Il buio nella Rsa di Rocca di Papa, i parenti vogliono la verità o “saranno i morti a parlare”

 

“I numeri sono spaventosi. Stanno morendo le persone, dovevo fare qualcosa per salvarli”. Le parole, forti, sono quelle della vicesindaca di Rocca di Papa, Veronica Cimino. E’ stata lei, spinta dal desiderio di verità di tante famiglie, a rompere il muro del silenzio intorno la clinica San Raffaele e dare così una svolta alla gestione della Rsa di Rocca di Papa, struttura nella quale si è arrivati a raggiungere un picco di 161 casi positivi e decine di morti. Un numero, quest’ultimo, ancora non definito e sul quale la Procura sta cercando di far luce, grazie anche al lavoro di indagine dei Nas e della Asl Roma 6. 

La svolta è arrivata il 14 aprile quando è stata firmata una ordinanza che ha imposto alcune misure di contenimento intorno alla struttura sanitaria San Raffaele. Lì, con quella mossa, il Comune e la Regione Lazio hanno alzato il livello d’attenzione su quello che ormai era diventato un vero e proprio focolaio. Un clima teso, testimoniato dai commenti di chi all’interno di quella clinica aveva (e ha tutt’ora) parenti. Persone impaurite che non avevano notizie dei loro cari da giorni.  

Il 16 aprile la Regione alza ancora di più il livello di guardia e chiede la sostituzione del direttore sanitario della Rsa di Rocca di Papa perché privo di titoli. La clinica risponde stizzita, esegue l’ordine-richiesta ma accusa la Regione di non aver autorizzato l’esecuzione di tamponi ai pazienti. Nel frattempo i giorni passano, il numero di casi positivi aumenta e così come cresce, preoccupante, anche il numero dei morti. 

L’intervista alla vicesindaca Cimino: “Ho urlato, ma sono rimasta inascoltata”

Chi ha i propri parenti non lì dentro chiede verità. Notizie certe, ma ottiene solo risposte a mezza bocca. Il buio. A RomaToday Jasmin Esposito ha voluto raccontare l’esperienza di suo papà, tra i primi contagiati dal Covid-19 all’interno della Rsa: “Papà ci raccontava che, in stanza con lui, c’era un paziente che dal 2 aprile manifestava sintomi, ma non era stato messo in isolamento. Il giorno dopo mi ha detto che il suo vicino di letto si era aggravato e che lo avevano portato a fare un controllo ai polmoni evidenziando una polmonite grave. Così è stato messo in isolamento solo il sabato mattina quando è dal giovedì precedente che manifestava sintomi preoccupanti, e comunque è stato lasciato in stanza con mio padre, un giorno ed una notte, senza nessuna protezione“. 

Testimonianza che, in video, hanno voluto lasciare anche Federica Moschetto, adesso “più tranquilla” perché la nonna è stata trasferita in un’altra struttura, e Serena Recine, nipote di un paziente della struttura, che ha raccontato come la sua famiglia sia stata “16 giorni senza sentire zio“. Una storia analoga a quella vissuta da Giovanna Boccardi, con la mamma Carmela Cielo, poi trasferita in un altro centro Covid: “Una volta arrivata e visitata dai medici ci hanno detto di averla trovata in pessime condizioni cliniche, disidratata e mal nutrita. A conferma della scarsa assistenza che ormai alla San Raffaele avevano per lei”.

Di casi ce ne sono molti. Centinaia ormai. Ci sono anche storie tragiche come quella che ci ha raccontato Stefano Giacomozzi, con la madre Giuliana Capriotti deceduta lo scorso 19 aprile: “La struttura non ci ha mai comunicato nulla. Ho saputo che era positiva al Covid solo leggendo il certificato di morte”.  

Racconti, di alcuni dei testimoni, che si sommano alle accuse mosse anche dal Comune di Rocca di Papa che, nella giornata del 21 aprile, ha resto noto l’esito delle verifiche fatte da Asl Roma 6 e Carabinieri del Nas nella struttura.  “Dai verbali emerge, con tragica chiarezza, l’estrema gravità della situazione. In particolare, la mancata separazione tra degenti Covid e no-Covid, l’assenza di percorsi emergenziali, il mancato controllo del confinamento dei pazienti e l’assenza di personale medico e infermieristico in numero adeguato e sufficiente all’assistenza dei numerosi pazienti ospitati“, ha detto la sindaca reggente Veronica Cimino.

Carlo Trivelli, presidente della clinica San Raffaele, dal canto suo ha voluto sottolineare come le prescrizioni impartite dalla Asl Roma 6 siano “già state tutte adempiute. “La San Raffaele paga la richiesta fatta alla Regione di poter eseguire i tamponi ai nostri 220 operatori sanitari e circa 200 ospiti. Abbiamo rotto il muro del silenzio e questo non ci aiuta. Nella contesto della grave situazione che ha investito il territorio della Asl Rm 6 ci auguriamo che le decine di ispettori inviati in questi giorni quotidianamente ed anche di notte al personale del San Raffaele abbiano, con ugual scrupolo, ispezionato anche tutte le altre strutture pubbliche e private del territorio“.

Una versione, con toni polemici, che tuttavia non ha convinto affatto la Regione che il 23 aprile ha diffidato ufficialmente la San Raffaele (seppur sollecitata da RomaToday, ha voluto sempre rispondere attraverso comunicati stampa ndr) mentre la Asl Roma 6, dal 20 aprile, ha iniziato a trasferire i pazienti. “Ne sono stati trasferiti 89“, sottolinea Veronica Cimino che denuncia mancate comunicazioni da parte della clinica: “Ci sono stati diversi casi positivi non detti. La Procura è attiva e se non basteranno le testimonianze dei parenti, saranno i morti a parlare“.
 

Fonte : Roma Today