Che cos’è Parler, il social network su cui punta Donald Trump

L’estrema destra statunitense sembra aver trovato un nuovo rifugio dalla “dittatura del politicamente corretto”: è la nuova arma della lotta del presidente contro i social network tradizionali

Twitter è ormai il nemico pubblico numero uno di Donald Trump. La faida ha raggiunto il picco sul finire di maggio, quando la piattaforma fondata da Jack Dorsey ha deciso di segnalare un tweet in cui Trump minacciava di sparare contro i saccheggiatori che hanno agito durante le proteste del movimento Black Lives Matter. È il caso più noto, ma non certo l’unico: Reddit ha deciso di chiudere la più grande tra le sue sezioni di sostenitori del presidente americano, Twitch ha temporaneamente sospeso il canale di Trump per aver violato i termini relativi alla “condotta che promuove odio”, Snapchat ha fatto sapere il mese scorso che non promuoverà più i tweet di Trump sul suo canale Discover per non “amplificare voci che incitano alla violenza razziale”. Perfino il più pavido tra i social network, vale a dire Facebook, ha infine preso posizione, facendo sapere che non ci sarebbero state eccezioni, nemmeno per i politici, alla tolleranza zero verso i post che incitano alla violenza.

Un bel problema per uno come Donald Trump, che proprio attraverso l’uso incendiario dei social network ha costruito parte della sua fortuna politica. E come ha reagito lo staff che si occupa della comunicazione di Trump? Semplice, minacciando di abbandonare Twitter e spostare altrove tutto il peso (in termini di audience) del presidente degli Stati Uniti: “Hey Twitter, i tuoi giorni sono contati”, ha infatti postato Brad Parscale, ex capo della comunicazione di Trump (licenziato da poco in seguito al flop del comizio di Tulsa).

Nel post di Parscale c’è un link che rimanda a Parler, la nuova sensazione tra i social network dedicati alla politica e che promette di essere il regno della libertà d’espressione, privo di quei pregiudizi di sinistra, di quella polizia del pensiero e dittatura del politicamente corretto di cui molti commentatori (di destra) accusano Twitter. Fondato nel 2018 dal 27enne John Matze, Parler ha goduto di un’ottima esposizione mediatica negli ultimi mesi, tanto da raggiungere negli Stati Uniti la top five delle app più scaricate su Android e raggiungere posizioni di rilievo anche sull’App Store.

Se non bastasse, lo staff che si occupa della campagna elettorale di Trump sta pensando di aprire proprio su questa piattaforma un canale ufficiale del presidente. Risultato? Sul finire di giugno, Parler aveva raggiunto quota 1,5 milioni di utenti, tra i quali parecchi nomi noti della destra americana che hanno aderito alla campagna per la #Twexit, che accusa Twitter di “censurare le voci conservatrici”. Tra questi, ci sono soprattutto il commentatore di Fox News Dan Bongino (che ha anche delle azioni in Parler), il parlamentare Devin Nunes e soprattutto l’ex candidato alle primarie repubblicane Ted Cruz, che ha annunciato il suo sbarco su Parler come se fosse una questione di estrema gravità.

“Twitter, Facebook, Google, YouTube: questi sono alcuni dei siti più visitati al mondo”, dice Cruz nel video. “Sono guidati da miliardari di sinistra della Silicon Valley; hanno una capacità senza precedenti di dare forma a ciò che gli americani vedono, sentono e infine pensano. E usano questo potere per mettere a tacere i conservatori e promuovere la loro agenda di sinistra radicale”.

Al di là del fatto che, se davvero i social network “di sinistra” hanno tutto questo potere, stanno miseramente fallendo nell’esercitarlo (Trump, dopotutto, è stato eletto presidente e nel mondo l’estrema destra non sembra passarsela male), quello che andrebbe capito è se Parler è davvero un social network che mette prima di tutto la libertà d’espressione, senza porre limiti, o se invece è semplicemente una piattaforma di estrema destra.

“Su Parler non c’è censura, non ci sono fact checker e nessuna segnalazione che dica alle persone cosa dire e cosa pensare”, ha spiegato Matze in un’intervista a Forbes. “La cosa migliore è che tutti possano esporsi con una pessima idea e poi venire zittiti attraverso il dialogo pubblico”. Parlando invece con la CNBC, sempre Matze – che ultimamente ha rilasciato decine di interviste – ha spiegato che non vuole che la sua piattaforma diventi un covo di estrema destra e che ha offerto 20mila dollari a “opinionisti di sinistra con almeno 50mila follower” per unirsi a Parler. Fino ad adesso, però, sembra che nessuno abbia accettato l’offerta.

Anche su Parler, comunque, ci sono delle regole: è vietato fare spam, non si possono sostenere organizzazioni terroristiche, non si può diffamare nessuno, non ci possono essere “minacce di infliggere danni fisici”, niente pornografia (che invece è consentita su Twitter), oscenità o indecenze e nemmeno nessun incoraggiamento all’utilizzo di marijuana. Più che il regno della libertà d’espressione, sembra essere un luogo in cui le opinioni di estrema destra sono più tollerate che altrove.

Niente di nuovo: è quanto si è già visto in tutta una serie di social network di estrema destra – da Gab a Wrong Think passando per Hatreon – rapidamente diventati irrilevanti o che hanno chiuso i battenti nel giro di pochi mesi. Parler rischia di fare la stessa fine, rendendo vuote le minacce dello staff di Donald Trump.

Prima di tutto, perché Parler avrà pure raggiunto 1,5 milioni di utenti, ma questa cifra è niente rispetto ai 330 milioni di Twitter e oltre due miliardi di Facebook. “Non c’è nessun rimpiazzo per Facebook e praticamente non c’è nemmeno per Twitter”, ha spiegato al Guardian David Karpf, docente di Media & Politica. “Se si spostano su siti più piccoli, si renderanno rapidamente conto di non avere più un’audience.

Tanto più che, su Parler o gli altri, troveranno soltanto i loro fan più accaniti, finendo per predicare ai già convertiti. Inoltre, qualunque piattaforma prenda piede promettendo completa libertà si trova poi inondata dai peggiori contenuti immaginabili. E a quel punto ha una sola alternativa: o diventa una sorta di 8chan (quindi frequentato solo dagli impresentabili del web) oppure si dà una regolata e sviluppa una seria politica di moderazione. E a quel punto si ricomincia daccapo.

Se Trump vuole usare i social network per comunicare con il resto del mondo, oggi sembra non avere altra scelta che mitigare i toni della sua incendiaria comunicazione. Altrimenti può traslocare su Parler o su Gab e vedere se davvero è in grado di spostare gli equilibri del mondo dei social network. A quel punto, scopriremo chi in questa battaglia ha il coltello dalla parte del manico.

Fonte : Wired