Che cosa sappiamo sul milione e mezzo di italiani entrato in contatto con il coronavirus

Prelievi per test sierologici. Foto Ansa

Che cosa sappiamo sul milione e mezzo scarso di italiani entrato in contatto con il coronavirus? Sono 1.482.660 le persone entrate in contatto col virus Sars-cov-2, si tratta del 2,5% dell’intera popolazione italiana. Lo ha detto la direttrice centrale dell’Istat, Lina Laura Sabatini, dando i primi risultati dell’indagine di sieroprevalenza sull’emergenza coronavirus. Le persone che sono entrate in contatto con il virus sono dunque 6 volte di più rispetto al totale dei casi intercettati ufficialmente durante la pandemia attraverso i tamponi.

I dati evidenziano grosse differenze fra le varie regioni, con la Lombardia con 7 volte il valore rilevato nelle regioni a piu bassa diffusione soprattutto del sud Italia. “Gli asintomatici non sono una quota bassa: arrivano al 27,3%” secondo l’indagine sulla sieroprevalenza. “Una stima simile a quella della Spagna – ha sottolineato Sabatini direttrice centrale dell’Istat – che sottolinea l’importanza del rispetto delle regole”. Le persone con uno o due sintomi, ad esclusoine della perdita di olfatto e gusto, sono il 23,4%, le presone con tre o più sintomi o solo con il sintomo di perdita di olfatto o gusto sono il 41.5%.

Le differenze territoriali sono molto accentuate. Non è una novità, ma l’indagine di sieroprevalenza mostra come il caso della Lombardia sia realmente unico: da sola questa regione assorbe il 51% delle persone che hanno sviluppato anticorpi. D’altra parte in Lombardia, dove è residente circa un sesto della popolazione italiana, si è concentrato il 49% dei morti per il virus e il 39% dei contagiati ufficialmente intercettati durante la pandemia: in alcune sue province, quali ad esempio Bergamo e Cremona, il tasso di sieroprevalenza raggiunge addirittura punte, rispettivamente, del 24% e 19%. Non emergono differenze significative per quanto riguarda il genere. Uomini e donne sono stati colpiti nella stessa misura dal SARS-CoV-2 così come emerso anche da studi di altri Paesi. Per quanto riguarda l’età, la sieroprevalenza rimane sostanzialmente stabile al variare delle classi utilizzate nel disegno campionario e riportate nel Prospetto 2.

Il dato di sieroprevalenza più basso è riscontrabile per i bimbi da 0 a 5 anni (1,3%) e per gli ultra85enni (1,8%), due segmenti di popolazione per età verosimilmente più protetti e, quindi, meno esposti durante l’epidemia. Gli occupati sono stati toccati dal SARS-CoV-2 analogamente ai non occupati. Le differenze emergono in base al settore di attività economica. Nella Sanità si registra infatti la sieroprevalenza più alta con il 5,3% e un intervallo di confidenza che oscilla tra il 4,1% e il 6,6. Il dato arriva al 9,8% nella zona a più alta sieroprevalenza con un intervallo di confidenza dal 6,5% al 13,1%.

I lavoratori di quali settori sono entrati maggiormente in contatto con il virus? Gli occupati in settori essenziali e attivi durante la pandemia non presentano valori significativamente più elevati (2,8%) rispetto alla popolazione generale o rispetto agli occupati in settori di attività economiche sospese (2,7%).Un dato rilevante, di cui tener conto in termini di misure e provvedimenti di politica sanitaria – sottolina il Report – riguarda i servizi di ristorazione e accoglienza in corrispondenza dei quali la prevalenza vale 4,2%. Sul versante dei non occupati il tasso medio di sieroprevalenza si attesta al 2,1% per le casalinghe, al 2,6% per i ritirati dal lavoro, al 2,2% per gli studenti e all’1,9% per le persone in cerca di lavoro.

I risultati dell’indagine confermano come prevedibile poi che l’aver avuto contatti con persone affette dal virus aumenta la probabilità che si siano sviluppati anticorpi. In tale circostanza la prevalenza sale, infatti, al 16,4%. In Lombardia si arriva persino al 24%. I valori più alti corrispondono ai casi in cui i contatti hanno riguardato i familiari conviventi. Chi ha avuto contatto con un familiare convivente infettato da SARS-CoV-2 ha sviluppato anticorpi nel 41,7% dei casi; la prevalenza si abbassa al 15,9% se il familiare non risulta convivente, restando tuttavia largamente superiore al valore medio che contraddistingue l’intera popolazione (2,5%). Un sostanziale incremento della prevalenza si osserva anche quando vi siano stati contatti con colleghi di lavoro affetti dal virus (11,6%), ovvero con pazienti nella stessa condizione (12,1%).

E’ doveroso sottolineare che anche in presenza di una stretta convivenza con persone affette da virus non è detto che necessariamente si generi il contagio – come appunto è accaduto in più della metà dei casi – purché vengano osservate scrupolosamente le regole di protezione consigliate.

“Grazie al bel lavoro di squadra con Istat e Croce Rossa e grazie alla disponibilità di 65mila italiani abbiamo presentato i dati dell`indagine di sieroprevalenza. Secondo la ricerca il 2,5% degli italiani è entrato in contatto con il virus. Questo e gli altri dati emersi ci confermano che la prudenza e le misure di contenimento adottate dal governo insieme ai comportamenti corretti dei cittadini hanno limitato la diffusione del contagio. Non abbassiamo la guardia, anche se siamo fuori dalla tempesta non siamo ancora in un porto sicuro” commenta su Facebook il ministro della Salute, Roberto Speranza.

Come è stata condotta l’indagine di sieroprevalenza

Dal 25 maggio al 15 luglio è stata portata avanti l’indagine di sieroprevalenza sul SARS-CoV-2 secondo quanto previsto dal decreto legge 10 maggio 2020 n. 30 “Misure urgenti in materia di studi epidemiologici e statistiche sul SARS-CoV-2”, convertito in legge il 2 luglio 2020. Titolari dell’indagine sono Istat e Ministero della Salute nelle rispettive funzioni, mentre la Croce Rossa ha condotto la rilevazione sul campo con l’aiuto delle Regioni. L’Istat ha curato il disegno statistico dello studio, la progettazione del questionario – condividendola con il Comitato Tecnico scientifico – e l’analisi dei dati. Il Ministero della Salute ha sviluppato la piattaforma di monitoraggio e coordinato la rilevazione sul campo anche nel raccordo con le Regioni, i centri prelievo e i laboratori. L’indagine mira a definire la proporzione di persone nella popolazione generale che hanno sviluppato una risposta anticorpale contro SARS-CoV-2, attraverso la ricerca di anticorpi specifici nel siero. La metodologia adottata consente, oltre che di valutare il tasso di siero-prevalenza per SARS-CoV-2 nella popolazione, di stimare la frazione di infezioni asintomatiche o subcliniche e le differenze per fasce d’età, sesso, regione di appartenenza, attività economica nonché altri fattori di rischio.

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Quale è l’obiettivo di tutto ciò? I dati di siero-prevalenza a livello regionale, da integrare con quelli di sorveglianza epidemiologica, sono particolarmente preziosi sia per conoscere la quota di popolazione che è stata infettata nei mesi precedenti, sia per la messa a punto di programmi sanitari al fine di prevenire future ondate dell’epidemia e orientare adeguatamente le politiche sanitarie. I risultati presentati ieri pomeriggio sono provvisori e sono relativi a 64.660 persone che hanno effettuato il prelievo e il cui esito è pervenuto entro il 27 luglio. La rilevazione si è inizialmente rivolta a una platea più ampia di cittadini residenti in Italia, ma la conduzione in condizioni emergenziali non ha permesso di raggiungere completamente la numerosità originariamente programmata. Tuttavia, le tecniche di poststratificazione adottate, correggendo i fattori distorsivi di caduta, hanno permesso la produzione di stime coerenti sia con i dati di contagio e di mortalità da SARS-CoV-2, sia con i risultati prodotti da indagini condotte a livello locale in alcune realtà del Paese, nonché analoghe indagini svolte nel panorama internazionale. Il testo completo dell’indagine di sieroprevalenza è consultabile a questo indirizzo.

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Fonte : Today