella diventata una delle attrici più importanti e influenti del suo tempo, grazie a una carriera che le ha permesso di calarsi nei panni di personaggi femminili diversi tra di loro, oggi si muove verso una direzione molto precisa: quella della donna amazzone.
Intendiamoci: non è la prima, anzi. Sigourney Weaver con il suo Tenente Ripley portò il concetto di protagonista femminile a un livello che fino ad allora solo la Principessa Leia di Star Wars e qualche Bond Girl avevano sfiorato.
Dopo di lei nel cinema fu la volta della Sarah Connor di Terminator, della Alice di Milla Jovovich, della Trinity di Carrie Ann Moss e della Beatrix di Uma Thurman, che ci dettero personaggi ben distanti dalle “damigelle in pericolo” a cui eravamo abituati. Ma Charlize ha cambiato davvero tutto. Per sempre.

La ragazza vulnerabile

La sua filmografia presenta a ben pensarci un’evoluzione molto interessante, dal momento che all’inizio era chiamata a interpretare personaggi riassumibili in una definizione abbastanza nota: la damigella in pericolo.
Ne L’avvocato del Diavolo (il film che la lanciò) era la brava mogliettina debole, remissiva, campagnola, poco emancipata, che viveva sostanzialmente sotto il controllo del marito, quel Keanu Reeves così preso da se stesso da dimenticarsene.
Cambiava colore dei capelli, pettinatura, casa, ma soccombeva di fronte agli attacchi di un diavolo che aveva in tutto e per tutto le sembianze di una maternità asfissiante, e di un mondo in cui le altre donne erano nemiche in una città ostile. Fu una grande prova d’attrice di cui pochi si accorsero.
Il grande Joe, robusto adventure in stile King Kong, la vide nei panni di un’avvenente ragazza della giungla, una sorta di protettrice della natura, dal carattere burrascoso e indocile, ma infine “domato” secondo i vecchi cliché hollywoodiani.
La moglie dell’astronauta e Le regole della casa del sidro le permisero di mostrare un talento recitativo non comune, di calarsi in personaggi fragili, simbolo di una femminilità succube di un mondo maschile sovente mostruoso (alieno nel primo caso), violento e prepotente.

Una criminale imprevedibile

Tutto cambia con Trappola criminale di John Frankenheimer, thriller in cui oltre che portatrice di una sensualità torbida è anche bravissima in un ruolo insolito: quello della villain.
Per la prima volta la vediamo nei panni di una spietata, indomita criminale, a cui donò magnetismo, mutevolezza e un falso candore assolutamente perfetti.
Lì, con un’arma in mano, si mostrò in una veste molto più muscolare e meno legata a un cliché che affondava le radici nella sua stratosferica bellezza.
Sempre come criminale, ma stavolta positiva, in The Italian Job diventò parte di una gang di rapinatori assieme ai quali cercava di vendicare la morte del padre, ucciso a tradimento da un ex socio dopo una rapina a Venezia.
In questo caso il suo personaggio, Stella, una scassinatrice esperta che diventa criminale per vendetta, rappresentava la ribellione, l’indipendenza, la capacità di andare oltre i propri limiti di “figlia di”.

Il mostro

Tra i ruoli femminili più importanti del cinema di questo nuovo millennio, vi è anche la Aileen Wournous di Charlize Theron, la serial killer che tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 seminò di vittime un’esistenza terribile, fatta di prostituzione, violenza e terrore.
Oltre a essere la prova inconfutabile della sua incredibile bravura di attrice, tramite un make up favoloso e i 15 chili presi per il ruolo, la Theron ci fornì una delle villain più tristi, disperate e in un certo senso quasi “giustificate” di sempre, una donna che fin dai 13 anni era costretta a vendere il suo corpo, ad accettare violenze e soprusi.

Il sex symbol diventò un “mostro”, nell’aspetto, nei modi, in un iter che fece di Monster di Patty Jenkins uno dei film più innovativi soprattutto in un genere (quello dei film sui serial killer) dove quasi sempre le donne erano vittime, al massimo poliziotte, ammantate di una candida luce di innocenza e di sacralità.
Lei tolse tutto, le mostrò paurose, ributtanti, torbide, capaci di uccidere ma allo stesso tempo umane, animate da una malvagità che affondava le radici in un paese violento, maschilista, intollerante.
Più che un film su una donna mostruosa, ci parlò di come questi mostri nascono, di cosa li fa venire al mondo. L’Oscar strameritato che vinse ne sancì l’inclusione nel firmamento hollywoodiano.

Paladina dei diritti delle donne

Ma forse il vero, fondamentale passo per la Theron è stato in North Country – La storia di Josey, tratto da un caso giudiziario che vide le lavoratrici di una miniera portare alla sbarra i soprusi, le angherie, le molestie (e lo stupro di una di loro) che dovevano sopportare in un ambiente maschilista.
La sua Josey, vittima dell’ennesima violenza nella sua vita da madre single, si erse a simbolo della lotta contro quell’America profonda, bianca, alcolizzata e maschilista, per la quale ancora oggi sovente le donne sono oggetti, esseri inferiori.
La Theron tra l’altro si trovò non più “da sola” in quanto unico personaggio femminile carismatico, ma in un cast che comprendeva attrici di grandissimo livello come Frances McDormand e Sissy Spacek, nonché assi del calibro di Sean Bean, Woody Harrelson, Richard Jenkins e Jeremy Renner.
Fu sicuramente il ruolo che la proiettò nel pubblico come nel privato (data la sua infanzia ben poco dissimile da quella del personaggio) in una dimensione in cui si faceva portatrice del riscatto delle donne, un riscatto che in futuro sarebbe passato anche per ruoli d’azione.

Tra cinecomic e film d’autore

Trasposizione cinematografica di una serie animata degli anni ’90, Aeon Flux fu massacrato dalla critica, ma le permise di mettersi in concorrenza con la Jovovich, fino a quel momento il maggior punto di riferimento nell’action femminile del nuovo millennio.
La Theron aveva più sensualità, un carisma e una presenza scenica più incisive, in cui si faceva (e si fa tuttora) spazio un elemento di indipendenza di enorme energia e forza.
Qualcosa che emerse anche in Hancock, sorta di film sui supereroi a metà tra parodia e realismo, in cui a un Will Smith decadente, perso, smarrito, si contrappone lei, più potente, presente a se stessa, decisa a vivere però in una bolla, a rinunciare alla sua forza, ad abbracciare un percorso di donna di casa e famiglia.
Il tutto era una splendida metafora della condizione femminile moderna, che la Theron raccolse anche nel bellissimo Nella valle di Elah, capolavoro di Paul Haggis, in cui si riportava alla luce la realtà sociale dell’America in divisa, quella bianca, conservatrice, militarizzata.
Anche qui era una madre single, un’agente costretta a lottare tutti i giorni con colleghi maleducati, corrotti, assolutamente incapaci e in cui lei rappresentava una polizia fatta non di muscoli e caffè, ma di intelligenza, penetrazione psicologica, professionalità.
A conti fatti un totem delle donne dell’America 2.0, a cui per certi versi si contrapponeva (ma solo parzialmente) la “vecchia” America, severa, tradizionale ma perbene, di un dolente Tommy Lee Jones, a cui anche l’incontro con questa donna forte e integerrima avrebbe cambiato la vita.

Streghe cattive

Se prima abbiamo parlato del ruolo di villain, tale figura per Charlize Theron è connessa a ben quattro film: Biancaneve e il Cacciatore, Il Cacciatore e la Regina di Ghiaccio, Prometheus e Fast & Furious 8.
In tutti e quattro Charlize è stata una donna di potere, gelida, regale, autoritaria e spietata, ma che in sé sovente nascondeva debolezze, traumi, guarda caso da associare a una figura maschile, descritta come vile, debole e manipolatrice.
Nella saga dei motori di Vin Diesel diventa la nemesi più terribile di Toretto e soci, perché dotata di una grande capacità di deduzione e di una assoluta mancanza di pietà e scrupoli.
Tuttavia (a parte in Prometheus) è sempre, costantemente, portatrice di una grande forza, di un’indipendenza totale, è da sola, inaccessibile.
Il mondo degli affetti è una trappola, la felicità altrui un’arma, il potere qualcosa per il quale valeva la pena commettere ogni nefandezza.

La valchiria del cinema

La stessa forza e sprezzo del pericolo lo ha dimostrato nei due ruoli grazie ai quali ha decisamente imposto un cambio di rotta nei personaggi femminili cinematografici: Furiosa e Lorraine Broughton.
In Mad Max: Fury Road è in realtà lei la vera protagonista, con la sua fuga, il suo ergersi ad amazzone in lotta contro una schiavitù patriarcale che si appropria di genitali femminili.
Metà donna e metà macchina, è una delle guerriere più incredibili mai viste sul grande schermo, temeraria, mai doma ma neppure invincibile o infallibile, quanto piuttosto incapace di arrendersi.
In Mad Max: Fury Road donne di ogni età e razza lottano contro un esercito sado-maso-mortuario, comandato da un uomo-macchina senza volto, quasi un totem della violenta possessione maschile.

In Atomica Bionda si è spinta anche oltre per certi versi, si è mossa dentro un action con alcune scene di combattimento tra le migliori mai viste, perché realistiche, non spinte verso un’irrealtà di donne che colpiscono con la forza di un Mike Tyson, quanto piuttosto connesse a improvvisazione, astuzia, tecnica.
Il suo rifiutare il ruolo di “donnina”, il cliché che in un’altra epoca l’avrebbe vista cadere nelle braccia del “bellone di turno”, in un mondo di spie tradizionalmente mascoline, si esprime anche in una sessualità non dichiaratamente etero, in un legame con un’altra donna, anch’essa abile e solitaria.

Un’attrice che ha cambiato l’immagine femminile

Si tratta di due personaggi con i quali finalmente il cinema ha ritrovato una capacità di rinnovamento come non si vedeva da quasi 30 anni, a cui è seguito ora Old Guard, altro film a base di spari e combattimenti accolto in modo discorde dalla critica ma in cui ancora una volta l’attrice sudafricana ha convinto.
In questi anni Charlize si è confrontata anche con la commedia, sia demenziale che romantica, ma è fuori di dubbio che il suo nome voglia dire parlare di una donna capace di ridare linfa e vigore a una dimensione cinematografica differente dai cliché.

Fonte : Everyeye