Altro che lacrime: la regolarizzazione temporanea degli stranieri nei campi è il minimo sindacale

Un “compromesso onorevole”, l’ha definito il ministro Provenzano, collega della ministra Bellanova. Settori limitati, platea ridotta, di fatto il provvedimento nel dl rilancio è una riemersione di persone già note allo stato: dev’essere solo un primo passo

(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

Ciascuno vive una fase del genere a modo suo, specie se ha un certo tipo di storia, magari anche controversa (come nel caso della vicenda Almaviva). Nessuno ha il diritto di contestare in modo gratuito, dall’alto del suo divano, certe reazioni. Non solo le lacrime della ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova – che si riallacciano simbolicamente a quelle di Elsa Fornero, ormai quasi nove anni fa – ma anche i suoi atteggiamenti, la chiarezza espositiva, l’intero corollario non verbale visto durante la presentazione del dl rilancio parlano per loro. Eppure, il provvedimento pensato per la regolarizzazione del lavoro nero è importante, è vero. Ma è anche mutilato.

Occorrerebbe infatti entrare nello specifico e capire se, in fondo, non si stia facendo molto rumore per troppo poco. La faticosa emersione dei lavoratori irregolari di alcuni settori introdotta con il decreto di ieri approvato ieri dal Consiglio dei ministri ora inizierà il suo percorso alle Camere. Una norma di civiltà che tuttavia rimane piuttosto ristretta nei contorni. E che tanto per cominciare non riguarda solo gli stranieri – come certi avvelenatori urlano da tempo – ma anche gli italiani costretti a lavorare fuori da ogni regola e garanzia.

(foto: Fotolive/Fotogramma, Corte Franca/Ipa)

Anzitutto, i settori a cui si applica sono limitati. Dall’agricoltura e l’allevamento all’assistenza casalinga a chi non è autosufficiente fino al lavoro domestico. Mancano settori essenziali come l’edilizia e la logistica che raccolgono almeno l’altra metà della platea di lavoratori sconosciuti allo stato. Non ci servivano? Non solo “invisibili” come gli altri? Non subiscono pressioni e sfruttamento da altri tipi di caporali?

Italiani a parte, in secondo luogo si riporta alla luce chi, di fatto, era già noto al mondo del lavoro: quando, infatti, sono gli stranieri a richiederla, devono aver avuto un permesso scaduto entro il 31 ottobre scorso. A loro vengono assegnati sei mesi di tempo per cercarsi un altro impiego: se lo trovano, quel permesso viene convertito per motivi di lavoro per la durata del contratto. Ma solo se la persona aveva già lavorato in certi settori: non ci si può improvvisare braccianti o colf, e onestamente si fatica a capire come questo possa essere provato. Ma il punto è che tutto sommato non emerge alcunché. Semmai, riemerge. Non a caso la platea stimata, lo ha confermato oggi la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, è di circa 200mila persone. Un terzo dell’esercito di 600mila stranieri irregolari che raccolgono nei campi come schiavi, lavorano nelle nostre abitazioni e fanno le pulizie.

C’è anche l’eventualità, assai più remota, che sia il datore di lavoro ad autodenunciarsi, presentando una domanda (cifra da pagare: 400 euro) per regolarizzare, con un contratto subordinato, un rapporto già in corso con italiani o stranieri o per avviarne uno nuovo di zecca con un cittadino straniero già presente sul territorio. Qui, per esempio, si stenta a individuare le differenze: se il rapporto già esisteva, ed era irregolare, i datori potranno facilmente spacciarlo per un nuovo avvio cancellando il passato. Non si capisce come si possa verificare che fosse già in corso.

C’è ovviamente uno scudo penale, il punto sul quale si nota più profondamente il (giusto) lavoro di mediazione delle scorse settimane. Sia i datori che i lavoratori vedono sospesi nei loro confronti i procedimenti amministrativi o penali. Salvo in alcuni casi, e questo è senza dubbio il passaggio più importante: se il primo è stato condannato negli ultimi cinque anni, anche con sentenza non definitiva, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite e caporalato. Allo stesso modo, niente permesso per gli stranieri espulsi, segnalati o condannati, pure in questo caso anche solo in primo grado, per una serie di reati e delitti, dall’immigrazione clandestina alla droga fino alla prostituzione. In più, la persona in questione non deve costituire “una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza dello stato”.

Ancora, le indicazioni per cancellare gli orrori di ghetti e baraccopoli nelle campagne dove spesso vivono i braccianti in condizioni disumane, e spesso muoiono alla periferia di ogni tutela, non c’è granché. Il decreto stimola “misure urgenti”, delegando a comuni e regioni, ma nulla di più.

Più di così, per questo governo in crisi e di crisi, era difficile fare: ma si doveva. Dice bene uno dei più lucidi ministri dell’esecutivo, Giuseppe Provenzano responsabile per il Sud e la coesione territoriale, che spiega di non esultare, non sventolare le bandiere e di prenderlo come un atto dovuto. Un “compromesso onorevole”, definisce quell’articolo di cinque pagine.

Forse sarebbe meglio definirlo una scelta che lascia il lavoro sui diritti neanche a metà, rischia di non produrre grandi differenze sul lato sanitario, e soprattutto non coglie con coraggio l’opportunità storica di entrare a gamba tesa, proprio durante un momento di debolezza anche per la criminalità organizzata, sui meccanismi mafiosi che controllano gran parte di quei settori. Parliamo di questo, non delle lacrime.

Fonte : Wired