Il processo a Salvini serve anche a capire se il diritto internazionale esiste ancora

Il leder del Carroccio dovrà rispondere per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio: nel 2019 impedì l’attracco della nave Open Arms. Da troppo tempo si litiga sulla pelle dei naufraghi, calpestando la legge del mare

Il Senato ha stabilito che Matteo Salvini, ministro dell’interno quando alla Open Arms venne impedito di attraccare a Lampedusa nel 2019, dovrà essere processato. A maggio la Giunta per le immunità del senato aveva respinto la richiesta, ma si trattava di un voto non decisivo. Ora le cose sono cambiate e a incidere è stata la presa di posizione di Italia Viva, favorevole al processo e ago della bilancia nella composizione della maggioranza dei sì. “Salvini non agì per interesse pubblico”, ha dichiarato Matteo Renzi, a giustificazione del voto del suo partito. Ora si attende che il tribunale dei ministri trasmetta gli atti a quello di Palermo, che deciderà se portare avanti le accuse al leader della Lega.

Che si sia salviniani o antisalviniani, sovranisti o accoglienti, la decisione del senato di ieri deve essere considerata una buona notizia. È da ormai troppo tempo che si litiga sulla pelle dei naufraghi salvati in mare da ong e guardia costiera, calpestando le normative nazionali e internazionali e la legge del mare. Da una parte c’è chi in linea con esse mette al primo posto la dignità umana e il salvataggio di un essere umano in difficoltà, dall’altra chi ritiene come la difesa dei confini non debba essere sottovalutata davanti alla presunta “invasione”, dunque chiudere i porti è una possibilità nelle mani dello stato.

Matteo Salvini ha seguito questo secondo approccio quando era ministro dell’interno e quello di Open Arms non è l’unico caso ad avergli comportato grane giudiziarie. A ottobre si terrà il processo nei suoi confronti per un altro caso simile, quello della nave Gregoretti. In entrambi i casi l’accusa è di sequestro di persona, concretizzatasi nel fatto che i migranti sono rimasti bloccati per giorni su una nave senza possibilità di sbarco, proprio a causa degli ordini del ministro. Ma a ben vedere, si tratta di una prassi che si è ripetuta più o meno ogni volta che nuovi naufraghi arrivavano davanti a un porto italiano. E che va avanti ancora oggi, quando al governo non c’è più il Capitano ma i giorni di attesa per lo sbarco sono semmai diminuiti, ma non scomparsi.

Ecco perché è necessario che un tribunale si esprima sulla politica dei porti chiusi. Il processo è a Matteo Salvini, che detiene il copyright di quest’ultima, ma a ben vedere si tratta di un procedimento più ad ampio raggio, che riguarda le politiche italiane ed europee sull’immigrazione. Quando si tratta della gestione dei flussi migratori, la sensazione è sempre più che il diritto internazionale sia morto. Ogni stato, ogni ministro, fa quello che vuole e di risposta siamo costretti a leggere le notizie dell’ennesimo naufragio in mare, degli spari della guardia costiera libica finanziata con i nostri soldi ai migranti, della nave ferma per giorni sotto il sole cocente del Mediterraneo. Che tutto questo sia l’antistato, indegno per le democrazione del ventunesimo secolo, è indubbio. Ma si tratta ormai di un’asserzione morale, un principio etico, a cui non corrisponde una base legale. Salvare o no i migranti, accoglierli, non è più una prerogativa democratica, ma uno dei due terreni su cui si combatte lo scontro politico. L’assistenza umanitaria ha smesso di essere un dovere e si è trasformata in un’opinione.

Il tribunale di Palermo, se effettivamente rinvierà a giudizio Matteo Salvini, farà un po’ di chiarezza su tutto questo. E qualunque decisione prenderà, essa costituirà un precedente per la gestione delle politiche migratorie future sicuramente italiane, ma di riflesso di tutta l’Unione Europea. I giudici saranno chiamati a giudicare il leader della Lega, ma in realtà ci diranno se il diritto internazionale esiste ancora, se ha tuttora un senso. E se debba essere seguito, pena una condanna. “È importante che se ne discuta in un’aula di tribunale perché solo qui potranno emergere tutti gli elementi utili a ripristinare la messa in atto di procedure previste dalle convenzioni internazionali”, ha sottolineato Valentina Brinis, operatrice di Open Arms. Quello a carico di Matteo Salvini è allora molto più di un processo sulla persona e sulle sue scelte del passato. Si tratta piuttosto di un procedimento per il futuro, sulle politiche migratorie che verranno.

Fonte : Wired