Fiumicino, famiglia con tre ragazzi in un container da 32 metri quadrati: “Da due anni senza alternative”

Quando Miriam ha capito che non sarebbe più riuscita a pagare l’affitto ha lasciato la casa in cui viveva e si è trasferita da un parente insieme ai tre figli e al marito. Ma la convivenza, dopo poco tempo, si è rivelata impossibile. È così che da due anni la sua famiglia di cinque persone, due adulti e tre minori di 17, 16 e 8 anni, vive in un container di lamiera grande 32 metri quadrati che la perizia di un geometra ha definito caratterizzato da “uno stato di manutenzione e conservazione nel suo insieme scadente”. Era l’agosto del 2018. “Non avevamo alternative. Mi sono subito rivolta agli assistenti sociali del comune per capire se potevo trovare una soluzione ma nessuno, a distanza di due anni, mi ha prospettato una possibilità alternativa a questa condizione”.

Una storia di emergenza abitativa, quella di Miriam, che viene dal comune di Fiumicino. Il container in cui sta vivendo si trova a Maccarese, in uno spiazzo al limitare di ettari ed ettari di campi coltivati, dietro un ristorante che si trova lungo via di Porto, non molto distante dalle lunghe piste di cemento dell’aeroporto. Fa parte di un gruppo di container disposti a ferro di cavallo che erano stati adibiti una decina di anni fa dal comune di Fiumicino per ospitare, per un periodo temporaneo, alcune famiglie rimaste senza casa in seguito a un incidente dovuto a una fuga di gas. Negli anni hanno continuato a essere abitati da varie persone in disagio abitativo.

Quando Miriam è rimasta senza casa uno di questi era vuoto. “Abbiamo deciso di entrare perché non avevamo alternative”, racconta. “Qualche anno prima il mio compagno aveva venduto una casa ereditata dal nonno ma a causa di liti tra parenti i soldi incassati non sono bastati a comprare un’altra abitazione. Così siamo andati in affitto. Quando ci siamo accorti che non potevamo più pagarlo ci siamo trasferiti per un po’ di tempo da un parente ma la convivenza si è rivelata impossibile. È così che siamo finiti in questo container”, racconta.

Mentre descrive la situazione in cui sta vivendo, Miriam lo ripete più volte: “Non è un posto adatto a una famiglia”. 32 metri quadrati per 5 persone. La lamiera è rovente d’estate e gelida in inverno, inadatta a proteggere dall’umidità che di notte sale dai campi che circondano il container. I muri sono spesso umidi e sulle pareti interne, costruite con una sorta di pannelli di legno, si forma la muffa. “Non ci stanno nemmeno abbastanza armadi per i vestiti. Li ho lasciati fuori in alcune buste di plastica ma ne ho dovuti buttare un po’ perché si erano ammuffiti. Entrano molti insetti, ci sono serpi e ho comprato due gatti per difendermi dai topi che più volte mi sono ritrovata in casa. So che i ragazzi si vergognano di vivere in questo modo e anche io non racconto mai a nessuno dove vivo, solo agli amici più stretti. Se sto raccontando adesso questa storia è perché l’assenza di risposte mi ha portato all’esasperazione. Non basta sapere che non ti piove in testa, che non stai sotto un ponte. Nessuno dovrebbe vivere così perché è una sofferenza”.

Siccome Miriam non ha un titolo valido per stare nel container non può chiedere la residenza così come previsto dall’articolo 5 del cosiddetto Piano casa varato nel 2014 dal governo Renzi. Dopo “numerose proteste” e difficoltà burocratiche è riuscita a ottenere almeno una residenza fittizia, quella che si concede ai senza fissa dimora per garantire l’accesso a servizi di base come il medico o l’iscrizione a scuola per i figli. Ma non essere residente nel luogo in cui vive le comporta comunque una serie di complicazioni. “Non posso chiedere il pulmino scolastico per i miei bambini e ho faticato anche per avere un allaccio alla corrente. Dopo mesi di difficoltà sono riuscita a effettuare un contratto da non residente che però fa sì che le bollette siano molto costose, ogni due mesi ammontano a 300 o 400 euro. Sono molto alte anche perché l’inverno ci scaldiamo con le stufette elettriche. Appena le spegni fa subito freddo”.

Spesso, proprio le bollette, mettono Miriam in difficoltà economica. “Mi sono sempre arrangiata come donna delle pulizie in appartamenti privati. Ho fatto molti colloqui per un lavoro più stabile ma nessuno è andato a buon fine. Adesso percepisco un reddito di cittadinanza da 640 euro mensili e ho avviato la ricerca di lavoro necessaria a ottenerlo tramite gli assistenti sociali. Percepirlo però esclude qualsiasi altro tipo di sostegno economico, compresi i bonus spesa emanati per l’emergenza Coronavirus. A volte pagare una bolletta significa faticare a fare la spesa o non poter comprare il materiale scolastico ai ragazzi”.

Dopo essere rimasta senza casa Miriam racconta di essersi rivolta subito ai servizi sociali. “Volevo capire come fare per uscire da questa situazione. Molte volte ho ricevuto risposte incerte senza mai capire quali soluzioni potevo percorrere. Ogni volta sono stata rimpallata da un ufficio a un altro per poi uscire dagli uffici comunali senza aver risolto nulla. Ogni volta sono tornata a casa con gli stessi dubbi e problemi di prima. Per esempio, perché mi hanno fatto aspettare più di un anno prima di presentare domanda di casa popolare?”.

Ad averla aiutata è Emanuela Isopo, sindacalista di Unione Inquilini per il comune di Fiumicino. “A molte famiglie senza reddito viene sconsigliato di avanzare domanda dietro la tesi per la quale se non hai entrate non puoi pagare il canone richiesto, nemmeno se minimo. Eppure la legge regionale non prevede un tetto minimo di accesso a un alloggio popolare. Conosco famiglie sotto sfratto a cui è stato sconsigliato di presentarla”, racconta Isopo mentre mostra la domanda di aggiornamento della graduatoria che ha fatto compilare a Miriam. “Lei è senza casa dall’agosto del 2018 e la prima domanda che le è stata fatta compilare risale a novembre del 2019”.

Tra l’altro secondo il sindacato “quella domanda era carente perché non erano stati presi in considerazione una serie di parametri che fanno aumentare il punteggio. Come sindacalista aiuto da tempo Miriam a sbrogliare le problematiche burocratiche che si presentano e la sua storia rende chiaro come in questo comune manchi un piano ben strutturato di politiche abitative. Secondo Unione Inquilini il percorso più adatto a lei è quello dell’attivazione dell’emergenza abitativa in base alla legge regionale che permette l’assegnazione di case popolari in deroga alla graduatoria”.

Interpellata da Romatoday l’assessora alle Politiche sociali, Anna Maria Anselmi, ha spiegato: “La signora è assistita dai servizi sociali e ha avuto accesso agli aiuti comunali e al reddito di cittadinanza”. L’assessore con delega all’Ater, Paolo Calicchio, ha fatto sapere che non si ammettono deroghe alla graduatoria: “In questo momento non ci sono case a disposizione. Nel momento in cui si liberano, in base alla graduatoria, verranno assegnate”, ha spiegato manifestando il fatto che “ci sono molte persone in situazione di disagio abitativo. Nel frattempo anche il container è una soluzione”.

In quanto ai ritardi nella presentazione della domanda di casa popolare, l’assessore spiega che “nessuno impedisce a chi è senza reddito di presentare la domanda per entrare in graduatoria ma è la legge regionale che dice di non assegnare case a chi non ha quel minimo di soldi al mese per pagare un canone, anche molto basso. Detto questo, chiunque la può presentare poi, in sede di formazione della graduatoria, verranno effettuate tutte le valutazioni del caso. A ottobre ci sarà il prossimo aggiornamento. La legge va rispettata e bisogna avere pazienza”.

Miriam vuole terminare il suo racconto con un appello: “Sono ancora qui, con i miei figli in questo container dopo due anni. Chiedo solo di essere ascoltata dagli amministratori di questo Comune. Ho anche provato a ottenere un incontro con il sindaco Montino senza riuscirci. Non sarei mai voluta arrivare a questo e ora spero che qualcosa si muova. Nella mia vita non avrei mai pensato di ritrovarmi in una situazione simile”.

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Fonte : Roma Today