Phil Taylor, Frimley Green, 1990

Primi anni ottanta. Margaret Thatcher è da poco diventata premier del Regno Unito e si sta già dando da fare per rimettere in moto l’economia britannica bastonando gli operai. Tra i posti sicuramente destinati a soffrire c’è Stoke-on-Trent, una città nel cuore dell’Inghilterra che vive di estrazione mineraria e soprattutto di produzione di ceramiche. Come in molte altre parti dell’Inghilterra, a Stoke i pub non sono luoghi di ritrovo ma di formazione, scuole buie e piene di fumo dove i giovani, più che pensare a cosa faranno nella vita, imparano ad accettare il loro destino precario e proletario.

Più o meno nello stesso periodo un ragazzo basso e piuttosto tarchiato comincia a frequentare il Crafty Cockney, un pub di proprietà di Eric Bristow, un londinese che è considerato unanimemente il miglior giocatore di freccette del mondo. Il ragazzo, invece, si chiama Philip Douglas Taylor. È nato e cresciuto a Stoke, suo padre lavora in una fabbrica di ceramiche e si aspetta che il suo unico figlio finisca a fare lo stesso, come hanno fatto i figli dei suoi amici e come probabilmente dovranno fare i figli di suo figlio. Philip non ci pensa nemmeno. A 15 anni ha lasciato la scuola. Vorrebbe fare il poliziotto, ma viene scartato perché non è abbastanza alto. Così ripiega su una fabbrica che produce lamiere, dove prende nove sterline alla settimana. Dopo qualche anno come tuttofare riesce a diplomarsi, mette su famiglia e viene assunto da un’azienda che produce spillatori per la birra e maniglie per gli scarichi dei water, dove guadagna 52 sterline alla settimana.

Quando Taylor comincia a frequentare il Crafty Cockney, Eric Bristow soffre di “dartitis”, una condizione psicologica che prima o poi colpisce quasi tutti i giocatori, impedendogli di lanciare le freccette come facevano un tempo. Bristow ha deciso di curarsi giocando a oltranza – anche dieci ore al giorno – e quel ragazzo conosciuto da poco può dargli una mano per tornare in forma.

Taylor gioca fin da bambino e sa di avere un talento naturale per lanciare oggetti appuntiti verso un muro, ma non pensa che quella abilità possa dargli da vivere. Invece giocando con Bristow si rende conto che potrebbe competere con i migliori. Capisce anche che la caratteristica che l’ha sempre limitato, la bassa statura, può essere un punto di forza. La sua visuale, intorno al metro e 70, è quasi perfettamente in linea con il centro del bersaglio, e questo, unito a un cervello matematico e a un movimento del braccio molto fluido, lo rende perfetto per il gioco.

Il cambio della guardia
Taylor comincia a partecipare a tornei ufficiali, sponsorizzato da Bristow, che gli presta diecimila sterline per consentirgli di lasciare il lavoro e mantenere la famiglia (Bristow sostiene di non aver mai riavuto indietro i soldi, Taylor dice di averlo ripagato, una questione che finirà per complicare il loro rapporto). Di tanto in tanto l’allievo chiama il maestro per raccontargli che è riuscito ad arrivare in finale. Bristow gli dice di richiamarlo quando avrà vinto qualcosa, poi riattacca. Le prime vittorie in realtà arrivano presto, e poi diventano sempre più frequenti.

E siamo alla notte del 13 gennaio 1990. Taylor, che ha trent’anni e gioca a livello professionistico solo da quattro anni, ha raggiunto facilmente la finale del campionato mondiale.

Per ottenere la prima grande vittoria deve battere Eric Bristow. La partita si disputa in un hotel di Frimley Green, un paesino di cinquemila abitanti a un’ora da Londra.

A questo punto, prima di guardare il video del finale di partita, può essere utile una breve sintesi delle regole di questo sport. Nel mondo delle freccette esistono vari formati, ma la sostanza è la stessa: c’è un bersaglio diviso in venti spicchi, ogni spicchio corrisponde un numero da 1 a 20 e ha un rettangolo esterno (che raddoppia il punteggio) e un rettangolino interno (che triplica il punteggio). Il centro del bersaglio, in rosso, vale 50 punti, mentre il cerchio verde intorno vale 25 punti. Ogni giocatore parte dal punteggio di 501 e si alterna con l’altro lanciando tre freccette: vince la partita quello che scende per primo a 0. Per chiudere la partita bisogna per forza colpire uno dei rettangoli che raddoppiano il punteggio o il centro del bersaglio. Non basta vincere una singola partita: bisogna conquistare un certo numero di partite per ottenere un leg, un certo numero di leg per vincere un set e un certo numero di set per ottenere la vittoria finale. Nel caso della finale tra Taylor e Bristow vince chi arriva per primo a sei set.

Prima che Taylor lanci la sua ultima freccetta – chiudendo con un doppio 10 – il pubblico sa già cosa sta per vedere. Un nuovo re sta per essere incornato, e si ha la sensazione che regnerà per molto tempo. Lo sa anche Bristow, che sembra sinceramente felice per Taylor ma è anche visibilmente triste, consapevole che la parte migliore della sua carriera sta finendo in quel momento, e forse pentito di aver dato al suo allievo gli strumenti per umiliarlo in diretta tv.

Da quando si è giocata quella partita il mondo delle freccette si è trasformato. L’atmosfera casalinga e un po’ scialba degli anni ottanta e dei primi anni novanta è stata sostituita da spettacoli colorati e pirotecnici. Oggi durante i campionati mondiali gli “atleti” entrano in sala accolti da musiche personalizzate, fumo artificiale, annunciatori su di giri e migliaia di persone invasate che urlano e si dimenano sventolando boccali di birra. I campionati principali si disputano tutti all’Alexandra Palace di Londra, dove la maggior parte degli spettatori è così lontana dalla pedana che difficilmente può riuscire a vedere il bersaglio.

Rispetto ai giocatori del passato – che salivano sulla pedana con magliette anonime e spesso lanciavano tenendo la sigaretta accesa tra le labbra o tra le dita della mano libera – quelli di oggi indossano casacche sgargianti e ricoperte di sponsor, curano il loro aspetto e hanno freccette personalizzate. Ma una cosa è rimasta uguale: le freccette sono ancora uno sport proletario, popolare soprattutto nell’Inghilterra profonda.

L’isolamento del re
Anche per Phil Taylor è cambiato tutto. Nei 25 anni dopo la partita contro Bristow ha vinto 214 tornei, tra cui 85 major e 16 campionati mondiali (otto consecutivi a cavallo tra gli anni novanta e i duemila). Si è guadagnato il soprannome di “the power” (la scritta è tatuata sul suo avambraccio destro), anche se per buona parte della sua carriera è stato conosciuto come “the crafty potter”, il vasaio astuto. Ha guadagnato abbastanza soldi per fare in modo che nessun Taylor debba mai più lavorare in una fabbrica di ceramiche.

In quel periodo di interminabile dominio ha regalato momenti come questo (per avere un idea della difficoltà del gesto, lo si può paragonare a un passante di Roger Federer al lato del paletto o al canestro di Larry Bird da dietro il tabellone):

Nel 2018 si è ritirato, celebrato come lo sportivo più vincente della storia del Regno Unito. Nel frattempo sua madre è morta, ha divorziato dalla moglie e ha interrotto i rapporti con le due figlie. Novanta giorni dopo la sua ultima partita è morto anche Eric Bristow. In un certo senso Taylor è entrato in isolamento prima di chiunque altro. Vedendo i suoi video dalla quarantena – per esempio quello in cui annuncia che ha cominciato una nuova dieta – si fa fatica a pensare che sia lo stesso che fino a pochi anni fa mandava in estasi folle di inglesi ubriachi.

(Testo di Federico Ferrone e Alessio Marchionna)

Fonte : Internazionale