I migliori horror da vedere in streaming durante la quarantena

Streaming in abbonamento, noleggio on demand, Netflix, Amazon Prime Video, Apple TV, PlayStation Store, Infinity, Chili e chi più ne ha più ne metta. Se c’è qualcosa che non manca ai tempi della quarantena sono i film da vedere in tutta comodità dal proprio divano, assieme al tempo a disposizione per farlo. Oggi si parla di horror, dei brividi lungo la schiena e delle ombre che si muovono agli angoli del campo visivo, di mostri acquattati sotto il letto, assassini implacabili e demoni affamati. Tutti racchiusi nel vostro telecomando e confinati nelle tv, a portata di qualche semplice clic.
Alcuni di loro li avrete sicuramente sentiti nominare, altri li scoprirete per la prima volta nei prossimi paragrafi, ma se avete voglia di un po’ di (in)sano divertimento durante i pomeriggi e le serate di quarantena, ecco a voi i migliori horror disponibili in streaming.

It Follows di David Robert Mitchell

Partendo da un sogno ricorrente che il regista aveva ai tempi del college, David Robert Mitchell ci trascina in un incubo senza fine stilisticamente impeccabile e dal ritmo contemplativo, nel quale la rappresentazione dell’adolescenza e della vita di quartiere viene completamente spogliata da ogni romantico sentimentalismo di spielberghiana memoria.
Tanti i riferimenti all’Halloween di John Carpenter, dagli isolati silenziosi al lento ma determinato incedere di It, la creatura kinghiana. Metafora di un senso di ansia incolmabile e in agguato, con un mondo fintamente luminoso che sembra ammorbato da un incombente tramonto grigio, che sussurra e suggerisce l’arrivo della fine di un’era, o di un’età.

The VVitch di Robert Eggers

Al suo debutto cinematografico, Eggers afferra il genere horror per la gola e lo possiede con l’ardore di un amante estasiato. In una pesante, soffocante atmosfera da 17esimo secolo sempre in bilico fra puritanesimo e folklore, il film è una favola oscura narrata attraverso uno stile magistrale, che mescola la rigida austerità e il calore freddo della fotografia naturalistica di Stanley Kubrick alla formazione dell’identità psicosessuale di certi lavori di Nicolas Roeg.
Un’opera che si interroga sulla nascita del peccato, e su come il voler vivere compulsivamente lontani da esso potrebbe invece finire con l’alimentarlo.

Goksung – La presenza del diavolo di Na Hong-jin

Una storia inquietante e oscura sul male, raccontata con maestria dal re del thriller moderno Na Hong-jin (The Yellow Sea, The Chaser). Intrisa di pessimismo e permeata da un intenso e nauseante presentimento di malignità, la pellicola gode di una spettacolare atmosfera che mescola folklore, xenofobia, paranormale e crudo, realistico orrore con una vivida ambientazione naturalistica, tirando le somme sulla maggior parte dei sottogeneri dell’horror. Sconquasserà le vostre aspettative, con un finale da brividi che vi mostrerà l’autentico volto del Maligno.

Train to Busan di Yeon Sang-ho

Prendete i film di George Romero e la loro critica sociale, l’azione di massa di World War Z, il rapporto genitore-figlio nel post-apocalittico à la The Road e l’immancabile Bong Joon-ho di Snowpiercer; mettendo tutto insieme il cocktail che verrà fuori sarà qualcosa di molto vicino a Train to Busan, horror zombie di Yeon Sang-ho dalla forte carica emozionale.
Saprà spaventarvi, divertirvi e farvi piangere grazie alle magistrali interpretazioni di Gong Yoo (un padre divorziato incapace di fare il genitore) e la piccola, graziosa Kim Su-an (figlia del protagonista e motore emotivo del film). Riusciranno ad arrivare a Busan, nonostante il treno su cui viaggiano sia infestato da zombie?

The Invitation di Karyn Kusama

Dopo i modesti Æon Flux (2005) e Jennifer’s Body (2009), la regista americana Karyn Kusama trova il biglietto vincente nella sagace sceneggiatura di Phil Hay e Matt Manfredi. Invitato a una cena fra vecchi amici, il protagonista metterà in dubbio la sua sanità mentale quando tutto quello che lo circonda inizia ad apparirgli terribilmente sbagliato… ma è davvero così?
The Invitation è un thriller psicologico che sfrutta benissimo la tensione fornita dalla premessa iniziale, sfociando in un efficace e sorprendente quasi-horror, sofisticato come una degustazione di vini d’alta classe e spietato come solo le riunioni fra vecchi amici sanno essere. Potrebbe lasciarvi scombussolati, ma soprattutto non dimenticherete mai più l’inquadratura finale.

Ghost Stories di Andy Nyman e Jeremy Dyson

Pensato come film antologico sull’eredità degli horror della Amicus (storica casa di produzione britannica), Ghost Stories è composto da tre cortometraggi all’interno di una stessa cornice narrativa coerente. In novanta minuti si pone lo scopo di raccontare una storia complessa, stimolante e molto filosofica sul paranormale, sullo scetticismo, sulla potenza dirompente della suggestione, sulla vita e la morte, sulla natura idiosincratica della religione (sia salvifica che ingannatrice) e sul senso di colpa. È soprattutto un trucco, un inganno, e di quelli astuti e sofisticati. Ghost Stories è grande cinema.

Hold the Dark di Jeremy Saulnier

Basato sull’omonimo romanzo di William Giraldi, il film racconta la storia di Russell Core (Jeffrey Wright), un naturalista in pensione cui viene chiesto di indagare sulla misteriosa scomparsa di un bambino. A coinvolgerlo è la madre del bimbo, Medora (Riley Keough), rimasta sola dopo che suo marito Vernon (Alexander Skarsgard) è partito anni prima per l’Iraq.
Ma è proprio l’improvviso ritorno di Vernon a complicare le cose in questo thriller-horror di Jeremy Saulnier passato un po’ in sordina ma ancora nascosto nel buio ad aspettarvi in silenzio, nel gelo della frontiera onirica e inquietante animata da una forza primordiale.

Apostolo di Gareth Evans

Religione, sangue, morte, follia e tanto sovrannaturale in questo horror spinto, privo di freni inibitori nel mettere in scena la violenza e dettagliatissimo nel delineare tratti caratteriali e limiti morali dei protagonisti. Apostolo riesce nel compito di intrattenere e far riflettere, spiegando attraverso le immagini la filosofia di un autore complesso come Gareth Evans.
La storia segue Thomas Richardson, un missionario che viaggia in incognito su un’isola lontana nel tentativo di riportare a casa la sorella, rapita da una setta religiosa che ha chiesto un riscatto per la sua liberazione.

L’uomo invisibile di Leigh Whannell

Vero e proprio passo in avanti dopo il già bellissimo Upgrade, L’uomo invisibile concretizza tutto il talento di Whannell per il cinema di genere (potete leggere qui la nostra recensione). Oltre a far riflettere con una storia doverosa sulla tragedia delle donne invisibili vittime di abusi e le loro grida di aiuto troppo spesso inascoltate (sempre con un focus sull’uso della tecnologia, argomento che sta a cuore all’autore), è anche un poderoso lavoro di allestimento dell’immagine.
Un teorema sulla paura generata da ciò che si nasconde nel controcampo e un saggio sulla costruzione della tensione a partire da ciò che può raccontare anche un singolo fotogramma.

Overlord di Julius Avery

Due parti Bastardi senza gloria e tre di Re-Animator di Stuart Gordon, Overlord è in grado di flirtare con tutti i diversi generi cui si ispira e soprattutto prendere da essi tutto ciò di cui ha bisogno per confezionare un prodotto compatto, dal ritmo forsennato e dal feeling ben distinguibile, destinato a diventare un cult. Seconda Guerra Mondiale, zombie mutanti, lo splatter à la Peter Jackson e il body horror cronenberghiano, con una buona alternanza di CGI ed effetti pratici da far inorgoglire il grande Rob Bottin.

The Hunt di Craig Zobel

Dopo aver rivoluzionato i canoni della narrazione televisiva con The Leftovers e Watchmen, Damon Lindelof torna al cinema con un divertissement che vede Jason Blum alla produzione e il fido Craig Zobel alla regia. Film dello scandalo (doveva uscire nell’estate 2019 ma fu accusato di far proliferare le sparatorie di massa negli Stati Uniti nientemeno che da Trump e la Universal lo cancellò dal suo palinsesto), è un’allegoria orwelliana estremamente macabra sul rapporto ciclico di causa ed effetto.
Dietro l’exploitation e il parodistico nasconde riletture ciniche e molto lucide su diversi aspetti della nostra epoca, dal capitalismo alla politica, dai social alla carica esorcizzante della violenza nell’intrattenimento. Per saperne di più, qua trovate la nostra recensione di The Hunt.

Fonte : Everyeye