Better Days, recensione del film di Derek Tsang

Anche il Far East Festival 2020 è giunto alla conclusione e a far calare il sipario digitale di questa innovativa versione streaming ci pensa lo splendido Better Days, nuova opera del regista di Hong Kong Derek Tsang che torna dopo l’acclamato Soul Mate e mette a segno, per la seconda volta consecutiva, un 100% di gradimento sulla popolare piattaforma di aggregazione di recensioni Rotten Tomatoes. Dopo averlo visto, possiamo confermarvi che se lo merita davvero.
Tratto dal romanzo young adult In His Youth, In Her Beauty, dell’autore Jiu Yuexi e molto popolare in Cina, Better Days racconta le storie di una ragazza del liceo vittima di bullismo e di un criminale di strada, che a un certo punto entreranno in collisione raggiungendo un rapporto che in qualche modo si spinge oltre quello romantico per diventare quasi simbiotico.

Un melodramma cruento

È una straziante storia di odio e suicidio in una scuola superiore cinese, abbastanza scomoda (per non dire scandalosa) da far impallidire la censura del Governo.
A causa del tratto realistico col quale Tsang dipinge il mondo degli adolescenti del Paese, la Cina ne ha ritardato l’uscita più volte in patria e senza fornire alcuna spiegazione lo ha anche portato via dal Festival di Berlino 2019, durante il quale avrebbe dovuto essere presentato. Alla fine il buon senso ha prevalso e dopo essere uscito nelle sale cinesi (dove ha raccolto oltre 80 milioni) si è ritagliato un posto d’onore sul palco virtuale del Far East, e lo merita tutto.
Tsang si smarca dal romanticismo di Soul Mate, che era un’incantevole storia sull’amicizia femminile nella Cina moderna, per raccontare il sovraffollamento urbano dal punto di vista adolescenziale, sollevando il velo sulla lotta della sopravvivenza darwiniana che è la scuola cinese.
Tsang punta la camera verso questa marea bluastra fatta di piccole personcine che scorre fuori dal liceo al centro della vicenda.
È una massa multiforme che nasconde storie infinte, e fin dai primi minuti si ha quasi la sensazione che il film semplicemente si abbandoni casualmente dentro una delle tante teste che riempiono l’inquadratura.

Lì dentro ci trova i pensieri e la vita di Chen Nian (Zhou Dongyu), una studentessa solitaria con una madre in procinto di lasciare la città per trovarsi un lavoro altrove, proprio ora che lei si trova nel bel mezzo della preparazione del NCEE o “gaokao”, l’estenuante e spietato test attitudinale che in appena due giorni determinerà il futuro di tutti gli adolescenti della Cina.

E, come un Hunger Game, la cosa non potrebbe essere più semplice: o Chen Nian supera il test e si assicura una carriera universitaria, oppure potrà seguire le orme della madre con un lavoro umile dopo l’altro.
Nell’oceano di queste incertezze, però, anche tante altre ombre: all’inizio del film Hu, l’unico altro studente che la protagonista poteva considerare suo amico nel gioco di ostilità che è la quotidianità in classe, si è suicidato buttandosi da uno dei piani superiori della scuola.
Vittima di un implacabile e sistematico bullismo, Hu è oggetto di un’ultima umiliazione quando i suoi ex compagni di classe si radunano intorno al suo corpo spiaccicato per scattare foto e girare video da pubblicare online.
È questo il primo impatto che si ha con Better Days, e da qui le cose non fanno che peggiorare.

Lividi e lacrime

Sarà anche ambientato nel mondo degli adolescenti ma quella che Tsang ci illustra è una realtà di violenza, lividi, lacrime, muco, intrighi, crimini, amore, odio e pioggia eterna.
Un’epopea umana fragile come un pugno o un uragano furibondo che in qualche modo riesce a essere anche catartica, una carezza durante una tempesta. Sebbene non sia esattamente sottile nel presentare i suoi temi e le sue argomentazioni, Tsang ci racconta una storia piena di suspense e a dir poco accusatoria nei confronti di un sistema scolastico incredibilmente rigido, che consuma la psiche e le anime di quelli che più che studenti sembrano vere e proprie vittime sacrificali, o gladiatori gettati in un’arena dove riecheggia il totalitarismo di una nazione intera.
La protagonista, molto introversa, emana un’aura di mistero senza mai innalzare una barriera emotiva nei confronti del pubblico, mentre la sua spalla, Bei (interpretato da Jackson Yee) dimostra una toccante vulnerabilità dietro la maschera del criminale duro e senza speranza.

È un melodramma avvincente, interpretato in modo superbo da questi personaggi archetipici e reso cangiante dall’accostamento di sfarzose pennellate emotive a sfumature noir molto forti.
Il rapporto che Tsang intesse fra i personaggi e i loro cellulari è esemplare e coglie al meglio l’ossessione per il voyeurismo della generazione che racconta, ma è nel lavoro sul corpo degli attori che il film eccelle.
Gi ematomi viola e rossi sulla pelle sono macchie da Jackson Pollock per riflettere i sentimenti e i pensieri dei protagonisti, e la maniera ossessiva con cui Tsang ce li mostra renderebbe orgoglioso un regista come Shin’ya Tsukamoto.

Fonte : Everyeye