Giornali e non solo: cosa si “vende” nelle edicole pirata su Telegram

Libri, serie tv, film, fumetti e spazi pubblicitari: viaggio nei canali della piattaforma. Dietro l’esca dei giornali gratis organizzazioni piramidali

Photographer: Chris Ratcliffe/Bloomberg

“Si ricorda che il lunedì di Pasqua i giornali quotidiani non escono poiché in tale giorno le rivendite rimangono chiuse in forza degli accordi relativi alla disciplina delle rivendite”. Professionale, no? Peccato che a ripubblicare su Telegram l’avviso della Federazione italiana editori di giornali (Fieg) domenica 12, fosse stata la seconda “edicola pirata” più seguita sull’app, con i suoi 125mila follower. Uno dei dieci canali monitorati dalla stessa Fieg per la diffusione illecita ogni giorno di migliaia quotidiani completi gratis in pdf. Bot-account con un bacino di 580mila iscritti, spesso collegati ad altri “sponsor” o partner simili che smerciano di tutto, in barba a diritto d’autore e licenze: libri, mp3 musicali, film, serie tv intere, centri scommesse, tanto da far presagire articolate organizzazioni alle spalle.

Il canale “principe” delle edicole pirata conta quasi 200mila iscritti (104mila pdf condivisi), mentre il terzo a metà aprile arrivava a 60mila “lettori”. Con questi numeri in continua crescita, nessun canale (di cui non citeremo i nomi per non ampliarne la visibilità) ha mai menzionato la richiesta della Fieg all’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) di sospendere Telegram per diffusione illecita dei giornali. Una mozione degli intenti, più che altro, che prima ha portato nel dibattito Andrea Martella, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’Editoria, poi ha spinto l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia a chiedere (in un esposto che riguarda anche similmente le chat di WhatsApp) alla Procura di Milano il sequestro dei canali Telegram coinvolti in un giro che, secondo la federazione, causa 670mila euro di danni al giorno e 250 milioni all’anno.

L'annuncio Fieg riportato nelle edicole pirata di Telegram, a destra la "possibilità" di fare inserzioni pubblicitarieL’annuncio Fieg riportato nelle edicole pirata di Telegram, a destra la “possibilità” di fare inserzioni pubblicitarie

Lo stato dell’arte

Una tegola, per un settore che a febbraio già perdeva dal -3,5% al -12,6% di copie mensili tra le 15 testate più vendute (anno su anno, dati Ads) mentre il fatturato pubblicitario a mezzo stampa è sceso del -8,2% a gennaio-febbraio rispetto a un anno prima (Osservatorio Stampa Fcp). Una filiera in sofferenza: giornalisti, poligrafici, distributori ed edicole, quelle vere, scese dalle 38mila di cinque anni fa alle attuali 23mila in tutta Italia, secondo il sindacato Sinagi.

Intanto, l’audience dei quotidiani online è aumentata del 73,2% dal 2 al 22 marzo e diversi editori hanno garantito l’accesso ad abbonamenti gratuiti, da uno a tre mesi, tramite la piattaforma Solidarietà digitale allestita per la crisi coronavirus. Alla quale ha aderito anche l’editore di Wired, Condé Nast.

Non è bastato, visto che secondo Fieg gli iscritti ai canali pirata su Telegram sono aumentati del 46%, negli ultimi tre mesi. D’altronde, per accedere ai contenuti su Solidarietà digitale è richiesto anche il codice Spid, mentre su Telegram edicole intere sono a distanza di un solo “tap” sullo smartphone.

A sinistra, il feed di un canale con prima pagina, a destra l’elenco dei pdf forniti dall’edicola pirata più seguitaA sinistra, il feed di un canale con prima pagina, a destra l’elenco dei pdf forniti dall’edicola pirata più seguita

Fenomenologia dell’edicola pirata

Dai giornali nazionali come Corriere e Repubblica ai locali come La Sicilia e L’Arena: si farebbe prima a dire chi non c’è. E ancora, riviste e i fumetti di Topolino: i bot rilanciano tutto, con regolarità scientifica. Poche le reazioni dopo l’appello Fieg, fra i giornalai abusivi: qualcuno si è limitato a cambiare nome, un altro si è fermato per un solo giorno. Anzi, il 15 aprile ne è spuntato uno nuovo, con 7.500 iscritti in solo due giorni. Solo un canale ha invitato i suoi iscritti a un trasloco di massa: “Buongiorno a tutti, dobbiamo spostarci di qua”, avvertendo che sarebbe stato eliminato in 24 ore.

Un catalogo di giornali e l’annuncio di trasloco di un gruppo dopo il comunicato FiegUn catalogo di giornali e l’annuncio di trasloco di un gruppo dopo il comunicato Fieg

“Sono bot di basso livello, collegati probabilmente a cartelle Dropbox condivise da utenti in più parti d’Italia che vi scaricano i pdf appena ne vengono in possesso”, ipotizza Francesco Paolicelli docente della Lum School of Management, civic hacker e sviluppatore di bot Telegram. Un sistema rapido e funzionale a infrangere il diritto d’autore “che è composto di un aspetto morale e uno patrimoniale – spiega Ruben Razzante, professore di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica -. Gli articoli dovrebbero essere fruibili nelle modalità stabilite dagli editori che hanno diritto sull’uso economico dell’opera creativa”.

“C’è tutta una filiera di risorse, investimenti e diritti: ne fanno parte, ad esempio, le agenzie di rassegna stampa che pagano una tariffa agli editori per fornire il servizio ai loro clienti, con una redistribuzione autorizzata – aggiunge Isabella Splendore, responsabile area giuridica e internazionale di Fieg –. L’informazione intesa come prodotto è pur sempre frutto di attività di impresa e diffonderla in questo modo indiscriminato, anche non di lucro, è un reato: per questo alcune nostre aziende si stanno già muovendo per tutelarsi”. Già a settembre la Polizia postale aveva scoperto tre persone, poi indagate, fra Sardegna, Torino e Milano che alimentavano alcuni canali con i pdf.

“Monitoriamo il fenomeno da luglio 2018 e sui siti pirata è stato possibile abbattere la presenza dei nostri giornali del 77%, ma resta pervasivo su WhatsApp e Telegram, che non risponde alle nostre segnalazioni – spiega Splendore –. Un’azione possibile ma solo ‘simbolica’ sarebbe quella di sospendere il servizio per 20-30 minuti da parte dell’Agcom, per sensibilizzare l’opinione pubblica. A livello generale, in casi di questo tipo potrebbe emergere anche il reato di uso abusivo di reti informatiche a carico dei responsabili”.

E una filiera potrebbe esserci anche dall’altra parte. “Vista la regolarità degli aggiornamenti, dietro ai bot ci potrebbe essere qualcuno che lavora proprio nell’editoria, nelle istituzioni o nelle aziende che ricevono le rassegne stampa e le ricondivide – ipotizza Paolicelli -. Difficile che lo faccia ‘pro bono’, c’è sicuramente una parte economica”. Un’ipotesi è che tali pdf finiscano su siti di rassegne stampa internazionali con spazi pubblicitari a pagamento. Come d’altronde ne esistono viceversa.

Elenchi di giornali italiani ed esteri in due diversi canali TelegramElenchi di giornali italiani ed esteri in due diversi canali Telegram

Non manca infatti un canale Telegram che fornisce “gratis” Le Monde, The Washington Post, London Evening Standard. È collegato tramite un link a un sito che ospita un lungo elenco di giornali, dallo svedese Aftonbladet ai fogli filippini e texani. Il sito propone servizi di sviluppo bot Telegram ed esibisce un fake di Ansa.it. “Il servizio Ifttt permette di creare qualsiasi tipo di automatismo con i bot di Telegram, collegarlo ad esempio a un Rss feed da varie fonti e rilanciare quei link nel canale”, spiega Paolicelli in linea generale.

Un precedente di alcuni anni fa è la vicenda Avaxhome, sito con server in Russia che guadagnava dai banner pubblicitari permettendo di scaricare i pdf. La Procura lo rese inaccessibile dall’Italia a seguito di una battaglia di Mondadori e arrivò a configurare anche il reato di ricettazione per chi caricava i file. Oggi invece alcune edicole Telegram propongono di acquistare “spazi pubblicitari” direttamente all’interno dello stesso canale. Un’iniziativa tanto impropria quanto ambigua, visto che fra gli “sponsor” compaiono ad esempio diverse Iptv, come una piattaforma “home media” che mette “a disposizione dell’utente una vera e propria videoteca online che permette di guardare via internet e on demand serie tv e film anche se usciti da poco nelle sale”.

A sinistra, un'edicola pubblicizza un altro canale dedicato ai film. A destra, il catalogo di un'altra edicola pirataA sinistra, un’edicola pubblicizza un altro canale dedicato ai film. A destra, il catalogo di un’altra edicola pirata

Libri, film e serie Tv

Il post garantisce che il “catalogo” si arricchirà ogni giorno con aggiunte e contenuti in hd, un link rimanda alla guida che promette pacchetti hotclub, sport, cinema, film prima fila, musica, concerti animazione e programmi per bambini. Dal canto suo, il sito assicura di non fornire contenuti ma chiede di scaricare il server della piattaforma personale, tv e mobile app per gestire il flusso dei contenuti media di note piattaforme (Amazon Fire Tv, Apple Tv, Chromecast, Roku, Xbox…) nonché un servizio premiere con abbonamento (vitalizio a 119 dollari, una tantum).

“C’è l’uso di una tecnologia legale per attività totalmente illecite, la piattaforma infatti può essere usata anche per scopi leciti e il sito è fatto in modo da confondere l’utente – spiega Federico Bagnoli Rossi, segretario generale della Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali -. L’utilizzo di una Iptv diventa illegale nel momento in cui qualcuno ruba un flusso dal satellite o da internet reimmettendolo tramite server, usati per accedere alla piattaforma. In questo caso la prova schiacciante è stata vedere film che fino a pochi giorni prima del lockdown erano in sala”.

Secondo Bagnoli Rossi, c’è una filiera anche in casi di questo tipo: “Non ci sono peones o Robin Hood, ma organizzazioni piramidali che ragionano secondo economie di scala commerciali tipiche delle Iptv illegali. Nelle chat si dividono i compiti: chi registra i film in sala con il camcorder, ancora oggi, e quello che fattura in una stanza senza far niente. In Italia oltre 5 milioni di persone usano le Iptv illegali, un fenomeno che fa perdere 6mila posti di lavoro all’anno e muove un giro vendita di database”.

Post che suggeriscono l’uso di Iptv su TelegramPost che suggeriscono l’uso di Iptv su Telegram

Ma anche senza rincorrere simili sofisticazioni, Telegram è ancora una volta più rapido, diretto, “comodo”. Il 16 aprile scatta ad esempio una catena che conduce a un canale con 27.700 iscritti che annuncia, con un messaggio poi rimosso, di aver postato “le migliori serie tv” come Celebrity Hunted, Elite 3, Sex education 2, Stranger Things e La casa di carta 4.

Di più. La stessa edicola annuncia l’arrivo di Disney+ su Telegram, avvenuto forse a insaputa di Disney stessa, invitando a scoprire un “catalogo completamente gratis”, già fornito di circa 60 film completi “dai grandi classici ai nuovi usciti, dai film Marvel alla serie Star Wars… E molto altro”, come Frozen, Toy Story, Hercules, a beneficio di 6.700 iscritti. Un secondo link promette “film e Netflix” a 83.500 utenti, con titoli come Chernobyl, Maleficent, L’Immortale.

Link a canali assortiti con film e serie Tv su Telegram

E mentre si sprecano i fake della nota piattaforma californiana, non mancano le idee per un pubblico più colto. Un canale con 6.300 iscritti fornisce libri in formato epub come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, La corruzione. Una storia culturale di Carlo Brioschi, Masada di Grazia Siliato e Invertire la rotta di Joseph Stiglitz, solo per citarne alcuni. Con il solito gioco di rimandi e promozioni incrociate, vengono lanciati anche canali dedicati al tennis streaming, alle occasioni su Amazon con gli errori di prezzo e un link per accedere alle scommesse sul campionato di calcio nicaraguense o quello bielorusso.

Come fermarli?

L’articolo 171 della legge sul diritto d’autore prevede pene che vanno dalla multa per un massimo di 30mila euro alla reclusione fino a quattro anni, a seconda di casi e modalità, dalla condivisione illecita dei quotidiani a quelle di film e serie tv. “Questa vicenda potrebbe far accelerare il recepimento in Italia della direttiva europea sul copyright del marzo 2019 – osserva Razzante -, che negli articoli 15 e 17 determina la necessità per i servizi di condivisione online di stipulare accordi con i titolari dei diritti sui contenuti, cooperando affinché non siano disponibili agli utenti, nel caso in cui siano protetti da copyright, adoperarsi per rimuoverli e aprendo canali di comunicazione per eventuali reclami. La Corte di giustizia europea ha stabilito peraltro che nelle situazioni di lesione di diritti tramite contenitori online, la parte offesa può avere giustizia nel proprio Paese”.

Ruben Razzante, prof. di Diritto dell'InformazioneRuben Razzante, prof. di Diritto dell’Informazione

Proprio questo è un problema: il foro competente per gli editori danneggiati sarebbe in Italia ma Telegram, che ha sede a Dubai, a quanto pare non risponde alle sollecitazioni. Peraltro, sin dal 1886 la Convenzione di Berna riconosce a livello internazionale il diritto d’autore, che comporta doveri reciproci fra Stati, riveduta e corretta nel corso dei decenni e recepita in ultima versione nel 1979 anche dall’Italia. Una storia ripercorsa dalla World intellectual property organization, che nel 1974 entrò nelle Nazioni unite e di cui fanno parte anche gli Emirati Arabi Uniti, e che fornisce servizi per proteggere la proprietà intellettuale e risolvere le dispute a livello internazionale.

Secondo il legale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia “potrebbero essere attivati i canali di cooperazione internazionale in materia di giustizia penale, previsti dai trattati tra l’Italia e gli Emirati Arabi”. D’altro parte “per farla breve si potrebbe aprire una call con un compenso per chiunque sia in grado di aiutare a ‘bucare’ la sicurezza dei server pirata o dare informazioni per arrivare alla banca dati. Potrebbe essere un modo anche per ‘stanare’ eventuali collaboratori di questa rete“, taglia corto Paolicelli.

“Sin dal 1992 con il decreto legislativo 518 si è scelta la sanzione penale per proteggere dalla pirateria i programmi per elaboratore – ricorda Giovanni Ziccardi, coordinatore del corso in Criminalità informatica dell’Università degli Studi di Milano -. Ma quanto è utile investire per cercare di combatterla, con uno sforzo investigativo spaventoso e un paio di cause esemplari? Certo, è giusto che il lavoro degli autori sia retribuito, ma forse va ripensato il business: perché uno youtuber può avere 120 milioni di visualizzazioni mentre i quotidiani a stampa sono in crisi? Il pubblico trova informazioni ovunque e non percepisce la violazione del copyright come un reato grave, ma ha anche dimostrato di voler pagare per leggere a contenuti di qualità. E in fondo, non è nemmeno detto che chi scarica i quotidiani in pdf da Telegram poi li legga davvero”.

Fonte : Wired