La leadership di Matteo Salvini ridimensionata da un’emergenza reale

Il coronavirus ha svelato il bluff del leghista. L’ex ministro ha fatto tutto da solo con le parole a caso su aperture e chiusure e soprattutto col rifiuto di proporre una collaborazione leale in un momento di emergenza

(Foto: Alessia Pierdomenico/Bloomberg via Getty Images)

Che fine ha fatto Salvini? Alle prese con un’emergenza reale e non immaginaria, quella del coronavirus, è sostanzialmente sparito. I sondaggi sono orrorifici, se visti dalle parti di via Bellerio dove si urlava ai “pieni poteri” fino all’estate scorsa. Secondo l’ultimo rilevamento prodotto da Ixè per la trasmissione Cartabianca di Rai3, il Partito democratico si è avvicinato fortemente alla Lega toccando il 22,9% contro il 25,9% del Carroccio. Alle europee dello scorso anno quel distacco era quasi al triplo: 18% dei dem contro 28% della Lega. Forchetta impensabile prima dell’esplosione della pandemia. Stabili il Movimento 5 stelle intorno al 16%, Fratelli d’Italia che sembra aver toccato un tetto intorno al 12/13% e non riuscire a schiodare da quella soglia se non rosicchiando qualcosa proprio alla Lega e Forza Italia al 7,7%. Anche la Supermedia di YouTrend per l’Agi, che indica le intenzioni di voto su base quindicinale, segnala una flessione della Lega anche se tiene il Pd su soglie più basse, intorno al 21%. YouTrend parla di “congelamento” dell’opinione pubblica ma anche di un calo strutturale del partito di Salvini. In una flessione che procede da mesi, con una perdita di tre punti dall’inizio dell’anno. E approfondita evidentemente dall’emergenza.

In un clima segnato da un genere di angoscia esistenziale, che tocca non un futuro possibile e non fantasmi e nemici inesistenti ma questo mondo qui, cioè domani mattina, anzitutto non c’è più un’agenda che l’ex ministro dell’Interno possa in qualche modo contribuire a scrivere e decidere. Ci ha riprovato con i migranti, ma per 60 milioni di persone ai domiciliari i problemi (ammesso che quello di chi cerca un futuro scappando dai lager libici o dalle guerre fosse un “problema” e non una responsabilità, per un paese civile) sono ben altri. Ha perso quel poco di credito che gli rimaneva nelle fasi iniziali dell’emergenza, come un’impietosa intervista di un paio di settimane fa a Piazzapulita ha provato con una chiarezza umiliante dopo la quale chiunque dotato di un minimo di dignità si sarebbe ritirato a vita privata.

Se a metà marzo accusava il governo di sottovalutare la situazione, quindici giorni prima – quando il paese non era ancora in lockdown – postava video dagli aeroporti preoccupandosi per il turismo e urlava di “accelerare, riaprire, ripartire”. Poco prima, era il 21 febbraio, chiedeva al contrario “controlli ferrei” e una chiusura totale delle frontiere, sempre ovviamente in chiave migratoria, cercando di avvalorare un collegamento fra coronavirus e “barconi”. La politicaccia fatta con gli algoritmi di Facebook e Twitter.

Come dimostra questa veloce rassegna, in pratica Salvini ha fatto tutto da solo. Il governo, con tutti i limiti del caso e circondandosi di task force, ha preso decisioni che gli italiani ritenevano e ritengono ancora giuste. Per esempio, secondo le indagini di Demopolis il prolungamento del blocco fino al 3 maggio è stato visto di buon grado dall’81% del campione mentre per Ixè il 66% è d’accordo con una ripartenza graduale. Non solo: nonostante il Consiglio europeo di ieri si sia chiuso in chiaroscuro (via libera anche dei più scettici al fondo di ristrutturazione europeo ma c’è ancora da capire come calcolare i trasferimenti per i paesi più colpiti) sempre per Ixè il 60% degli italiani si dice ottimista sul fatto che alla fine il sostegno economico europeo arriverà senza particolari condizioni. Il tutto nonostante il crollo della fiducia nell’Ue, che per certi versi rafforza quello nell’azione dell’avvocato di Volturara Appula e della sua squadra. Dalla quale pure aspettiamo un piano preciso sulla Fase 2.

Forse era inevitabile che questo accadesse: nonostante l’Italia non respiri affatto un clima da unità nazionale e un eventuale governo di questo genere per il dopo emergenza sembri impossibile, la gran parte delle persone ha rispettato le indicazioni delle autorità e si è stretta, pur senza sconti su incertezze attuali e negligenze passate specie sulla sanità, intorno al governo che si è ritrovata a palazzo Chigi. L’agenda si è svuotata, a volte anche eccessivamente, e Salvini non ha avuto più alcuna sponda per incidere. I continui cambi di posizione hanno anzi dato l’idea di un leader sprovveduto e che, letteralmente, non sa quel che dice. La partita economica con Bruxelles e gli altri 26 paesi, invece, è di una complessità senza precedenti, e se l’opposizione al Mes, il meccanismo salva-stati, sembrava un gancio al quale appendersi per bastonare il Conte Bis, il presidente del Consiglio sembra riuscito, col supporto di altri paesi come Francia e Spagna, a spuntarla sul Recovery Fund. Anche se alla fine i soldi del Mes li prenderemo, e sarà giusto così visto che ci costano meno dei titoli pubblici.

Il coronavirus ha inoltre costretto a rinviare le elezioni regionali primaverili. Per cui ha tolto il pesce Salvini dalla campagna elettorale permanente, dalle piazze e dal turbinio continuo di dichiarazioni e di infiltrazioni nelle vicende locali, che il capo leghista è maestro a rivoltare in chiave nazionale. Insomma, una pandemia globale è un oceano di responsabilità, non la sua acqua sporca quotidiana. Per il leader della Lega il voto in Liguria, Veneto, Campania, Toscana, Puglia, Valle d’Aosta e nelle Marche, oltre che in un migliaio di comuni, doveva essere la chiusura del cerchio aperto con le europee dell’anno prima. La spallata definitiva al claudicante esecutivo giallo-rosso. La strada verso le urne anticipate. E invece si ritrova all’angolo senza una posizione di una statura degna di una crisi come quella che stiamo vivendo e senza aver proposto una reale e fattiva collaborazione al governo.

Su questo tema, prendetevi qualche minuto per ascoltare il discorso di Rui Rio, leader dei socialdemocratici portoghesi all’opposizione dei socialisti dei socialisti di António Costa: “La minaccia che dobbiamo combattere esige unità, solidarietà, senso di responsabilità – ha detto all’Assemblea della Repubblica, il parlamento di Lisbona – per me, in questo momento, il governo non è l’espressione di un partito avversario, ma la guida dell’intera nazione che tutti abbiamo il dovere di aiutare. Non parliamo più di opposizione, ma di collaborazione. Signor primo ministro António Costa, conti sul nostro aiuto. Le auguriamo coraggio, nervi d’acciaio e buona fortuna perché la sua fortuna è la nostra fortuna”. Ve li immaginate Salvini e Meloni che rivolgono queste parole a Conte? Non averle pronunciate, mentre il paese contava e ancora piange 500 morti al giorno, saranno un peso e una vergogna incancellabile della loro vicenda politica.

Non ci sono proposte. Non c’è collaborazione. Non c’è credibilità, merce che sembrava inutile fino a poco tempo fa e della quale si riscopre invece un gran bisogno, in una fase di disperazione per milioni di famiglie. C’è l’attacco decontestualizzato all’Europa e all’euro, senza i cui perimetri di garanzia saremmo già precipitati per più giù di quanto finiremo alla ripresa. C’è al contrario una collezione di retromarce e accelerazioni sulle sciocchezze snocciolate da febbraio, le pressioni sul governatore lombardo Attilio Fontana – costretto anche lui a cambiare spartito da un giorno all’altro mutuando i difetti del capo nel territorio dove la Lega si gioca tutto  – e un disorientamento che ha sollevato la coperta del bluff salviniano. Sotto i social, niente.

Fonte : Wired