Il 25 aprile recluso, visto dalle donne raccontate da Anna Banti

Per questa festa della Liberazione strana e reclusa chi meglio di Anna Banti, con le sue eroine complesse e le sue storie alternative tra passato remoto e futuro ucronico, potrebbe raccontare l’intima Resistenza delle donne d’Italia?

Questo 25 aprile sarà uno strano giorno della Liberazione. La manifestazioni non saranno consentite nemmeno a distanza di sicurezza, e solo a pochi rappresentanti dell’Anpi, ai prefetti e ai sindaci sarà consentito depositare fiori su targhe e fare commemorazioni molto brevi alle vittime del nazifascismo. I cittadini che vorranno celebrare il 25 aprile in questo periodo di lenta riapertura, saranno costretti a farlo online, oppure ritornando alla pratica, oggi già un po’ sfiorita, dei balconi cittadini. 

In questa Liberazione reclusa ed intima, in cui lo stesso senso di militanza politica pare compromesso e che condiziona in particolare le donne italiane – per i suoi effetti sia dal punto di vista lavorativo che dal punto di vista familiare – l’occasione è particolarmente indicata per ricordare la penna di Anna Banti. 

Con i suoi libri, l’autrice ha infatti saputo raccontare non una, ma le tanti Liberazioni di cui l’Italia, soggiogata, è stata protagonista, dal Risorgimento fino all’Italia femminista, con uno sguardo intimista e storico a un tempo, che per qualità letteraria pare a volte ricordare le opere moderniste di Virginia Woolf (che tradusse) oppure Katherine Mansfield, o anche per il realismo Matilde Serao (di cui scrisse la biografia). La memoria e la verità storica, nei libri della Banti, sono legate al riscatto delle donne. 

Nata Lucia Lopresti, con il nom de plume di Anna Banti è stata un particolare esempio di intellettuale spesso rimasta in ombra, nonostante cicliche riscoperte e i riconoscimenti di importanti premi come il Campiello, il Bagutta e il Viareggio. La scrittrice, nata sul finire dell’Ottocento e descritta come una donna altera, scontrosa, poco gioviale, è stata influenzata dall’ombra gigantesca del marito, il famoso storico dell’arte Roberto Longhi, che fu prima suo professore a Roma e poi suo compagno di una vita (e che formò con le sue lezioni alcuni dei maggiori scrittori italiani, tra cui Pier Paolo Pasolini). 

Assieme al marito, Banti fondò la storica rivista Paragone; insieme visitarono le chiese di tutta Italia, fecero importanti attribuzioni, assieme perdettero una casa, quella fiorentina di Borgo San Jacopo, sotto i bombardamenti del 1944, e tra le rovine c’erano i due manoscritti di romanzi storici importanti – che lei però chiamava “interpretazione ipotetica della storia”, opponendosi all’idea che la storia contenga più verità che finzione, e che lo scrittore debba in fondo procedere per rammendi – come Artemisia e Il bastardo. Manoscritti che l’autrice dovette riscrivere: il primo, che l’ha resa celebre non solo in Italia, si apre proprio con il ricordo dei giorni terribili del 1944 fiorentino, tra il terrore della distruzione e il desiderio di libertà. Dove si ritrae, piangente, “in camicia da notte”, con gli altri fiorentini a “mirare lo sfacelo della patria”, nel giardino di Boboli. 

Di recente, la Nave di Teseo e la curatrice bantiana per eccellenza, Fausta Garavini, hanno riportato in libreria alcuni testi perduti dell’autrice, nel volume Racconti ritrovati. Il volume è un’ottima introduzione a molte delle tematiche bantiane. Vi si trovano il racconto d’esordio, Barbara e la morte dei primi anni Trenta, e tanti altri racconti in cui la femminilità di donne spesso ferite è soggiogata dalle fortune alterne dei mariti e dei compagni. Sono donne di varia estrazione sociale, frivole o coraggiose, colte in diverse età (vi si trovano racconti d’infanzia che ricordano il primo libro di autobiografia trasfigurata della Banti, Itinerario di Paolina), in contesti che vanno dalla Roma borghese alla Bologna delle memorie di bambina, fino alla campagna toscana del primo Dopoguerra.

La femminilità intima dell’Italia popolana e borghese viene rappresentata al fianco di altri soggetti: quelli in cui la Banti ritrae tra invenzione e documentazione figure storiche come quella di Caterina de’ Medici, oppure di personaggi-mito della letteratura da redimere, come la Beatrice Portinari di Dante, la Laura di Petrarca, la Giulietta veneziana resa celebre da Shakespeare. Al fianco di questi si trovano poi sguardi più ampi sui dolori della guerra e dell’occupazione nazifascista, come in Senza eroismo, Ritratto toscano e Il Tempio di Giano, uno dei racconti storici della scrittrice che raccontano il tardo impero romano – in questo caso la Roma occupata dai Goti – per raccontare l’Italia a lei contemporanea. 

Alcuni dei suoi testi rappresentano il meglio della produzione bantiana. Non possiamo non ricordare la biografia apocrifa della pittrice Artemisia Gentileschi, l’ormai classico Artemisia uscito nel 1947 che affascinò in traduzione anche Susan Sontag, che parlò subito di questo “doppio destino” che lega sapientemente la prima persona della scrittrice con la terza persona dell’artista oltraggiata del 1600 – e che nonostante tutto e tutti divenne pittrice importante. La scrittrice usa la biografia letteraria come una sorta di autobiografia rovesciata, studia sé stessa documentandosi su una delle donne simbolo della violenza di genere – Artemisia fu stuprata dal suo mentore Agostino Tassi a Roma nel 1606. Sappiamo che la Banti fu estranea al femminismo, che considerava troppo estremo, seppure scrisse della stessa Artemisia che “fu una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi”

Ma assieme al ritratto di Artemisia, altri ritratti sono eccellenti nell’opera della Banti. In ordine cronologico c’è quello molto bello contenuto nella raccolta Le donne muoiono (vincitrice del Viareggio nel 1952), dal titolo Lavinia fugge, e che da solo vale tutta la raccolta. Vi ricordate Stabat Mater di Tiziano Scarpa? Siamo anche qui alla corte del maestro Antonio Vivaldi a Venezia, all’Ospedale della Pietà (o delle Putte) dove alle orfanelle veniva insegnata la musica. Lavinia è copista e maestra di canto, ma ha il desiderio – al tempo proibito – di scrivere composizioni. E anzi, le scrive di nascosto, e ogni tanto ha persino l’ardire di scambiarle per quelle del maestro. Lavinia così, oppressa da questo segreto e da questa impossibilità, è fuggita verso Oriente. Perché a raccontare la sua storia o meglio la sua memoria e vicenda sono altre due donne, le amiche di lei Zanetta e Orsola, uscite dall’orfanotrofio per andare a prendere, loro, marito nel mondo. Lavinia invece è fuggita, chissà se Vivaldi l’ha scoperta, e prima di fuggire pare che abbia affermato: “Devo tornare laggiù, qui non c’è posto per me, e ho bisogno di spazio. Mi vestirò da uomo, farò il pastore, all’aperto, sotto il sole e la luna”. 

C’è da segnalare che la raccolta contiene anche un mirabile racconto d’anticipazione che dà il titolo alla raccolta stessa: in una Venezia del futuro (2600, o giù di lì), tutti gli uomini soffrono all’improvviso di uno strano morbo, ovvero ricordano delle seconde memorie, vite passate che sono sicuri di non aver vissuto. Questa malattia non è invece concessa alle donne. Mentre gli uomini presto divengono immortali come una sorta di secondo effetto del morbo, alle donne è concessa una sola vita. La società distopica (o utopica per gli uomini?) si divide in gruppi separati per genere, tra Immortali uomini e mortali donne, i ruoli si spezzano. Fino a che, cent’anni dopo il primo contagio, è la musicista Agnese Grasti, che scopre di aver accesso anch’ella alle seconde memorie… Così come in Je vous écris d’un pays lointain, la Banti ricorre ancora all’ucronia anche apocalittica per raccontare la solitudine e l’abbandono dell’umanità di certi altri racconti, sempre nella dimensione di una differenza di genere da scoprire. 

Un altro libro da ricordare, e stranamente speculare ad Artemisia, è poi La camicia bruciata, che racconta delle vicende spiacevoli alla corte de’ Medici a Firenze di Marguerite D’Orleans, personaggio raccontato dalla Banti, c’è da dirlo, con una certe cattiveria. La donna francese mise a ferro e fuoco con il suo comportamento la corte fiorentina di Cosimo III, mentre intratteneva, dando scandalo, un rapporto piuttosto affettuoso con Carlo di Lorena. Mal digeriva il marito, fuggiva spesso nelle ville medicee, amava il gioco e i travestimenti, voleva essere, dice la sua inserviente, “adorata senza ricambio”. Così l’autrice la descrive nell’incipit, in quella sorta di dialogo tra narratore e io narrato che già aveva usato nel romanzo Artemisia: “Non parla, ronza, sibila, punge. Non vede la finestra aperta, sbatte sui vetri. Qui c’è sangue da succhiare, fuori la luce dove tutto dilegua le è nemica. Aspetta il buio per abbassarsi a volo radente, minimo vampiro protetto da un nome, Marguerite Louise: il guscio dove si crede ancora una principessa”.

Ma il romanzo è straordinario perché non è solo la biografia di Marguerite, ma anche quella della più proba figlia Anna Ludovica, L’Elettrice Palatina, e della nuora Violante di Baviera, quest’ultima regnante di Siena, dove scoprirà documenti che riveleranno le calunnie dei Medici contro Marguerite stessa. Anche qui un prisma di donne che si raccontano, che si difendono, che si salvano a volte dai propri difetti spesso dal maschilismo della società. 

Non solo però di figure femminili si occupa la Banti. Mario Martone ha di recente riportato grazie a un suo film una flebile attenzione sull’autrice, con l’adattamento parziale cinematografico del libro Noi credevamo. Dove la Banti fa parlare il nonno mazziniano in una autobiografia in un punto di morte di Domenico Lopresti, che attraversa lo sbarco dei Mille, l’Aspromonte, i tanti personaggi storici risorgimentali come Murat, e l’amara chiusa del libro per cui niente è cambiato, “il mondo è uguale a come l’ho trovato nascendo”. Possiamo dire, conoscendo certe memorie della Banti e il suo impegno civile contro l’analfabetismo, che anche qui la scrittrice usa la voce di un personaggio-alter ego maschile, per raccontare una certa delusione a seguito di un’altra Unità d’Italia vissuta, quella post-Resistenza. 

La Banti, benché rinunciò alla carriera di studiosa per diventare scrittrice, è stata anche valente critica, traduttrice, e biografa d’arte (tra gli altri libri, ricordiamo quello dedicato a Lorenzo Lotto, suo grande amore di gioventù). Il volume Quando anche le donne si misero a dipingere, uscito nella storica edizioni della Tartaruga, e raccoglie le sue impressioni sulle donne come Artemisia dimenticate, da riscoprire per una storia dell’arte al femminile. Chi erano Laudomia di Bicci o Ginevra di Fredi, e cosa è accaduto a metà del Seicento quando alcune artiste si sono finalmente liberate dall’oppressione di padri e maestri? Un libro che intreccia le vite delle opere alla vita delle loro autrici. 

Fonte : Wired