La grande guerra dei pronomi inclusivi

Il dibattito sull’uso di pronomi neutrali per le persone non-binarie, nato negli Stati Uniti, è arrivato anche in Italia: un paese in cui storia e abitudini linguistiche potrebbero nascondere una soluzione

In Italia spesso gli echi delle questioni sociali dibattute negli Stati Uniti si portano dietro una forma di spettacolarizzazione quasi hollywoodiana: gli Usa hanno anticipato molte lotte per i diritti universali e le manifestazioni delle comunità afroamericane ne sono l’ultimo esempio. Ma c’è un trend giunto dal Nord America che inizia a farsi largo anche in Europa e riguarda la grammatica, ovvero la necessità di utilizzare pronomi neutrali per indicare persone non-binarie. Questa terminologia descrive gli individui che non si sentono né uomo né donna e non si riconoscono nel genere sessuale acquisito alla nascita; per i componenti di questo insieme si dovrebbe usare loro, a mo’ di egli o ella. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una questione che riguarda relativamente poche persone, tuttavia il dibattito ha travolto i media americani, arrivando anche nel nostro paese, dove storia e abitudini linguistiche potrebbero nascondere una soluzione.

They/them nei siti esteri

Sam Smith parla del loro nuovo album: bisognerebbe titolare così in vista dell’uscita del prossimo lavoro dell’artista inglese. Il cantante di Stay With Me, infatti, ha chiesto che venga usato il pronome loro per rivolgersi a lui, dopo il coming out via social sull’essere non-binario. Una richiesta che ha spiazzato i giornalisti anglofoni, fra chi ha acconsentito come la Cnn e chi, come Usa Today in questo articolo, utilizza ancora il singolare maschile per presentarlo. La discussione sui pronomi è stata alimentata dal movimento lgbt+, che reputa necessario un cambiamento della lingua per renderla maggiormente inclusiva. Una ricerca del 2019 ha scoperto che l’uso di nomi privi di genere riduce i pregiudizi mentali che favoriscono gli uomini e aumenta gli atteggiamenti positivi nei confronti delle donne e della comunità gay e trans. Per questo impiegare pronomi neutrali sarebbe la scelta migliore da fare quando non si conosce o non si vuole rivelare la sessualità della persona di cui si sta parlando, oppure l’individuo si è dichiarato non-binario. C’è un però che si applica al dibattito traslato alle nostre latitudini: le peculiarità della lingua italiana rendono questo sistema meno facilmente applicabile.

Post di Instagram di Sam Smith sul pronome loroPost di Instagram di Sam Smith

I progressi nella linguistica italiana

In Italia da tempo si parla dell’abolizione di lemmi sessisti, e negli ultimi anni i miglioramenti in effetti sono stati notevoli: l’antiquato uso dell’articolo la che precedeva i cognomi di donne intervistate è meno utilizzato nei giornali, e oggi le professioni vengono declinate al femminile anche se la versione maschile era stata fino ad ora più usata (la ministra, l’arbitra, eccetera). “Non si vuole capire però la differenza enorme che c’è tra l’imporre una parola dall’alto ed il proporre, suggerire alternative, stimolando la creatività individuale a trovare altre soluzioni, con lo scopo non di limitare e prescrivere il proprio modo di parlare e di scrivere, ma al contrario di liberarsi dagli schemi che la lingua stessa e l’abitudine ci impongono” scriveva nel 1987 la linguista Alma Sabatini in uno studio per il Parlamento italiano consultabile online.

Il testo specifica inoltre che “il fine minimo che ci si propone è di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile”. Ora la battaglia si sposta verso la comunità lgbt+, ma far cambiare abitudini agli italiani sarà difficile. Il tentativo di aggiungere l’asterisco finale alle espressioni per i gruppi, come in ragazz*, appare una toppa messa in maniera frettolosa – e che com’è ovvio non può essere usata nel linguaggio parlato – mentre la proposta di alcune associazioni queer di aggiungere la desinenza -u (grazie a tuttu, state attentu) non ha riscontrato successo come capitato ai pronomi neutrali ze e hi che sono stati creati ad hoc negli Usa.

Lo scontro sui pronomi

La storia della lingua italiana riserva sorprese: nel Meridione l’utilizzo del “voi” verso un interlocutore denota rispetto ed è valido per tutti i generi. E addirittura era usato in passato il “loro” riferito a un singolo quando la formalità e la burocrazia lo ritenevano corretto, in modo simile a quanto avviene in tedesco con Sie. Senza dimenticare il plurale maiestatis, che ancora oggi si fa sentire soprattutto in maniera ironica. Se si riesce ad adattare il linguaggio alle esigenze personali, è possibile fare uno sforzo per modificare il proprio modo di parlare degli altri? Solo se la pretesa è giustificata, ha sottolineato lo psicologo di fama internazionale Jordan Peterson dell’università di Toronto, esperto di sociologia ed in passato ritenuto vicino ad ambienti di estrema destra e al fenomeno incel: “Ho studiato l’autoritarismo per molto tempo e il pronome ‘loro’ così usato è un tentativo delle persone di controllare il territorio ideologico e linguistico. Sono preoccupato per il fatto che la legislazione potrebbe indicare come hate speech il mio rifiuto di usare pronomi alternativi“. La prima replica, come riporta la Bbc, gli è arrivata da un collega canadese: “Se si ascolta davvero e si analizzano gli argomenti diventa chiaro che non si tratta di un attentato alla libertà di parola, ma se ne discute così per disegnare i bisogni delle persone transgender come eccessivi e illegittimi. I pronomi alternativi possono apparire strani all’inizio, ma se entrambe le parti sono aperte ad essere accomodanti ciò non diventa un grosso problema” ha spiegato il suo punto di vista il professore Lee Airton. Anzi, “i loro punto di vista” come da volontà espressa sulla pagina personale di Airton nel sito dell’ateneo.

Fonte : Wired