MafiaCity, quando la politica ne ha bisogno i videogiochi sono sempre lì

Negli ultimi vent’anni quando qualche politico ha avuto bisogno di visibilità per facili attacchi senza alcuna base o ricerca, i videogiochi erano lì ad aiutarli

La ragazzina in tenuta da scolaretta giapponese, il tipico stereotipo mafioso italiano

Quant’era che non sentivamo l’espressione “corrompere le nuove generazioni”? Sempre troppo poco probabilmente. È arrivato il deputato del PD Carmelo Miceli a usarla di nuovo, in un post su Facebook nel quale promette un’interrogazione parlamentare, riguardo un videogioco, MafiaCity di YottaGames. Il ritornello lo conosciamo tutti e lo possiamo cantare insieme, è un mash-up tra solita, antica e tradizionale condanna dei videogame che corrompono e un’altra litania altrettanto nota e popolare da noi, quella in difesa della cultura italiana contro lo stereotipo mafioso che all’estero ci affibbiano. È un combinato micidiale di due diverse indignazioni popolari unite in unico post che ha già fatto il suo dovere: si è fatto notare. Tanto basta.

Miceli fa parte della Commissione Parlamentare Antimafia, sta facendo a suo modo propaganda facile per il proprio lavoro, sta facendo vedere online che è attento (e come!) alle questioni di antimafia, sta esprimendo davanti a tutti pubblico disprezzo per quel che combatte e, questo lo deduciamo noi, non ha nessun interesse verso l’oggetto che attacca. Non ha interesse perché, sempre nostra deduzione, è molto probabile che si rivolga ad un pubblico che ne ha anche meno, che parli ad un ipotetico uditorio che la pensa esattamente come lui e quindi (ovviamente!) non ha nessun bisogno di capire di cosa stiamo parlando. I videogiochi sono una cosa terribile, lo sanno tutti, e questo è solo l’ultimo di una lunga serie di esempi che confermano l’assunto di base, c’è poco da aggiungere. Quindi anche noi andremo veloci.

MafiaCity è un gioco cinese. È sostanzialmente una delle molte versioni diverse della stessa idea che trionfa negli AppStore delle varie piattaforme, è un gioco di costruzione a turni in cui si edifica fino a che si hanno crediti, dopo di che per avanzare o si aspetta un tempo che diventa sempre maggiore (giorni in certi casi) o si comprano i suddetti crediti virtuali con euro molto reali per tagliar corto e continuare a giocare. È l’equivalente delle slot machine solo che non si può vincere il denaro buttato. Per dire della sofisticazione. Ma è evidente che quello che Miceli prende di mira è l’apparato iconografico, è l’idea di mafia che viene veicolata e quindi, per esteso, degli italiani. L’impressione però è che nemmeno quello abbia guardato bene.

Il gioco è etichettato da molti commenti sull’Android store come una truffa che non dà quel che promette e quel che promette è un immaginario senza senso che viene da troppo lontano dall’Italia ed è stato troppo filtrato da brutti film e pessime scopiazzature per avere una qualche adesione anche solo lontana non dico con la realtà, ma almeno con l’idea che il cinema ha creato della mafia italiana. Per dirla più brutale, l’apparato iconografico del gioco non dice niente sulla mafia o sugli italiani, nemmeno li collega, ricorda più l’idea vaga della mafia russa semmai.

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Adesso: quanta onestà c’è in un post che se la prende con un gioco così lontano dall’oggetto dell’indignazione? Lo stesso attacco fu portato nel 2004 contro Mafia The Lost City of Heaven da Forza Italia. Il Pd da par suo ha subito rilanciato il post aderendo alla battaglia (fa ridere chiamarla così) e nemmeno questo stupisce. È solo di due anni fa la tirata di Calenda contro i videogiochi (poi dal Pd è uscito ma a quanto pare l’impronta rimane) e del resto l’invettiva contro i videogiochi non è certo un’esclusiva italiana ma da noi è un genere letterario in continua evoluzione. Andando a guardare nel nostro passato ogni volta che la politica ne ha avuto bisogno i videogiochi ci sono stati lì per loro.

C’erano già nel 1998, quando serviva visibilità al Movimento Diritti Civili che chiese di bloccare Resident Evil 2, lo stesso anno in cui Carmageddon si era fatto notare (che annata!). C’erano nel 2004 per aiutare l’avvocato Carlo Taormina (all’epoca ex sottosegretario per Forza Italia) e il presidente della Commissione Bicamerale Antimafia Roberto Centaro, che come detto si batterono contro Mafia: The Lost city Of Heaven. I videogiochi erano lì nel 2006 per il Ministro Fioroni che poté condannare Bully. Ma c’erano anche nel 2007 in soccorso al Ministro delle Comunicazioni Gentiloni con Manhunt 2, che addirittura gli diede la possibilità di battersi per difendere “i più piccoli”! Soprattutto erano lì per tutti con The Rule Of Rose, uno dei massimi esempi di gioco più noto per le polemiche che per le vendite, quando fu attaccato da chiunque, una festa a cui erano tutti invitati (stampa quotidianista inclusa) che fece dire al Centro Studi Minori “Non c’è limite a sollecitare fantasie insane“.

Tipico Babbo Natale della mafia italiana

Non c’è quindi nemmeno bisogno di arrivare alle rituali polemiche ad ogni uscita di GTA, la quantità di attacchi senza fondamenta, senza esiti, senza senso e senza una vera intenzione politica sono quasi un rito di passaggio in Italia. Il momento in cui qualcuno cerca una qualsiasi forma di legittimazione ma non vuole faticare a trovare davvero un argomento pregnante. Come quando per laurearsi occorre proprio farla la tesi ma c’è sempre la possibilità di comprarne una o copiarla. Tematiche di sicura presa, nessuna conoscenza dell’argomento, applauso accademico. I videogiochi sono una sicurezza.

Fonte : Wired