Coronavirus e crisi, si vede la luce in fondo al tunnel: “Primi segnali di ripresa”

Superata la fase più acuta dell’epidemia di coronavirus, l’Italia ha dovuto fare i conti con la conseguente emergenza economica. Una crisi senza precedenti che ha messo in difficoltà le famiglie e le aziende italiane. Ma, nonostante le stime sul Pil della Commissione europea non siano confortanti, dai dati di maggio dell’Istat arrivano i ”primi segnali di ripresa dei ritmi produttivi, dopo le marcate contrazioni registrate a marzo e aprile”.

Coronavirus e crisi, l’Istat: ”Primi segnali di ripresa”

Come confermato dall’Istituto di statistica nella consueta nota mensile, a maggio “sono aumentate le esportazioni extra-Ue mentre a giugno il miglioramento della fiducia appare generalizzato tra i settori economici. Un miglioramento questo in linea con quanto percepito, dice ancora l’Istat, a livello mondiale: nelle ultime settimane, infatti, i dati disponibili “hanno iniziato a registrare i primi segnali di ripresa dell’attività produttiva legati al progressivo allentamento del lockdown. Permangono limitazioni agli spostamenti internazionali che producono effetti negativi su trasporti aerei e turismo”.

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Ma tornando all’Italia i dati su redditi, consumi e mercato del lavoro sembrano riflettere gli effetti delle politiche di contrasto alla crisi segnando, nel primo trimestre, infatti, si legge ancora nella nota Istat, “un calo del reddito disponibile delle famiglie nettamente meno ampio rispetto a quello del Pil nominale e un deciso aumento della propensione al risparmio”. Non solo. A maggio, si rileva “una significativa crescita congiunturale delle vendite al dettaglio, con un parziale recupero degli acquisti di prodotti non alimentari” anche se “prosegue la progressiva erosione dell’occupazione, seppure a ritmi moderati, mentre aumentano congiunturalmente le ore lavorate e il numero di persone in cerca di lavoro”.

Per i prezzi al consumo, si legge ancora, “si è confermata la fase deflativa iniziata a maggio. In direzione opposta si sono mossi i prezzi nell’eurozona, ampliando la distanza che separa l’inflazione italiana da quella dei principali partner europei”. Il sistema delle imprese infine, conclude l’Istat, “si presenta resiliente seppure alcune criticità emergano sia per le micro imprese sia per i settori più colpiti dal lockdown”.

Coronavirus e crisi, a rischio chiusura un’azienda su tre

Ma se i dati di maggio su consumi e ritmi produttivi fanno ben sperare, esiste anche l’altra faccia della medaglia: “L’impatto della crisi sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza: il 38,8% delle imprese italiane, pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti, e al 22,5% del valore aggiunto, circa 165 miliardi di euro, ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno”.

L’Istat spiega come il “pericolo di chiudere l’attività” sia più elevato tra le micro imprese, 40,6%, 1,4 milioni di addetti, e le piccole imprese, 33,5%, 1,1 milioni di occupati) ma assuma comunque “intensità significative” anche tra le medie (22,4%, 450mila addetti) e le grandi (18,8%, 600 mila addetti). Un possibile stop che , dice l’Istat, valutabile anche in relazione al grado di dinamismo dell’impresa: “il rischio di chiusura riguarda più di un terzo delle unità produttive con basso dinamismo, mentre la quota si riduce a circa un quinto per quelle più dinamiche”.

La criticità operativa delle imprese riflette la mappa associata ai provvedimenti di chiusura, colpendo in maniera più evidente i servizi ricettivi e alla persona: il 65,2% delle imprese dell’alloggio e ristorazione (19,6 miliardi di euro di valore aggiunto, poco più di 800mila occupati) e il 61,5% di quelle nel comparto dello sport, cultura e intrattenimento (3,4 miliardi di euro di valore aggiunto, circa 700 mila addetti). Anche negli altri settori l’impatto è rilevante, interessando circa un terzo delle imprese della manifattura (4 miliardi di euro di valore aggiunto, 760mila addetti), delle costruzioni (1,3 miliardi di euro valore aggiunto, circa 300mila occupati) e del commercio (2,5 miliardi di valore aggiunto, poco meno di 600 mila addetti).

La prospettiva di chiusura dell’attività è determinata prevalentemente dall’elevata caduta di fatturato (oltre il 50% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019, ), che ha riguardato il 74% delle imprese e dal lockdown (59,7% delle imprese). I vincoli di liquidità (62,6% delle unità a rischio chiusura) e la contrazione della domanda (54,4%) costituiscono i principali fattori che hanno inciso sul deterioramento delle condizioni di operatività delle imprese mentre i vincoli di approvvigionamento dal lato dell’offerta hanno rappresentato un vincolo più contenuto (23%).

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Ma il sistema produttivo italiano “sta reagendo alla eccezionalità della fase economica” anche se in maniera differenziata per dimensione e livello di dinamismo). Più di un terzo delle imprese, si legge ancora nella nota Istat (circa 360 mila unità, 24,3% degli occupati, 21,2% del valore aggiunto) ha dichiarato di non avere adottato alcuna strategia per fronteggiare la crisi. Le imprese che hanno invece manifestato la volontà di predisporre strategie di reazione mostrano obiettivi organizzativi molto diversi: il 31,1% (circa 10% del valore aggiunto, poco più dell’8% dell’occupazione) prevede di contrarre l’attività, l’occupazione e/o gli investimenti; il 27,1% (30% del valore aggiunto, quasi 32% dell’occupazione) ha come obiettivo la crescita (dei prodotti, dei mercati, delle relazioni); il 41,8% (poco meno del 34% del valore aggiunto, il 37% degli addetti), infine, sta riorganizzando e adattando la propria attività.

Rispetto al profilo, le imprese più produttive e maggiormente integrate nel tessuto economico manifestano una prevalenza di strategie improntate alla riorganizzazione (43,4%) rispetto all’espansione (28,7%). Nel comparto industriale e nel commercio, si registra anche una maggiore tendenza verso strategie di espansione (rispettivamente 30,5% e 31,9%), reazione che prevale anche nel segmento delle piccole imprese (28,8%). Un ulteriore elemento di resilienza, conclude lo studio Istat, è legato al fatto che nelle imprese produttive e sistemiche si riscontra una maggiore tendenza sia verso strategie espansive (28,7%) sia verso strategie di riorganizzazione (43,4%). Queste ultime sono particolarmente utilizzate dalle imprese che operano nei servizi alla persona (55,2%) e in quelle di maggiori dimensioni (46,1%% nelle medie, 51,6% nelle grandi).

Fonte : Today