Time to Hunt, la recensione del thriller coreano Netflix

Corea del Sud, un futuro molto vicino a noi. Il Paese è in preda a una profonda crisi economica, con gravi debiti nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e la maggior parte della popolazione ridotta alla povertà. Jun-seok è uscito di galera dopo aver scontato tre anni per una precedente rapina, nella quale i suoi amici e partner Jang-ho e Ki-hoon sono invece riusciti a farla franca. I tre si ritrovano e decidono di organizzare un nuovo colpo, dato che i profitti di quello passato sono quasi del tutto esauriti e sono tragicamente al verde.
Jun-seok cova il sogno di trasferirsi a Taiwan, dove un suo compagno di cella gli ha promesso una vita agiata in riva al mare a un prezzo drasticamente più basso di quanto spenderebbe in patria, ma per andare all’estero servono assolutamente dollari americani. Dato che le banche non detengono più valute straniere, l’unico obiettivo possibile è una bisca clandestina gestita dalla mafia locale.

Un futuro senza speranza

Ciò che impressiona maggiormente nelle fasi iniziali è l’assoluta verosimiglianza di un contesto distopico che finisce per ammantarsi, inevitabilmente, di imprevisti riflessi sulla situazione che stiamo vivendo in questo 2020, per quanto qui declinata in un’atmosfera ben più cupa e disillusa. Time to Hunt utilizza questo ipotetico futuro per ambientarvi una storia di disperazione dove i giovani protagonisti non hanno più nulla da perdere e si ritrovano trascinati in un ingorgo di violenza nel quale la fuga diventa una costante, lasciando che la tensione domini l’intero substrato narrativo, sia nelle toste dinamiche di genere che nelle struggenti sfumature emotive. Il regista Yoon Sung-hyun, al suo secondo lungometraggio dopo l’osannato esordio di Bleak Night (2011) – un coming-of age di rara intensità -, trova la giusta chiave di lettura per mettere in scena una sorta di ennesimo percorso di formazione attraverso quei sussulti action-thriller nei quali il cinema coreano riesce sempre a regalare grandi emozioni.
Le due ore e dieci di visione offrono così un sano spettacolo a tema, unendo un preciso impianto ludico a un ritratto sociale di una generazione vittima non solo dei propri errori ma anche di sbagli altrui.

Azione allo stato puro

La prima parte riesce a introdurre magnificamente i caratteri dei principali personaggi coinvolti e dona il giusto spazio anche alle numerose figure secondarie, che completano un racconto ricco di sviluppi e sottotrame e dove nessuno può mai effettivamente sentirsi al sicuro, spettatore incluso. Verso il giungere della metà l’insieme prende poi una svolta che riporta alla mente un altro grande cult autoctono – incredibilmente ancora inedito nel mercato Italiano – come I Saw the Devil (2010) di Kim Ji-woon. Pur senza il tema della vendetta quale collante, il rapporto tra cacciatore e prede possiede un sano feeling che dà il via a un’escalation pirotecnica e febbrile delle grandi occasioni. Il tutto avviene sotto una guida registica di primo livello, con sequenze stilisticamente ineccepibili nel furioso scorrere delle pallottole e il fluire del sangue, capace inoltre di sfruttare al meglio i relativi palcoscenici.
Dal parcheggio all’ospedale fino all’edificio abbandonato, ogni luogo assume una sua fondamentale importanza ai fini degli eventi e lo scontro tra “buoni e cattivi” si riempe di tinte sempre più amare e struggenti, fino a un epilogo che si dirige verso l’unica conclusione possibile per continuare degnamente il cerchio.
Il cast gioca un ruolo fondamentale in questa partita tra la vita e la morte dove l’amicizia tra i tre protagonisti si eleva a cuore emotivo dell’insieme, mentre il villain di Park Hae-soo emana un carisma diabolico che lascia con il fiato sospeso in più occasioni.

Fonte : Everyeye